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 2011  ottobre 24 Lunedì calendario

SCHEDONE GHEDDAFI

(disordinato)

«Avremmo preferito vederlo comparire davanti alla corte internazionale dell’Aja». (Franco Frattini) [Corriere della Corra 22/10]

«Sono fiducioso che il popolo libico costruirà un futuro di cui essere orgogliosi» (Principe Mohammed Al-Senussi, pronipote di Re Idris)

Accanto al comando dei twar, fra manichini vestiti con la camicia di seta del dittatore e trofei militari, il giovane Mohamed Behlil racconta: «Ero accanto alla squadra che l´ha preso, ho visto i corpi delle sue guardie e del ministro della Difesa Abdelkader Yunis, proprio all´uscita di quel tubo. Gheddafi era ferito alle spalle e alle braccia, non aveva nulla alle gambe, camminava». [Cadalanu, la Repubbica 22/10]

Un video mostra il 36enne che spendeva milioni per festini con pop star mondiali, consigliere per la sicurezza nazionale con un ruolo chiave (pare) nella repressione. Già prigioniero, barba e capelli lunghi, è in canottiera e sporco di sangue. Ma è vivo: beve acqua e fuma una sigaretta. Poi, sullo stesso divano, le immagini del suo cadavere con una ferita mortale alla gola e una all’addome, che prima non c’erano. Ucciso a sangue freddo, quindi. Come il padre. [Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 22/10]


Mutassim. Lo abbiamo visto in mattinata nel container frigorifero di «campo Abad», una zona industriale posta circa a 5 chilometri di distanza dal «Mercato Africano». Nei due container vicini stanno accatastate carcasse di pecore e montoni. «Abbiamo separato Mutassim dal padre per evitare che ci fosse troppa confusione tra i visitatori», spiega il proprietario del complesso, Najmi Omar. Il corpo di Mutassim sembra comunque meno danneggiato. Alla gola mostra il foro di entrata di un proiettile sparato a bruciapelo. Un’esecuzione vera e propria. E il lobo destro del cervello è stato chiaramente sfondato, la mandibola dislocata, diversi denti rotti. Almeno altri due proiettili lo hanno colpito nella zona dello stomaco. Ma per entrambi, padre e figlio, non ci sono referti medici. «Probabilmente effettueremo le autopsie nelle prossime ore», ha detto ai giornalisti Othman al-Zintani, medico all’obitorio dell’ospedale locale. [Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera, 22/10]

Mutassim è sui bancali di legno, una coperta arancione come materasso, nudo, solo un lenzuolo di garza azzurra e un altro verde a coprirlo appena. Barba e capelli sono un misto di sangue e sabbia, ha un buco sotto la gola, un secondo in mezzo al petto, un terzo alla gamba sinistra. «E qui sotto - indica Anwar, e pare un esperto becchino - si vede il segno del prelievo per l’esame del Dna. L’abbiamo fatto anche al padre, in modo che nessuno abbia mai più un dubbio. È finita davvero». [Giovanni Cerruti, La Stampa 22/10]


segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen: tutte le operazioni cesseranno il 31 ottobre, «sarà una svolta netta e completa, nessun mezzo della Nato resterà nell’area», e fino a quel momento «si manterranno le capacità militari per proteggere la popolazione civile e assicurare il controllo» della regione. [Luigi Offeddu, Corriere della Sera 22/10]

•Dopo lo scoppio della guerra civile in Libia il Consiglio di Sicurezza Onu approva la risoluzione 1973, che impone il cessate il fuoco e la no-fly zone sui cieli libici a difesa dei civili. Per farla rispettare, il 19 marzo la Francia comincia gli attacchi, seguita poi da Usa, Gran Bretagna, Italia, Danimarca, Norvegia e Canada [Corriere della sera 22/10]


Dal 31 marzo la Nato ha in mano il comando delle operazioni, col supporto della Svezia e di tre Paesi arabi (Giordania, Qatar, Emirati). In sette mesi oltre 26 mila missioni aeree, di cui circa 9.600 attacchi contro obiettivi specifici. Il costo dell’operazione è stimato al 30 settembre in circa 1,1 miliardi di dollari. [Corriere della sera 22/10]


203 i giorni della missione della Nato in Libia. Il consiglio nazionale di transizione afferma che dallo scorso febbraio sono morte 20-30mila persone

Il jumbo PanAm esploso a Lockerbie (Scozia) il 21 dicembre 1988. Un attentato attribuito ai servizi libici. 270 vittime, il principale accusato, l’agente Al Megrahi. Guido Olpimpo: «È stato rimandato dagli scozzesi in Libia perché “in fin di vita” e in cambio della promessa di contratti petroliferi. [Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

