Varie, 24 ottobre 2011
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Shimamoto Shozo
• Osaka (Giappone) 1928. Artista • «“Io credo che la prima cosa da fare sia liberare il colore dal pennello. Se in procinto di creare non si getta via il pennello non c’è speranza di emancipare le tinte. Senza pennello le sostanze coloranti prenderanno vita per la prima volta”. Così Shozo Shimamamoto scriveva più di cinquant’anni fa sulla rivista del movimento Gutai di cui era tra gli esponenti di punta. [...] “Create ciò che non è mai esistito prima” è stato l’insegnamento del suo maestro Jiro Yoshihara in un Giappone appena uscito dalla guerra e in crisi d’identità. E a quell’insegnamento con i suoi Bottle Crash, sperimentati per la prima volta nel 1956, Shimamoto si è sempre mantenuto fedele. “Mai imitare”, era l’altra regola, del Gruppo Gutai che da un lato si rifaceva ad esperienze della cultura giapponese (la calligrafia poco ortodossa, fatta di sbavature e sgocciolamenti, di Nantembo) e dall’altro aveva metabolizzato la filosofia delle avanguardie europee di inizio secolo come il Dada e il Surrealismo. E con queste avanguardie si sentiva in sintonia soprattutto su un punto: quello che conta non è tanto l’opera ma il modo, il gesto, con cui si realizza. Su questa strada, come riconoscerà lo stesso Allan Kaprow, i giapponesi come Shimamoto anticipano gli happening e le perfomance che qualche anno dopo irromperanno sulla scena dell’arte dall’altro lato del Pacifico. Sono debitori però di Pollock, la cui opera era conosciuta da Yoshihara. Ma se nei drapping dell’espressionismo astratto c’è ancora un barlume di controllo del processo creativo da parte dell’artista, in Shimamoto è il caso a regolare la stesura del colore. Negli Anni 40 Shimamoto aveva anche sperimentato la tecnica dei buchi, senza conoscere Fontana (forse cogliendo una sorta di zeitung o “sentimento del tempo” presente in punti diversi del mondo). [...]» (Rocco Moliterni, “La Stampa” 17/11/2008) • «Il colore appartiene alla materia e questa si spiritualizza con quello: sempre che non intervenga il pennello, che alla materia è ostile, e la schiaccia, la tormenta, la sfibra. Molto meglio una bottiglia piena di colore-materia, lanciata a terra, su un quadrato di tela o su una forma di gesso, magari una Venere antica, dolce e nuda. Tutto ciò è Gutai, che vuol dire “concretezza”: dello spirito e della vita che attraversano il mondo. Il gruppo è nato in Giappone all’inizio degli anni Cinquanta, formato da personaggi singolari, cultori dello Zen [...] Shozo Shimamoto, uno dei protagonisti Gutai [...] Sin da giovane ha subito il fascino del grande “sacerdote” del gruppo, Jiro Yoshihara, il samurai stanco ma non domo, scomparso negli anni 70, che ha risposto al disastro bellico ed atomico con la predicazione di un’arte d’amore. Visionari e mistici tutti, questi adepti di una magia rintracciata nel colore o nella sorpresa di un segno che si fa parola, e di una parola che si sgrana in una traccia spruzzata e abbandonata sul quadrato di una tela. A volte si è ritenuto che Gutai rappresentasse la risposta giapponese all’Action Painting americana: non è così. Che fosse in collegamento con l’antenato Dada: fino a un certo punto. Forse, invece, il riferimento di maggior conto è il Roussel delle Impressioni d’Africa. Comunque sia, solo tardi ci si è accorti che i compagni di strada più probabili sono ancora oggi quei “folli” di Fluxus; Maciunas e Philip Corner soprattutto. Anche Shozo Shimamoto, come molti suoi colleghi ed amici Gutai, da Kanaiama a Shiraga, ha fatto fatica ad emergere. Ma poi hanno vinto l’ostinazione e la poesia. E mentre spesso gli artisti europei del nostro tempo ci fanno sognare l’arte, in tutti i sensi, Shimamoto ci accompagna nel sogno complesso della vita» (Giorgio Cortenova, “Corriere della Sera” 30/11/2008) • Vedi anche Dario Pappalardo, “la Repubblica” 23/10/2011.