Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera 23/10/2011, 23 ottobre 2011
«PENSAVAMO CHE TRIPOLI FOSSE ANCORA NOSTRA»
Era una sorta di sindrome da «soldato giapponese nel Pacifico» quella che caratterizzava le centinaia di miliziani pro-Gheddafi asserragliati a Sirte sino a giovedì. «Per quattro mesi abbiamo combattuto nell’ isolamento più completo. Senza poter comunicare, privi di radio, televisione o altro mezzo d’ informazione. I nostri ufficiali penso sapessero addirittura meno di noi. Ci dicevano che stavamo vincendo e se avessimo tenuto duro presto avremmo battuto i nemici e saremmo tornati a casa. Non ho saputo della caduta di Tripoli, né del fatto che ormai eravamo isolati. Ora mi dicono che Gheddafi da circa metà agosto era nascosto assieme a noi. Ma io non l’ ho mai visto. Ogni tanto arrivava suo figlio Mutassim, che era il nostro comandante supremo e ci incitava, minacciava di punizioni terribili i potenziali disertori, assicurava che il Paese stava con noi».
È il racconto di Hussein Salah, nato 17 anni fa a Tarhouna, il villaggio posto in una delle regioni fedeli al Colonnello a sud di Tripoli: l’ abbiamo incontrato ieri mattina nelle celle del quartier generale di Misurata.
Magro, un paio di tagli leggeri sul viso, le mani graffiate, Hussein da due anni era soldato semplice nella 27esima brigata comandata da Mutassim. «Ora capisco quanto fossimo tenuti nella totale, assoluta ignoranza. E probabilmente Mutassim dal suo punto di vista ha fatto bene a comportarsi in questo modo. Se noi avessimo saputo che le forze rivoluzionarie stavano vincendo, non avremmo certo combattuto come abbiamo fatto. Dopo la caduta di Tripoli ci saremmo ribellati», dice. Indicativa questa condizione dei combattenti dell’ ultima ridotta di Gheddafi. Quanto i suoi nemici si sono battuti in nome della libertà d’ informazione, felici di poter finalmente entrare senza censure nel mondo della comunicazione globale esaltate dalla primavera araba, tanto i suoi uomini hanno vissuto nel buio della propaganda guidata, nell’ isolamento assoluto e ignorante, nella totale mancanza di informazioni indipendenti.
«La mia brigata era composta da 350 uomini, di cui circa 200 arrivati da Tarhouna. Inizialmente, parlo dei primi di giugno, avevamo cibo a sufficienza, acqua minerale, verdura fresca. A turno venivamo mandati in contingenti di 50 uomini a combattere sul fronte della raffineria di Brega. Ma poi la situazione è via via peggiorata. Mutassim cambiava stanza ogni notte. Temeva attentati. Ma continuava a dirci che i ribelli erano circondati attorno a Sirte. Volle fare festa ai primi di luglio, quando venne a raccontarci che erano state riprese Bengasi e l’ intera Cirenaica. Insomma, il nemico a suo dire era in rotta. Toccava a noi dargli il colpo mortale».
Nessuno si ribella. «Le insubordinazioni erano solo individuali. Ogni tanto qualcuno di noi è riuscito a fuggire. Approfittavano dei turni di guardia notturni e quando venivano messi nelle postazioni lungo il mare scappavano lungo la spiaggia. Si vestivano da civili e sparivano nel buio. Mutassim minacciava che chi fosse stato preso sarebbe stato immediatamente fucilato. Ma le fughe sono cresciute in agosto, quando i bombardamenti nemici sono cresciuti e a noi sono iniziati a scarseggiare cibo, acqua e munizioni per le armi pesanti».
La paura maggiore? «I bombardamenti Nato. I ribelli sparavano tanto, però senza mirare. Le nostre vittime sono quasi tutte per le schegge, poche per i proiettili». In agosto cessa anche lo stipendio. Due anni fa gli davano mensilmente 250 dinari (circa 200 dollari). Ultimamente erano saliti a 417. Ma ora più nulla. Vede morire gli amici, i compagni più vicini. «Almeno 17 di loro hanno perso la vita praticamente nelle mie braccia». Mancano le medicine, spesso non riescono neppure a raggiungere il bunker-infermeria dove ancora operano 5 dottori e alcune infermiere. Muoiono dissanguati nelle loro posizioni. «Martedì scorso Mutassim ci dice che dobbiamo essere pronti per la sortita. Ci ordina di preparare le auto che abbiamo nascosto nei vicoli più riparati. Ci promette che andremo a casa nostra. Io non sapevo che Tarhouna fosse stata presa dai nemici due mesi fa. Ci facciamo la doccia, ci tagliamo barba e capelli. Io ero felice. Finalmente avrei rivisto mia mamma». Poi però la fuga viene rinviata di 24 ore. «Non ho mai visto Muammar Gheddafi. Ero certo fosse sano e salvo nel suo sistema di bunker a Bab al Aziziya», specifica. Giovedì mattina la loro corsa viene interrotta dopo pochi minuti. «La nostra auto è stata colpita da diversi proiettili. Ho visto il gippone di Mutassim che scattava in avanti. Io ho buttato a terra il mio mitra e ho corso verso la spiaggia. Ho visto anche due famiglie con donne e bambini che scappavano con noi. I nemici mi hanno catturato presso un roccione sulla spiaggia».
Lorenzo Cremonesi