CARLO BONINI , la Repubblica 23/10/2011, 23 ottobre 2011
E IL GLOBETROTTER DELLA VIOLENZA DISSE AL TELEFONO "VOLEVAMO DARE FUOCO ANCHE AL CARABINIERE" - ROMA - C´è
una voce stravolta dall´adrenalina che racconta meglio di ogni possibile immagine l´odio dei «neri». E con lui, il rogo del blindato dei carabinieri che, in piazza san Giovanni, deve diventare un forno crematorio per il militare che ne stringe terrorizzato il volante. È la voce di Leonardo Vecchiolla, il ragazzo sannita studente a Chieti cui, ieri pomeriggio, è stato negato l´ultimo palcoscenico: la Val di Susa. Sono pochi secondi di una conversazione telefonica intercettata, che valgono due vite. La sua (la telefonata è la prova che accusa Leonardo di tentato omicidio). Quella del ragazzo in uniforme - «il bastardo» che «scappa» - che da Leonardo e i suoi compagni d´odio era stato condannato ad ardere vivo in un pomeriggio di sole. Eccole dunque quelle parole.
Sono le 18.20 di sabato 15 ottobre. Piazza san Giovanni brucia delle fiamme delle molotov, come prima di lei hanno bruciato via Cavour e via Labicana. Nel carosello impazzito di mezzi, uomini, sassi, lacrimogeni, un blindato dei carabinieri viene isolato. Una trave ne sfonda l´abitacolo, sfigurando il guidatore. Tre, quattro mani, accendono il trofeo di lamiera come un albero della cuccagna, dopo averne marchiato i portelloni posteriori con un acronimo - Acab - di cui conoscono il significato (All cops are bastards, tutti i poliziotti sono bastardi), ma non, forse le antiche stimmate naziskin. Leonardo è lí. Gode di quel rogo che ha appiccato, ma chi sa - lui che è studente di psicologia - se ha mai ragionato su quella rabbia che lo mangia, sulla violenza che gli guida la mano. Certo, non può ignorarne il tratto narcisista, feticista. Perché Leonardo, in quegli istanti di baraonda, di urla, sirene, sangue, ha un´urgenza. Afferrare il suo cellulare e chiamare "Mariolino", l´amico con cui è cresciuto e che è rimasto al paese, ad Ariano Irpino, quello che Leonardo si è lasciato alle spalle, senza un solo rimpianto, il giorno in cui si è iscritto all´università di Chieti. Già, Leonardo sa che le cose accadono solo a chi le sa o può raccontare. E lui non può aspettare un solo istante. Anche perché non immagina che "Mariolino" ha i "telefoni sotto" per una storia di droga su cui indagano la Procura e i carabinieri di Ariano.
Squilla dunque il cellulare di «Mariolino».
M: «Pronto. «
Leonardo: «Oohh... Abbiamo incendiato una camionetta. Te la dedico a te, Marioli´»
M: «E quelli che stanno dentro?».
L. «Eehh. Se n´è scappato al volo. Al volo... Scappato... Bastardo! Altrimenti mettevamo a fuoco anche lui».
Alle 18.21 di sabato 15 ottobre, il carabiniere che doveva ardere nel suo mezzo è, per un caso, «solo» una maschera di sangue. Ma è vivo. Mentre il tempo di Leonardo comincia a correre alla rovescia. L´intercettazione ascoltata ad Ariano Irpino viene trasmessa con urgenza al procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti, che procede per le violenza del 15. E nell´atto c´è un altro frammento del paradosso italiano. Il presidente del Consiglio che, sabato sera, chiede con piglio corrucciato di assicurare alla giustizia i «neri» e pensa, con il suo ministro dell´Interno, a norme eccezionali, non immagina neanche, infatti, che la caccia a Leonardo può cominciare grazie all´opposizione che una parte del Paese ha fatto alla sua riforma della legge "ordinaria" sulle intercettazioni telefoniche. Con quella riforma, infatti, quanto involontariamente scoperto in un "ascolto" disposto per droga su un violento che ha appena tentato di commettere un omicidio non sarebbe una prova utilizzabile. Con questa legge "ordinaria", sì. E dunque la caccia comincia.
Dura pochi giorni. Il tempo, per il Ros dei carabinieri di accamparsi davanti alla casa dello studente di Chieti. E rigirarsi per le mani, in lunghi pedinamenti e ascolti telefonici, le giornate e le notti interminabili di un narciso di 23 anni, che il giorno in cui nacque la seconda Repubblica cominciava a frequentare la prima elementare. Un ragazzo con una passione per le canne, che frequenta a tempo perso un centro sociale e non resiste all´idea di raccontare alle sue amiche quello che fa o ha in animo di fare. Già, parla, parla, parla Leonardo. Il 21 ottobre, venerdì, vorrebbe tornare a Roma per la manifestazione della Fiom, ma capisce che non è aria di casino. «Meglio domenica in Val di Susa», confida. Anche perché lì è già stato. La decisione è di venerdì a mezzanotte. Chiama di nuovo un´amica, per informarla. E quindi si rimette al telefono alle 3 del mattino di sabato. Ancora con una ragazza. In Piemonte, sale da solo, almeno così fa capire, con un treno che parte da Pescara nel pomeriggio. Ha bisogno di uno strappo in macchina fino alla stazione. Nello zaino, Leonardo infila quello che gli troveranno i carabinieri al momento del fermo. Degli occhialetti da piscina, una piccola tronchesi, dei guanti da carpentiere, delle bandiere e dei volantini con il logo «No-Tav». È un viaggio che non farà.