Un reticolo di trame che non ha risparmiato neppure l’Italia. Come non pensare alla. [Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

Così come era in grado di mettere la parola fine al giallo dell’imam Mussa Sadr, guida spirituale degli sciiti svanito dopo un viaggio in Libia nel 1978. I suoi seguaci hanno conservato in questi anni la speranza che fosse ancora in vita. Un ex giudice militare ha invece affermato, alla metà di settembre, che il religioso è stato assassinato dopo una furiosa lite con il Raìs. Il suo corpo è stato sepolto prima a Sirte, quindi a Sebha. Poi il regime ha fatto partire alla volta di Roma un sosia dell’imam. Una brutta vicenda per la quale l’Italia è stata considerata — a torto o a ragione — complice del piano. L’inchiesta è comunque ancora aperta. [Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

Dall’imam al «Serpente». Dal 1983 all’85 Roma è teatro di attentati devastanti del gruppo di Abu Nidal. I fedayn colpiscono diplomatici, l’aeroporto, il celebre Café de Paris. A coordinare gran parte degli attacchi è un professionista del terrore, Samir Kadr o Kadar, detto «il Serpente». Ex elettricista, diventato «ufficiale» di Abu Nidal, si trasferisce nella capitale italiana che diventa la sua base operativa. Ha un ufficio vicino a via Veneto e gestisce una società di copertura. Furbo, spietato, fa credere di essere morto in un attacco ma il trucco non funziona e le polizie europee lo cercano ovunque. Dopo la strage di Fiumicino (1985) si rifugia in Svezia con la moglie finlandese conosciuta proprio al Café de Paris. Dalla Scandinavia organizza il dirottamento di un jet americano a Karachi, azione che si conclude con un massacro. Il «Serpente», però, striscia via usando un’altra società — la Al Alamia — come paravento. Vende scarpe e auto, intanto aiuta il suo gruppo. E viaggia moltissimo. L’intelligence lo segnala in Bolivia, quindi in Sudan, infine a Tripoli. È lì l’ultimo indirizzo — si fa per dire — conosciuto. Un criminale protagonista di una campagna di sangue finanziata dai dollari del Colonnello.
[Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

1980, Ustica L’aereo colpito

1 Il Dc9 Itavia esplode in volo e si inabissa nelle acque tra Ponza e Ustica con 81 persone a bordo, il missile che abbatte un volo dell’Itavia nel cielo e nel mare di quell’isola, resta il simbolo più efficace e più significativo di questo intreccio di interessi strategici internazionali, e di mistificazioni politiche, che hanno accompagnato nella tomba, ormai per sempre, i «misteri» di Gheddafi. Il depistaggio continuo, gli atti spregiudicati di disinformazione, le menzogne ufficiali che coinvolgevano alti gradi militari del nostro paese, della Francia, del comando Nato di Napoli, sono pezzi d’una storia che s’è fatto di tutto - da chi poteva - perché non si chiarisse mai. In questa storia (che poi ebbe una coda in un caccia libico precipitato sulle terre di Crotone), Gheddafi, e un attentato contro di lui, sono rimasti sempre sullo sfondo, legando al destino del Qaìd di Tripoli interessi politici che paiono essere stati manovrati ben al di là del ruolo di Roma o di Parigi.

Igor Man: «Ha resistito sulla scena internazionale privilegiando due opzioni: il terrorismo come arma dissuasiva nei confronti dell’ccidente, un ambigua conflittualitˆà con l’Italia. [...] Nano politico ma gigante economico lottò˜ in passato per convincere Sadat a fare dell’Egitto e della Libia una sola nazione. Per eliminare Israele. (Igor Man, la Stampa 21/12/2003).

TRIPOLI — Dopo il ragazzo con la pistola d’oro, spunta un altro giustiziere di Muammar Gheddafi. In un video diffuso ieri, un giovane ribelle sostiene di aver catturato il Raìs prima di ucciderlo con due pallottole, una nuova versione che getta ancora più confusione sulle circostanze della morte del Colonnello. Il miliziano dice di appartenere ad una brigata di Bengasi e si identifica con il nome di Hassan Al-Sadek al-Oureibi, 22 anni. Nel video mostra, come prova del suo racconto, un anello d’oro (nella foto), che sostiene di aver strappato a Gheddafi: sarebbe la fede del matrimonio con Safiya, e riporta iscritta la data delle nozze: 10.09.1970. Nel video viene anche mostrata una giacca macchiata di sangue, presumibilmente di Gheddafi, che il giovane sostiene di avergli sottratto. [Corriere della Sera, 22/10]

Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī semplificato in italiano come Muammar Gheddafi, è nato a una ventina di chilometri a sud di Sirte il 7 giugno 1942. «Unico figlio maschio, faceva pascolare capre e cammelli, raccoglieva l’orzo e il grano, e aveva il dovere, l’onore, di imparare a leggere il Corano. I genitori non avevano conosciuto quel privilegio. Del Corano conoscevano a memoria molti versetti, ma non sapevano leggerlo». [Bernardo Valli, la Repubblica 21/10]

A sei anni, mentre giocava con due cugini, è esplosa una mina lasciata dagli italiani durante la colonizzazione. I suoi compagni sono morti e a lui è rimasta una cicatrice sul braccio destro: «Era come un marchio che gli ha ricordato per tutta la vita i dominatori coloniali». Nel 1956 frequenta la scuola coranica di Sirte, la facoltà di Legge e l’Accademia militare di Bengasi. Fa un corso di sei mesi alla Royal Military Academy di Sandhurst nel Surrey. [Bernardo Valli, la Repubblica 21/10]

Il 26 agosto del 1969, Gheddafi, 27 anni, autopromossosi colonnello alla guida del Consiglio del Comando della Rivoluzione, autoproclamotosi «faro del mondo arabo», ha cacciato dal trono Idriss, con un golpe, che da emiro della Cirenaica era diventato re della Libia. Bernardo Valli: È un giovane ufficiale di 27 anni, fotogenico, asciutto, i lineamenti regolari, sobrio nel linguaggio, che ha abbattuto una monarchia debole e corrotta. E che ha il coraggio di espellere le basi militari americane e britanniche. Un anno dopo espellerà anche gli italiani, tranne quelli che lavorano alla Fiat e all’Eni». [Bernardo Valli, la Repubblica 21/10]


Nel 1973 inizia una rivoluzione culturale. Valli: «Invita a bruciare libri stranieri, in particolare quelli dei “comunisti ebrei” La sola lettura nobile resta il Corano, una guida per gli amici della rivoluzione. Nel 1976 esce il Libro Verde, in cui si teorizza una terza via, una forma di governo inedita, articolata in congressi di base, ai quali appartengono automaticamente i cittadini, e in altrettanti comitati più ristretti, in sindacati, in associazioni, che formano una piramide al vertice della quale c’è il Congresso generale del popolo, istanza suprema della Jamahiriya, vale a dire lo Stato delle masse. Una forma di socialismo ispirato a suo avviso dall’Islam, che resta nel messaggio eterno. Nel frattempo, sentendosi abbastanza robusto, Gheddafi avvia nel 77 una forte repressione, e uccide una trentina di oppositori. [Bernardo Valli, la Repubblica 21/10]

Il 21 giugno 1980 un Dc-9 Itavia abbattuto dopo un battaglia aerea, muoiono 81 passeggeri.

Così come era in grado di mettere la parola fine al giallo dell’imam Mussa Sadr, guida spirituale degli sciiti svanito dopo un viaggio in Libia nel 1978. I suoi seguaci hanno conservato in questi anni la speranza che fosse ancora in vita. Un ex giudice militare ha invece affermato, alla metà di settembre, che il religioso è stato assassinato dopo una furiosa lite con il Raìs. Il suo corpo è stato sepolto prima a Sirte, quindi a Sebha. Poi il regime ha fatto partire alla volta di Roma un sosia dell’imam. Una brutta vicenda per la quale l’Italia è stata considerata — a torto o a ragione — complice del piano. L’inchiesta è comunque ancora aperta. [Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

Dal 1983 all’85 Roma è teatro di attentati devastanti del gruppo di Abu Nidal. I fedayn colpiscono diplomatici, l’aeroporto, il celebre Café de Paris. A coordinare gran parte degli attacchi è un professionista del terrore, Samir Kadr o Kadar, detto «il Serpente». Ex elettricista, diventato «ufficiale» di Abu Nidal, si trasferisce nella capitale italiana che diventa la sua base operativa. Ha un ufficio vicino a via Veneto e gestisce una società di copertura. Furbo, spietato, fa credere di essere morto in un attacco ma il trucco non funziona e le polizie europee lo cercano ovunque. Dopo la strage di Fiumicino (1985) si rifugia in Svezia con la moglie finlandese conosciuta proprio al Café de Paris. Dalla Scandinavia organizza il dirottamento di un jet americano a Karachi, azione che si conclude con un massacro. Il «Serpente», però, striscia via usando un’altra società — la Al Alamia — come paravento. Vende scarpe e auto, intanto aiuta il suo gruppo. E viaggia moltissimo. L’intelligence lo segnala in Bolivia, quindi in Sudan, infine a Tripoli. È lì l’ultimo indirizzo — si fa per dire — conosciuto. Un criminale protagonista di una campagna di sangue finanziata dai dollari del Colonnello.
[Guido Olimpio, Corriere della Sera 22/10]

