Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 22 Sabato calendario

IL PREMIER: PRONTO A REAGIRE CON DUREZZA – È

pronto a trasformare un’eventuale « aggressione politica personale » in una « difesa degli interessi nazionali » , così il premier si prepara al vertice europeo.
L’ansia della vigilia attanaglia Berlusconi, consapevole che è complicato rompere l’accerchiamento quando non si hanno armi, quando cioè un governo non dispone dei fondi necessari per predisporre un piano di sviluppo degno di tale nome. Ma il Cavaliere non intende cedere alle pressioni che vengono da Roma e da Bruxelles, non si presenterà da imputato politico dinnanzi ai partner europei. Insomma, non accetterà di fare da capro espiatorio, da vittima sacrificale su cui «scaricare i dissidi franco-tedeschi sulla gestione della crisi».
E semmai la Merkel e Sarkozy dovessero tentare l’affondo, il premier si dice «pronto e determinato a reagire in maniera dura»: «Non devono spiegare a me come fare. Ho creato dal nulla un’azienda con decine di migliaia di dipendenti», si impunta come per farsi forza. Per una volta Gianni Letta annuisce e non ammonisce, siccome il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sa che passa da Bruxelles la linea del Piave dell’esecutivo, e che non c’è un unico colpevole per la situazione in cui versa l’economia dell’Unione.
Scagli il primo bilancio chi è senza peccato. Certo, il peccato originale dell’Italia è il debito pubblico che rischia di inghiottirla, «un mostro che — prosegue Berlusconi — abbiamo ereditato dal passato, dalle maggioranze delle ammucchiate», giusto per ricordarlo a quanti auspicano un governo di grande coalizione «o di responsabilità nazionale, come lo chiamano oggi»: «E comunque, per quanto il nostro debito sia elevato, siamo sempre riusciti a onorarlo. E continueremo a farlo».
Perché non solo «l’Italia non è la Grecia», «la verità — quella che racconta il Cavaliere — è che finora abbiamo fatto fronte a tutte le richieste, e in poco tempo, anche davanti alle emergenze. Tutto ciò che era possibile fare, questo governo l’ha fatto: abbiamo i fondamentali in ordine, saremo il primo Paese che arriverà al pareggio di bilancio, i dati economici smentiscono le tesi decliniste».
All’irritazione per le pressioni di Confindustria, si è aggiunta ieri per il premier una forte arrabbiatura dovuta alla frustata dell’Unione Europea, che con linguaggio spiccio e poco diplomatico ha chiesto al governo «nuove e urgenti misure per la crescita». Più che un biglietto d’invito al vertice di Bruxelles, è parso un avviso di mora verso un socio di club inadempiente. Non che Berlusconi sia stato colto di sorpresa, dopo certe «singolari telefonate» ricevute da alcune cancellerie europee. Con la Merkel, per esempio, in questi giorni ha avuto almeno due colloqui. Perciò è falso — almeno così sostiene il premier — che si sia contrariato per la conversazione tra il capo del governo tedesco e Napolitano.
Il punto è un altro, è il gioco politico che si muove attorno al capezzale dell’Europa. «In giro per le capitali è tutto un pianto», racconta il titolare delle Infrastrutture, Matteoli: «C’è una gara ad autoconsolarsi. I tedeschi dicono che i francesi stanno messi peggio. I francesi dicono che stanno messi peggio gli italiani. Noi italiani diciamo che stanno messi peggio gli spagnoli... E così via, fino alla Grecia». Ma il gioco dello «scaricabarile» di Germania e Francia sull’Italia, per Berlusconi è inaccettabile. Di questo ha discusso con i suoi ministri, mentre esaminava il decreto sviluppo. E sottolineando la propria «esperienza» di vertici europei, «dove sono il più anziano tra i partecipanti», ha ricordato quando accanto a lui «c’erano personaggi come Kohl e Mitterrand». È stato un modo per innescare il paragone con i loro successori, tra chi «gira l’Europa quasi fosse il presidente del Consiglio dell’Unione», e chi vorrebbe trasformare il proprio Paese da «locomotiva economica» a «guida politica» dell’Ue.
Tutti comunque nel Vecchio Continente (e anche nel Nuovo) sono accomunati dalle stesse difficoltà, dal rischio concreto di scontare la crisi nelle urne. In questo c’è un filo rosso che lega Berlusconi a Sarkozy e Merkel, sebbene il premier si senta da qualche giorno un po’ sollevato: non si sa come, il Pdl è rimbalzato nei sondaggi, mentre il Pd è calato. Lo dicono anche i test commissionati da Bersani. E per chi sta a capo di un governo boccheggiante, ogni decimale in più è ben accetto.
Ma servirebbe altro per rilanciarsi nel Paese, per esempio un po’ di soldi da iniettare nel circuito economico. Invece il decreto sviluppo sarà figlio del «costo zero», e Berlusconi non vede «un’idea forte» con cui riacchiappare la pubblica opinione. «Certo lo sviluppo non si lo può fare per decreto», il Cavaliere lo rimarca: «In una fase come questa, i governi non possono far crescere l’economia più di tanto. Obama ci ha messo dei mesi per varare un piano che alla fine si è rivelato insoddisfacente».
Però qualcosa vorrebbe farla il Cavaliere, quei fondi sarebbero un’arma con cui rompere l’assedio di Roma e di Bruxelles. Invece è accerchiato anche da Tremonti, che gli dice sempre e solo «no», che gli rammenta — prendendone le distanze — l’ultima manovra e «come avete pasticciato». Il ministro dell’Economia ha preso l’impegno di lavorare a un accordo con la Svizzera sui capitali italiani depositati nelle banche elvetiche, e che potrebbero fruttare 25 miliardi: «Ma ti avviso Silvio, ci vorrà tempo».
E «Silvio», che di tempo non ne ha, deve recuperare subito altri 4 miliardi per coprire le misure varate nell’estate, e deve scegliere se prelevarli dalle agevolazioni fiscali o dai fondi per il sociale: «Il sociale no, non si tocca». È tutto un colpo di forbice, il resto sono idee che a breve termine appaiono irrealizzabili. La sburocratizzazione non fa sognare gli italiani e nemmeno il Cavaliere, che avverte l’assedio a Roma come a Bruxelles, e vorrebbe avere al proprio fianco gente fidata: «Ma da presidente del Consiglio non ho nemmeno il potere di cambiare un ministro. Se volessi sostituire, facciamo un nome a caso, Tremonti, non potrei farlo».
Francesco Verderami