Mauro Covacich, Corriere della Sera 23/10/2011, 23 ottobre 2011
IL GIUDICE CHE PER LE CIABATTE FA CONDANNARE IL SUO VICINO
In un condominio di Firenze una signora, giudice per le indagini preliminari nel tribunale della sua città, accusa di furto il vicino di casa: il condomino avrebbe sottratto le pantofole alla condomina, o meglio, non gliele avrebbe restituite dopo averle viste precipitare dal terrazzo. La signora decide di denunciare il suo vicino, rifiuta i quattromila euro offerti da quest’ultimo come risarcimento del danno e lo trascina — iperbole quanto mai appropriata — in tribunale, dove ottiene una condanna a 15 giorni per appropriazione indebita. Il processo, come racconta Il Secolo XIX, viene celebrato a Genova e non a Firenze, per evitare che la causa della signora venga dibattuta nello stesso tribunale nel quale lavora. Il procuratore generale che rileva il procedimento a Genova è noto come una figura integerrima ed equilibrata, solo che è sotto inchiesta a sua volta per una bega condominiale (a differenza della collega fiorentina poi, non è certo la parte lesa). Il suo vicino di pianerottolo, grazie a una telecamera installata sulla porta di casa (sic!), lo ha sorpreso nell’atto di riempirgli la serratura con la colla epossidica.
Il cittadino contemporaneo esprime il suo lato meno edificante, e quindi più umano, in veste di condomino. Nella versione condominiale siamo capaci di cose forse ancora peggiori — premeditate, non istintive, spesso subdole — di quelle che commettiamo in veste di automobilisti. Fa sempre un certo effetto scoprire le piccole meschinità del proprio vicino di casa, ma la faccenda diventa davvero traumatica quando si tratta di una figura del nostro corredo simbolico: un attore, uno psicanalista, un insegnante, un giudice (anzi due).
Con queste figure può anche non trattarsi di meschinità, ma di semplici tracce che ne segnalino una presenza terrena. Fino a un certo punto della vita siamo portati a pensare che un insegnante, ad esempio, non appartenga al nostro mondo. Un insegnante non mangia, non dorme, non fa l’amore. Poi un giorno vediamo il nostro professore di latino uscire dal supermercato con le borse della spesa e restiamo di sasso. Ebbene, con il giudice tutto diventa ancora più astratto, oserei dire metafisico. Può essere un uomo come me colui che è preposto a giudicare i miei atti? Può avere le mie stesse debolezze di essere umano legato a bisogni, desideri, sentimenti che spingono me e ognuno di noi a far prevalere gli interessi personali su quelli collettivi? Può un giudice avere una famiglia? Di più, può un giudice avere un corpo (che non sia quello simbolico e disincarnato del sacerdote)? Può un giudice avere una proprietà? Ovviamente no, non può, fino a un certo punto della vita pensiamo che il giudice non possa niente di tutto questo. Poi scopriamo che i giudici scrivono thriller, vanno in televisione, portano calzini celesti (hanno le gambe! hanno i calzini!), scopriamo che i giudici non solo hanno proprietà ma sono inquilini del nostro stesso palazzo. Vivono, esistono, sono vivi. Soggetti in carne e ossa, sensibili come noi al catalizzatore chiamato condominio. Se lo screzio si ingrandisce e sfugge al regolamento del palazzo, la situazione può precipitare, in men che non si dica quello che ci sembrava un dio può bloccarci la serratura con la colla.
Ovviamente scoprire la dimensione terrena del giudice, a prescindere dai suoi più inquietanti effetti su quella che James Ballard definiva la «follia condominiale», provoca una forte delusione, ma rappresenta uno dei cerchi di fuoco per accedere all’età adulta. La meraviglia della giustizia umana, a differenza di quella celeste, sta proprio nel fatto che sia amministrata da uomini e donne che frequentano i nostri cinema, abitano le nostre case, uomini e donne soggetti alle stesse leggi che sono chiamati a interpretare. Dispiace un po’ che talvolta, uno di loro, per semplice spirito di vendetta non si accorga che un paio di ciabatte o la serratura di una porta non valgono una trafila decennale negli arcaici faldoni delle cancellerie italiane.
Mauro Covacich