Luigi Einaudi, Corriere della Sera 22/10/2011, 22 ottobre 2011
IL NO DI EINAUDI AGLI INDIGNATI DEL ’54
La nota Il comunista bianco di P.C. (Piero Calamandrei) in «Il Ponte» del dicembre 1953 è in parte esposizione di fatti e di opinioni. Il pensiero proprio dell’autore sembra essere riassunto nelle seguenti proposizioni: 1) «La occupazione della fabbrica del Pignone... serve a riprodurre in forma drammatica un dilemma che è alla base della nostra vita nazionale». 2) «Si tratta di scegliere fra il diritto degli azionisti ai dividendi e il diritto dei lavoratori a non morire di fame». 3) «Contro il privilegio, in difesa della miseria: questo è ciò che conta, questo è l’avvenire».
La proposizione 1 dichiara l’esistenza di un dilemma.
La proposizione 2 pone una scelta: fra un diritto degli azionisti al dividendo, ed un diritto dei lavoratori a non morire di fame.
Vuol ciò dire che i lavoratori abbiano il diritto di ottenere il necessario a non morire di fame da un ceto di persone dette azionisti e in particolare dagli azionisti o proprietari della impresa presso cui lavorano?
Si faccia pure astrazione dalla circostanza che nessuna legge in nessun paese del mondo riconosce agli azionisti alcun diritto a dividendi. Si faccia altresì astrazione dalla circostanza che nei paesi, ai quali si usa applicare con minore improprietà la spropositata terminologia di «paesi ad economia capitalistica», uno dei fattori più efficaci del successo, della prosperità e dell’attitudine delle imprese economiche a dare ai lavoratori la massima occupazione possibile è la sanzione del fallimento per le imprese male gerite. Sembra in ogni caso difficile dimostrare che il miglior sistema di garantire dalla fame i lavoratori sia di accollare siffatta responsabilità a singole imprese, invece che alla collettività.
La proposizione 3 suppone nella sua prima parte — «contro il privilegio» — che si sappia che cosa sia il «privilegio». Poiché le specie del «privilegio» sono tante e vanno dai privilegi certamente vantaggiosi anche ai non privilegiati ai privilegi certamente alla lunga dannosi perfino ai privilegiati, è evidente la impossibilità di dare un qualsiasi giudizio in argomento, se non siano fornite alcune definizioni non troppo vaghe di quel che si intende per privilegio.
Nella seconda sua parte — «in difesa della miseria» — la proposizione 3 suppone anch’essa una qualche dilucidazione. Si faccia l’ipotesi, assumendo come esempio il caso del Pignone, che il sindaco La Pira, i cardinali, gli ordinari e gli organizzatori sindacali abbiano operato allo scopo di impedire o ridurre i licenziamenti delle maestranze e lo smantellamento della fabbrica.
Costoro hanno operato nel senso di abolire od aumentare la miseria?
La sola asserzione, fornita di un certo tal quale nucleo di verità probabile intorno alla conclusione della vertenza, è: il costo dell’operazione (ridurre i licenziamenti e gli smantellamenti) fu rigettato su un ente pubblico (Agip?) economico. Si preferì cioè, al metodo delle indennità di disoccupazione, il metodo di sovvenzionare, con fondi speciali — i quali altrimenti sarebbero stati devoluti al tesoro o sarebbero stati investiti dall’ente pubblico in impianti da esso ritenuti utili — i previsti disavanzi di esercizio del Nuovo Pignone. Cosa che non deve essere stata sgradita agli azionisti del Vecchio Pignone.
Se supponiamo che ciò sia accaduto, quale il significato rispetto al quantum di miseria prevedibile in avvenire nel nostro paese?
Nel ragionamento economico quel che si vede non ha quasi nessun valore; e vale sovra tutto quel che non si vede. Perché «Il Ponte» non fa tradurre da Ernesto Rossi, adattandolo ai fatti di oggi, il celebre opuscolo di Bastiat che reca quel titolo?
Nel caso del Pignone e degli infiniti altri casi consimili accaduti o prevedibili nel nostro paese, è assai probabile che la risposta, per chi guardi al di là di quel che si vede, debba essere: il quantum totale della miseria italiana tenderà a crescere, se si suppone si siano verificati gli accadimenti supposti sopra.
Coloro che guardano a quel che si vede continueranno a dire, come dicono da due secoli, che gli economisti sono gente dal cuore di belva. E gli economisti risponderanno con Cavour che la scienza economica è la scienza del bene comune.
Roma, 11 febbraio 1954
Luigi Einaudi