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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

MR PULITZER

Di leggi bavaglio e di intercettazioni proibite, il figlio del mercante ebreo di Budapest non poteva sapere nulla quando divenne editore del suo primo giornale, nel 1872, ma sui vizi e sulle paure del potere non aveva dubbi. «Non c´è truffa, non c´è malaffare, non ci sono corruzione o disonestà che non abbiano bisogno del segreto per poter esistere» spiegò Joseph Pulitzer nel suo inglese ancora un po´ incerto ai redattori del St. Louis Dispatch, il quotidiano del Missouri che aveva fondato. «Il vostro dovere è lacerare questi veli di segreto. La repubblica americana crescerà o languirà insieme con la libertà della informazione».
A cento anni dalla sua morte, avvenuta il 29 ottobre del 1911 a bordo dello yacht che teneva ancorato nel porto di New York, reso cieco dalle sedici ore al giorno, tutti i giorni, trascorse leggendo e scrivendo alla propria scrivania, il nome del «piccolo, vile ebreo che tradisce la propria gente» come lo insultarono i concorrenti del Sun sperando di alienargli le simpatie dei lettori ebrei dopo la sua conversione al cristanesimo, continua a vivere non soltanto nel massimo riconoscimento giornalistico, letterario e artistico del mondo, accanto al Nobel. Il messaggio, l´esortazione, l´utopia, la retorica, del suo appello sono scolpiti, seppure non sempre rispettati, nella cultura e nelle aspirazioni di ogni giornalista americano, che sia una "grande firma" riverita della stampa, un laccato "mezzo busto" da teleschermo o una ragazza sconosciuta che arranca nel nuovo oceano della Rete.
Come tanto spesso nella storia americana, c´era voluto un immigrato, un miserabile sbarcato con le pezze al sedere dopo che l´azienda granaria fondata dal padre nell´Ungheria asburgica era fallita, non per inventare, ma riscoprire la natura e il senso del «grande esperimento» della democrazia, quello che Thomas Jefferson aveva riassunto, un secolo prima, nella massima: «Meglio una libera informazione senza governo, che un governo senza libera informazione». Pulitzer, che leggenda vuole fosse arrivato nel porto di Boston a nuoto dopo essersi gettato da una nave merci, non parlava neppure l´inglese e quando volle arruolarsi nel 1862 fra le Giubbe Blu del Nord nella Guerra Civile, fu messo in uno speciale reggimento, il Lincoln Cavalleria del Massachusetts, dove erano stati concentrati tutti gli immigrati di lingua tedesca.
Al giornalismo, che avrebbe reso celebre lui e che lui avrebbe cercato di rendere una professione e non soltanto un mestieraccio, arrivò attraverso la propria ignoranza dell´inglese. Si spinse nel Missouri, a St. Louis, perché la comunità tedesca era fortissima e pubblicava un quotidiano, il Westliche Post, il "Post d´Occidente", dove riuscì a infilarsi, salendo i gradini fino alla proprietà e alla direzione. La sua fu una scalata prodigiosa, visto che aveva in tasca soltanto i settantacinque centesimi ottenuti vendendo un fazzoletto di pizzo bianco ereditato dalla madre e dormiva nei carri merci fermi agli scali. Al giornale era arrivato dopo avere lasciato il solo lavoro che fosse riuscito a trovare nel Missouri: quello di conduttore di quattordici muli che lo fecero disperare. Ma che furono evidentemente un´ottima preparazione per imparare a guidare una redazione.
Sia nel giornaletto in tedesco, poi al quotidiano principale di St. Louis, il Dispatch (che ancora esiste) e infine al New York World che comperò grazie al successo nel Missouri, la formula del suo successo sarebbe sempre rimasta identica. Un lavoro da mulo, ogni giorno dalle dieci del mattino fino alle due di notte con i lumi a petrolio, e un naso implacabile per gli scandali e la corruzione che si nascondevano dietro i panciotti e le catene d´oro dei politicanti, dei boss, dei finanzieri, nell´America della rivoluzione industriale e dell´espansione selvaggia, dove il danaro sporco era «più grande del Mississipi», come scrisse. E redattori disposti a tuffarvisi senza timore di annegare perché, coperti dal proprietario-direttore, potevano nuotare senza mai andare a secco. Il World, che lui comperò al fallimento, con quarantamila dollari di perdite annue, una somma da moltiplicare per cento in dollari di oggi, arrivò a vendere la sbalorditiva cifra di seicentomila copie al giorno.
Il potere, naturalmente, non stette a guardare. Fu querelato, addirittura dal presidente Thedore Roosevelt, più volte e sempre assolto. Il concorrente principale, quel William Randolph Hearst inventore dello yellow journalism, del giornalismo scandalistico e romanzato, colui che ricordava ai dipendenti che «il solo dovere morale di un giornalista è vendere più giornali», lo assalì con gli insulti razzisti dalle pagine del Sun. Pulitzer risponde adottando la stessa formula editoriale, quella che il citizen Charles Foster Kane in Quarto potere, il film per cui Orson Welles si ispirò proprio a Hearst, aveva riassunto in questa frase ai suoi: «Non abbiate paura di pubblicare notizie false, sono quelle che piacciono di più ai lettori». Ma alla fine rinunciò a questa gara al ribasso.
Ormai molto ricco - lascerà alla sua morte trenta milioni di dollari, una fortuna - confinato sempre più nel suo yacht dalla cecità, Pulitzer decise di imprimere la propria impronta nell´industria che lo aveva arricchito e salvato dai muli e dai carri merce. Istituì, attraverso la Columbia University, quella facoltà di giornalismo che sarebbe stata poi il modello per ogni altra e il premio, al quale chi pubblica libri, articoli, servizi audio o video, inchieste ambisce più che a ogni altro. Non certo per i soldi, visto si tratta di appena diecimila dollari. Il sogno di Pulitzer, sempre inseguito e mai realizzato del tutto, si sarebbe comunque tradotto in una lunghissima serie di trionfi della libertà di stampa all´intero di norme e di regole protette da tutti i tribunali fino alla Corte Suprema, dalla battaglia contro i boss politici che stringevano in pugno New York fino alle rivelazioni sulle torture e le menzogne attorno alla guerra in Iraq passando per l´apoteosi del Watergate.
Chi visita New York, può vedere anche oggi un pezzo della sua eredità, piantato nel mezzo del porto. È il piedistallo sul quale poggia la Statua della Libertà, che Pulitzer pagò attraverso una sottoscrizione lanciata dal suo quotidiano, per trovare una collocazione alla gigantesca fanciulla di bronzo fusa da Gustave Eiffel che giaceva nei magazzini francesi. Dunque, senza Pulitzer e senza la sua fede nel giornalismo, non ci sarebbe la Libertà. Nel senso della statua, ma non soltanto.