Gianluca Di Donfrancesco e Gabriele Meoni, Il Sole 24 Ore 22/10/2011, 22 ottobre 2011
NUOVO PIANO PER ATENE
Domani i leader dell’Eurozona si riuniranno a Bruxelles per cercare di trovare una soluzione alla crisi del debito pubblico che minaccia la tenuta stessa dell’Unione monetaria. La madre di tutti i problemi è la Grecia, che per prima ha manifestato i sintomi del virus delle finanze fuori controllo. Dopo essere già intervenuti con un piano di salvataggio, i Paesi dell’Eurozona, tra contorsioni e mal di pancia, cercheranno di raggiungere un accordo su un nuovo intervento. Le decisioni del vertice avranno un impatto sui mercati finanziari e su quello dei tassi, influenzando la vita quotidiani di tutti i contribuenti europei in aspetti semplici e fondamentali come i tassi sui mutui per la casa o i sacrifici che si dovranno accettare per effetto delle manovre di risanamento che tutti gli Stati indebitati dovranno varare.
A CURA DI Gianluca Di Donfrancesco e Gabriele Meoni e
IL PRIMO TENTATIVO
Domani i leader dell’Eurozona torneranno a discutere la questione Grecia, ma non è la prima volta. Cosa era stato deciso in passato?
Lo stato catastrofico delle finanze pubbliche greche, emerso alla fine del 2009, e i declassamenti a catena da parte delle agenzie di rating internazionali (avviati da Fitch l’8 dicembre del 2009), costringono i leader dell’Eurozona a intervenire a sostegno di Atene, che minaccia di non essere più in grado di ripagare il debito emesso sotto forma di obbligazioni pubbliche e quindi di andare in default. Il fallimento di uno Stato dell’Unione monetaria metterebbe a rischio la stessa tenuta dell’euro. Nel maggio 2010, Commissione Ue, Bce e Fmi concordano un piano di aiuti da 110 miliardi di euro in tre anni. È il primo intervento di salvataggio mai effettuato per un Paese dell’euro. In cambio Atene si impegna a varare misure di austerity per 30 miliardi. Il 18 maggio del 2010 la Grecia riceve una prima tranche da 14,5 miliardi che le permette di ripagare il debito in scadenza. A maggio viene creato anche il fondo salva-Stati Efsf, con una capacità d’intervento da 250 miliardi.
r
LA CRISI SI COMPLICA
Perché questo primo tentativo di salvataggio fallisce?
La Grecia sprofonda sempre più nella crisi e contagia altri Paesi periferici dell’euro. Il deficit nel 2010 resta al 10,6% del Pil mentre l’economia non esce dalla recessione, richiedendo sforzi sempre maggiori per abbassare l’indebitamento rispetto a un Pil che continua a contrarsi. Il Governo vara nuovi tagli alla spesa pubblica, incidendo su pensioni, stipendi pubblici, scuola, sanità, privatizzazioni; Ue, Bce e Fmi continuano a erogare le tranche del piano di aiuti, ma gli spread tra i rendimenti dei titoli greci e quelli tedeschi continuano ad ampliarsi segnalando il rischio default. I declassamenti delle agenzie di rating proseguono fino a portare il debito pubblico greco nella categoria junk e poi ancora più giù fino al livello CCC.
t
L’ACCORDO DI LUGLIO
Come hanno reagito alla situazione le istituzioni internazionali?
Nell’estate del 2011 diventa chiaro che la Grecia non riuscirà a rispettare il cammino di risanamento fissato con il primo piano di aiuti e che l’Eurozona deve fare di più per sollevarla dalla crisi. In giugno la capacità d’intervento dell’Efsf è portata a 440 miliardi. Il 21 luglio viene raggiunta un’intesa per accordare alla Grecia un nuovo pacchetto di aiuti da 109 miliardi. Allo sforzo sono chiamati a partecipare anche i creditori privati della Grecia, che dovranno accettare un haircut (taglio) dei loro crediti del 21%, fornendo alla Grecia uno sconto di 50 miliardi sul debito in scadenza fino al 2014. L’intervento non rappresenta un vero default della Grecia (che non ripagherebbe più l’intero ammontare del suo debito), solo perché i creditori possono aderire su base volontaria.
u
SECONDO FLOP
Perché nemmeno l’accordo di luglio è sufficiente?
A guastare i piani dell’Europa e dell’Fmi arriva il rallentamento dell’economia mondiale che moltiplica il timore che la crisi greca possa contagiare gli altri Paesi dell’Eurozona con i conti in profondo rosso (a Portogallo, Irlanda e Spagna si aggiunge, nella lista dei potenziali bersagli, l’Italia). Per la Grecia le cose vanno addirittura peggio. Quest’anno l’economia si contrarrà del 5,5% anziché del 3,9% e il deficit sarà all’8,5% rispetto che al 7,6% programmato. Il Governo vara nuovi e più profondi tagli che spingono l’economia ancor più in recessione.
i
IL NUOVO PIANO
Cosa si pensa di fare ora?
Il pacchetto di aiuti sarà superiore a quello approvato in luglio: questo significa che il settore pubblico dovrà fornire prestiti superiori ai 109 miliardi previsti e che il settore privato dovrà accollarsi perdite più pesanti dei 50 miliardi stimati. L’haircut infatti non sarà più del 21%, ma le ipotesi sul tavolo sono del 50% e superiori. Una svalutazione del 60% farebbe scendere il debito pubblico greco dal 162% stimato a fine 2011 al 110% entro il 2020. L’adesione delle banche al salvataggio della Grecia dovrebbe restare volontario, ma fortemente "incentivato" dai Governi. Gli istituti di credito temono di dover iscrivere in bilancio perdite troppo consistenti.
o
L’IMPATTO SULLE BANCHE
Quali gli istituti di credito più colpiti?
Una svalutazione del debito greco del 50% e oltre colpirebbe innanzitutto le banche greche, quelle che hanno più titoli di Stato ellenici in portafoglio. Tra gli altri Paesi europei gli istituti più esposti sono quelli francesi (per 51,3 miliardi secondo gli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali aggiornati a fine giugno), seguiti da quelli tedeschi (33,5 miliardi) e britannici (12,6). Marginale l’esposizione delle banche italiane (3,9 miliardi). Anche per prevenire l’impatto di queste svalutazioni sui bilanci delle banche i Governi europei stanno discutendo della possibilità di ricapitalizzare gli istituti. Una decisione in merito è attesa entro mercoledì prossimo.
p
IL RISCHIO DEFAULT
Perché la Grecia non è stata lasciata fallire?
Perché si teme che un default greco sarebbe difficile da sostenere per alcune banche (in particolare quelle greche, ma anche quelle francesi) che hanno la maggior parte dei titoli di Stato ellenici in portafoglio. Inoltre una dichiarazione di bancarotta da parte della Grecia potrebbe innescare vendite sui titoli di Stato degli altri due Paesi che hanno ricevuto gli aiuti Ue-Fmi (Irlanda e Portogallo) costringendoli a loro volta all’insolvenza.
a
FUORI DALL’EURO?
Non sarebbe più semplice lasciar uscire la Grecia dall’euro?
No, i Trattati europei non lo prevedono. L’unica possibilità, prevista dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, è quella di un’uscita dalla Ue (non dall’euro) su richiesta di un Paese che deve però essere approvata dagli altri Stati a maggioranza qualificata. Inoltre, l’uscita di un Paese dall’Unione monetaria potrebbe avere un impatto devastante sulla sua credibilità, oltre ad avere costi economici immediati molto alti per lo Stato estromesso.