Alessandra Arachi, Corriere della Sera 23/10/2011, 23 ottobre 2011
COSI’, UN GRUPPO DOPO L’ALTRO, VA IN FRANTUMI POMPEI — È
venuto giù un altro pezzo di Pompei. Un pezzo di muro romano. Per la precisione: un paramento murario perimetrale realizzato con la tecnica «Opus incertum». Tre metri cubi di macerie. Una nuova ondata di polemiche.
Non è passato un anno dal crollo che fece il giro del mondo: il 6 novembre del 2010 nella città antica di Pompei si sbriciolò la Schola Armaturarum. Aveva piovuto molto, si disse. Ma si garantì: non sarebbe mai più successo. Venerdì scorso, invece, una replica. Pioggia torrenziale. E un pezzo del muro di cinta a ridosso di Porta di Nola è caduto in terra.
«Una scorticatura, il muro è ancora in piedi», mette le mani avanti Riccardo Villari, sottosegretario al ministero dei Beni culturali. E Giancarlo Galan, il ministro che ha preso il posto di Sandro Bondi, rilancia: «Pompei è la nostra assoluta priorità. Non c’è nessuna domus coinvolta in questo crollo».
Non è certo una domus il muro di cinta che si è sbriciolato a Nord della città antica. «Ma è un tassello dell’unicum rappresentato dagli scavi di Pompei», lamenta Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio patrimonio culturale, da sempre impegnato nella salvaguardia degli scavi. Rilanciano gli archeologi dell’associazione nazionale: «Ad un anno dal crollo della Schola Armaturarum a Pompei di concreto non si è fatto nulla. Continua a mancare la manutenzione ordinaria, unica possibile cura per salvare gli scavi. Temiamo che nei nuovi mesi vedremo crolli sempre più frequenti e gravi».
Basta percorrere la via di Nola per dare corpo agli allarmi e alle parole degli archeologi. Basta percorrerla andando dal centro degli scavi fino al muro che è crollato venerdì scorso. Sarebbe sufficiente come simbolo la domus del Centenario: è tenuta su da puntelli che sembrerebbero assolutamente provvisori e invece stanno lì da più di un decennio. La chiamano: messa in sicurezza. La domus è totalmente inagibile. E passeggiando tutto intorno, nella zona detta appunto del Centenario, ci si trova davanti muri gonfi, pareti sconnesse, botteghe e domus che sembrano reduci da bombardamenti.
«Domani il commissario europeo Johannes Hahn sarà con il ministro in giro per gli scavi e a lui spetterà l’ultima parola sul finanziamento di 105 milioni destinati al salvataggio di Pompei», spiega Riccardo Villari, ieri accorso sul sito del crollo e rimasto turbato.
Dice infatti il sottosegretario: «Questo muro è crollato venerdì, ma il ministero è stato informato soltanto ventiquattro ore dopo. È un silenzio inquietante. Anche perché quando sono arrivato sul posto c’era già una squadra al lavoro. Non capisco». Villari si sgola a spiegare che da quando, nel giugno scorso, si è insediato al ministero insieme con il ministro Galan hanno fatto un piano per Pompei e adesso sono riusciti a sbloccare 25 assunzioni di personale specializzato per gli scavi.
Ovvero, tradotto: tutti gli interventi devono ancora cominciare. Eppure il 6 novembre dello scorso anno quando venne giù la Schola Armaturarum Juventis Pompeiani e il presidente della Repubblica parlò di «vergogna per l’Italia» fioccarono le dichiarazioni per interventi i più urgenti possibili per questi scavi antichi patrimonio dell’Umanità.
L’edificio dove si allenavano gli atleti dell’antica Pompei era un unicum non soltanto per Pompei, ma anche per tutti gli altri siti romani sparsi nel Mediterraneo. Lo scandalo fece il giro del mondo. Eppure a girare adesso in lungo e largo per i 66 ettari degli scavi portati alla luce, l’unico intervento degno di nota che si vede è quel bunker in cemento armato costruito fra la Porta di Nola e la Porta del Vesuvio.
Alessandra Arachi