Massimo Sideri, Corriere della Sera 22/10/2011, 22 ottobre 2011
FONDO SALVA STATI. I CONTROLLI SPETTANO AI TECNICI TEDESCHI
In Lussemburgo è molto difficile che si lavori di domenica. Ma al numero 43 della Avenue John F. Kennedy, in centro città, c’è un ufficietto di appena 12 persone che domani seguirà con attenzione il vertice europeo sulle sorti dell’euro. A loro, un piccolo staff di superesperti guidati dal ceo Klaus Regling, sarà affidata l’operazione salvataggio. Sono le forze speciali dell’euro. I berretti verdi in giacca e cravatta della moneta unica. L’indirizzo è quello dell’European Financial Stability Facility, l’organismo noto come fondo salva Stati, un nome che ne raccoglie bene la complessità degli obiettivi. L’Efsf ha tante facce. Nato con le garanzie degli Stati è percepito come un organismo pubblico visto che la sua gestione e la forza di fuoco dipendono dalle decisioni prese da capi di Stato e di governo. Eppure è strutturato come una Sgr a tutti gli effetti, perfino nella sede fiscale. Solo il controllo del rischio è seguito a Berlino dagli esperti della Finance Agency Gmbh, nella sostanza il ministero delle Finanze tedesco. È di fatto la più grande società di gestione del risparmio europea con una dotazione potenziale che parte dai 440 miliardi che i Paesi europei hanno già garantito — l’Italia è il terzo contribuente con 78 miliardi pari al 19,2%, dopo la Germania (119 miliardi: 29,1%) e la Francia (89 miliardi: 21,9%) — e che potrebbe arrivare, secondo le discussioni in corso, a circa mille miliardi. I contorni in realtà sono ancora poco definiti. Tutto è in divenire al numero 43 della Avenue Kennedy. Nato il 7 giugno del 2010 sotto forma di organismo «temporaneo» con una previsione di vita di soli 3 anni, l’organismo potrebbe presto divenire permanente, una sorta di Fondo monetario europeo. Un documento di orientamento in tal senso sarebbe già stato preparato in vista del vertice di domani. Le condizioni sono strutturalmente cambiate dal giugno del 2010: allora, nonostante le prime avvisaglie di serie difficoltà da parte dei Piigs, si poteva ancora sperare in un profilo «congiunturale» per la crisi. Ma dallo scorso agosto il quadro non ha fatto che peggiorare, fino a paventare addirittura la possibilità di un disastroso default da parte delle economie più grandi. Un evento che potrebbe determinare uno tsunami finanziario che le economie moderne non hanno mai sperimentato se non in parte con il grande crac del ’29. Nel suo libro «Il contagio», Loretta Napoleoni si è presa la responsabilità di mettere nero su bianco che anche l’Italia potrebbe non riuscire a pagare il proprio debito pubblico. In molti hanno storto il naso ma anche il consigliere delegato della principale banca italiana Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, non si è sentito di escluderlo a priori. Insomma, nel giro di appena 12 mesi c’è stato un salto di consapevolezza su quanto sta avvenendo: la crisi o il rallentamento permanente dell’Occidente potrebbe diventare la condizione normale. L’emergenza potrebbe assurgere a fenomeno permanente. Con quest’aria il fondo non può che essere al centro di una trasformazione radicale. Tra le ipotesi in campo c’è quella di definire il suo passaggio da Sgr a vera e propria banca, cosa che in realtà è già parzialmente visto che ha curato tre emissioni obbligazionarie. Il 25 gennaio scorso è stato emesso il primo bond pro Irlanda con scadenza 2016 e coupon 2,75%. Il 15 e il 22 giugno è stata la volta di altri due bond, questa volta a favore del Portogallo, con scadenza 2021 e 2016 e coupon rispettivamente del 3,375 e 2,750%. La domanda è stata altissima grazie alla garanzia dell’Efsf che ha trasformato un po’ il «fango» in oro, grazie alla tripla A su un’emissione per i due Paesi in maggiore difficoltà in quel momento. Un’altro degli utensili — o delle armi — a disposizione della task force è l’acquisto diretto di debito pubblico proprio come fino ad ora ha fatto la Bce anche per l’Italia e la Spagna. Ma fino a qui si tratta di interventi di prevenzione per evitare che si arrivi al vero problema, il default. Non sarebbe il primo: l’Argentina ha già dimostrato nel 2001 che un Paese può paradossalmente sopravvivere al proprio crac, anche se a dieci anni da quell’evento traumatico si può concludere che le vittime sono state almeno tre: i risparmiatori (molti italiani); la classe media del Paese spazzata letteralmente via dal crac e le emissioni di nuovi bond pubblici sul mercato. I Tango bond sono ormai un famigerato marchio di fabbrica. Ma nel caso dell’Europa, alle tre vittime se ne aggiungerebbe una quarta eccellente: la moneta unica. È per questo che nella sua natura multiforme il fondo, un po’ sminatore un po’ pompiere, ha anche il compito di intervenire in caso di esplosione e incendio. Sarà proprio questo il nocciolo della discussione di domani: quale potrà essere la leva dell’Efsf? La questione è talmente delicata che ha incrinato la finora solidissima liaison tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel: la Germania vuole difendere la linea del rigore e vorrebbe limitare al 20% la copertura di eventuali perdite sovrane. La Francia, in ansia per la possibile perdita della grandeur finanziaria, la tripla A, vorrebbe aumentare questa quota accrescendo la leva. La politica dovrà fare i conti domani anche con la sensibilità e la credibilità dei mercati.
Massimo Sideri