Vittorio Da Rold, Il Sole 24 Ore 23/10/2011, 23 ottobre 2011
SARÀ GRILLI IL NEGOZIATORE PER IL DEBITO DELLA GRECIA
La Grecia e il suo debito da 357 miliardi di euro (cinque volte quello argentino che portò al default nel 2001) continua a essere il punto di partenza per risolvere la crisi del debito sovrano europeo che ora assedia il core di Eurolandia e la tripla A della Francia. Così i ministri delle Finanze nell’attesa di risolvere l’Efsf e la ricapitalizzazione delle banche europee, hanno dato mandato ieri a Bruxelles al presidente del Comitato economico e finanziario (Cef) dell’Unione europea, Vittorio Grilli, «di negoziare l’haircut sul debito greco direttamente con gli investitori».
Lo ha confermato, arrivando alla riunione dell’Ecofin, Maria Fekter, la titolare austriaca del ministero delle Finanze. Secondo le indiscrezioni trapelate la notte scorsa al termine dell’Eurogruppo, l’orientamento sarebbe quello di convincere le banche a ridurre del 50%-60% i propri crediti, rispetto al 21% indicato nel vertice dello scorso 21 luglio. In questo modo, come ha indicato nel suo ultimo rapporto sulla situazione in Grecia la troika formata da Commissione Ue, Bce e Fmi, il debito pubblico greco scenderebbe al 120% del Pil entro il 2020.
Per il direttore generale del Tesoro Grilli si tratta di un’importante formalizzazione, in uno dei momenti più critici che attraversa l’Unione europea, di un lavoro iniziato da mesi. Infatti il 28 giugno il direttore del Tesoro italiano invitò a Roma quindici banche (tra le quali le principali italiane pur avendo un’esposizione minima ai titoli di Stato greci) e Charles Dallara, direttore generale dell’Institute of International Finance, l’associazione di lobby che riunisce le maggiori banche mondiali.
Fu proprio da quelle riunioni alla presenza anche di tecnici della Bce e della Ue che scaturì il meccanismo di swap sui bond greci con i creditori privati (che concede termini di rimborso più facili), che poi venne concordato con il piano straordinario di salvataggio varato il 21 luglio scorso. Successivamente però Atene ha manifestato l’intenzione di procedere allo scambio solo se fosse stato accettato da almeno il 90% dei creditori. Anche la Finlandia ci ha messo del suo chiedendo garanzie supplementari e minacciando altrimenti di far saltare il banco, tutte posizioni che sono state poi superate rendendo le garanzie volute da Helsinki più care e costose ma aperte a tutti coloro che le avessero pretese.
Ora però la situazione greca, secondo l’ultimo rapporto della troika, è peggiorata e di conseguenza, sarà necessaria una partecipazione del settore privato più ampia di quella (21%) prevista al vertice del 21 luglio. Di quanto? Secondo il rapporto con una svalutazione del 60% sui titoli greci si torna ad un rapporto debito/Pil del 110%, con una svalutazione del 50% a un rapporto del 120% entro il 2020. Il cancelliere tedesco Angela Merkel sembra orientata sul 50% e il ministro svedese delle Finanze Anders Borg ieri a Bruxelles all’uscita dall’Ecofin non ha voluto sbilanciarsi ma ha ribadito che sono tutti concordi nel ritenere che «sia necessario una sostanziale riduzione del valore dei bond greci e che non dobbiamo trattare i soldi dei contribuenti come un biglietto gratuito per le necessità della banche». Tra queste varie e contrapposte esigenze si dovrà muovere con passo felpato il direttore generale del Tesoro italiano, Vittorio Grilli, per riuscire a trovare una soluzione accettata da tutti all’intricata matassa del debito greco. Tenuto conto delle parole di Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, secondo cui «la partecipazione delle banche deve essere volontaria ma se non saranno d’accordo, si dovrebbe arrivare ad una soluzione obbligatoria».