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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

RISO, PASTA E CORANO. LE ULTIME ORE DEL RAIS —

«Voleva morire nel suo villaggio natale Muammar Gheddafi, a soli 30 chilometri da Sirte. Vivevamo di riso e pasta. Aveva capito che non c’era via d’uscita. E si era rassegnato, leggeva sempre il Corano. Però la sua ultima sortita è stata verso la sua casa di Qasr Abu Hadi. Pensava che una volta usciti da Sirte i 20 chilometri di strada verso sud, nel deserto, sarebbero forse stati meno pericolosi». Mansur Daw, 56 anni, una vita al servizio fedelissimo del Colonnello come capo della sicurezza, ci racconta le sue ultime ore drammatiche giovedì mattina, sino ai minuti precedenti la morte. Daw è probabilmente l’unico ancora in vita tra coloro che si trovavano sul gippone con Gheddafi in fuga da Sirte. È ferito, una scheggia delle bombe tirate dalla Nato l’ha sfiorato sotto l’occhio destro, le braccia tumefatte, la schiena bluastra per le botte e un proiettile di striscio. Prigioniero. Sta sdraiato su una stuoia in una delle centrali militari delle forze rivoluzionarie a Misurata.
«Con Gheddafi ero fuggito da Tripoli a Sirte il 18 o 19 agosto, ora non ricordo bene. E laggiù siamo poi rimasti tutto il tempo dei combattimenti sino a giovedì. All’inizio della settimana abbiamo capito che qui i nemici ci avrebbero presto sopraffatti. E Gheddafi ha ordinato che venisse approntato il convoglio». Percorrono pochi chilometri, poi il raid Nato. «Sono stati i razzi dei caccia Nato a fermarci. Due hanno colpito le auto a 4 o cinque metri da noi. I nostri uomini si sono fermati. Hanno spostato quelle più danneggiate. Abbiamo provato a ripartire, i missili sono caduti ancora. Hanno infranto i cristalli del nostro gippone. Non erano missili molto potenti, però sufficienti a distruggere una macchina. Le schegge erano letali. Io sono rimasto ferito. Ho visto due dei nostri morire. Gheddafi stava zitto. Siamo usciti dalle vetture e a passo veloce ci siamo riparati dietro una barricata di sabbia costruita dai ribelli».
A suo dire Gheddafi resta composto. Nessun grido, niente panico. Nessuno pensa ad arrendersi. Sino a che è possibile cercano continuamente vie di fuga. «Abbiamo visto il tunnel nei campi e ci siamo nascosti. Sentivamo le grida concitate delle avanguardie nemiche. Era un caos di spari, fumo, rumori. Gheddafi era a meno di un metro da me. Non sapevamo cosa accadesse attorno. Speravamo solo di non essere notati. Poi però ci hanno sparato contro a casaccio, nel tunnel. Io sono stato colpito di striscio alla schiena. Ho perso conoscenza. Mi sono svegliato più tardi in un campo di raccolta dei prigionieri. Solo allora ho saputo che Gheddafi era morto». Quali le cause del suo decesso? La sparatoria, oppure un’esecuzione a sangue freddo? «Non so. Non lo posso sapere. Mi sento di dire soltanto che è stata la Nato a fermare le nostre auto in fuga. Ma le modalità precise della morte di Gheddafi non le posso raccontare».
L. Cr.