Il 15 luglio 1986 due missili SS-1 Scud[1] in dotazione alle forze armate libiche, cadono a vuoto: avrebbero dovuto colpire un’installazione militare del sistema di radionavigazione Loran della Nato come ritorsione per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti nell’operazione “El Dorado Canyon”. [Corriere della Sera, 31/10/2008]

Il primo matrimonio del leader libico con Fatiha, insegnante, durò appena sei mesi: i due si sposano nel 1969, pare senza essersi mai visti prima. Dalla loro unione nasce un solo figlio, Muhammad. Si è rifugiato in Algeria ad agosto. [Gq.it]

Safiya Farkash, sposata nel 1970, madre di sei dei suoi sette figli naturali, è la donna con cui il raìs ha costruito la sua grande famiglia, adottando anche due bambini. Di lei, nove anni più giovane del Colonello, si sa poco o nulla: è un’ex infermiera di origini ungheresi. I due si sono conosciuti a Mostar, in Bosnia. Safiya Farkash, ha rivelato un paio di mesi fa un giornale bosniaco, altro non è che il nome arabizzato di Sofia Farkas, nata a Mostar e conosciuta da Gheddafi durante le sue frequentazioni con Tito. [Barbara Ciolli, Lettera43 27/2 ]
In tabloid austriaco ha visto Safiya a fare shopping a Vienna, nelle settimane della rivolta, circondata da decine di guardie del corpo. [Vanity.it]

le Amazzoni. Quattrocento soldatesse’private’ per Gheddafi, tutte giovanissime, alcune molto avvenenti. A vederle alte e formose quel tanto che basta per denotare una forza da cui tenersi alla larga: la guardia del corpo più ‘stretta’ che un capo di stato potesse desiderare. Ma erano donne, e in quanto tali, anche fonte di piacere, probabilmente parte di un harem sebbene ‘armato’. Infatti, appena crollato il regime di Gheddafi e con il quadro di potere libico improvvisamente cambiato, cinque di loro hanno denunciato il Colonnello per stupro: “ Noi ragazze più giovani eravamo usate come giocattoli. Prima andavamo da Muammar Gheddafi, poi lui ci passava agli altri. Si divertivano poi si stancavano e ci buttavano via". I racconti di queste ex amazzoni hanno svelato un aspetto di ricatto e sopraffazione violenta nei loro confronti. Il Colonnello, dopo aver abusato di loro, le avrebbe addirittura cedute ad alcuni dei suoi figli e ad alti ufficiali. Una di queste ha detto che per costringerla ad entrare nella guardia scelta del Raìs, gli uomini del regime sono ricorsi al ricatto. Ma ce n’è una che, se potesse, forse lo piangerebbe. Aisha, la favorita fra le amazzoni, morta per difendere Gheddafi quando alcuni estremisti islamici assaltarono la sua vettura. Era il capo delle amazzoni, forse a sua volta amante del colonnello. Una ragazza in divisa, addestrata, per difendere e uccidere, pronta ad amare, servire e morire per il Rais. Un altro mito che cade insieme al resto dell’impero. [L’Indro.it]

«Cercansi 500 ragazze piacevoli tra i 18 e i 35 anni, ben vestite ma rigorosamente non in minigonna o scollate». Gettone presenza 60 euro. Incarico accettare il dono di un Corano e ascoltare un’omelia del dittatore. Alcune di loro Dichiarano di essere diventare istantaneamente maomettiane. [Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 21/10]

Quella volte che la Fallaci si vendicò di Gheddafi. Gian Antonio Stella: «Oriana Fallaci dopo aver atteso tre ore e trenta di attesa a Bab el Azizia piantò una grana delle sue per “fare la pipì” e si ritrovò con un “cerchio di Kalashnikov puntati contro lo stomaco” e si vendicò scrivendone peste e corna (“oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone” dalle “labbra maligne e portate al sorrisino compiaciuto, di chi è molto soddisfatto di sé perché oltre a sapersi importante e potente, si crede anche bello”)». [Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 21/10]

Filippo Ceccarelli: «Gheddafi si è autocandidato al Quirinale, ha offerto di salvare Venezia, si è proposto di pagre gli avvocati di Andreottie di acquistare le quote latte per far cessare le proteste degli allevatori». [Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 21/10]

Muammar Gheddafi, alla Sapienza nel 2009: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Demos in arabo vuol dire Popolo e crasi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». [Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 21/10]


Muammar Gheddafi su Silvio Berlusconi nel 1994: «Io e lui siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com’è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all’orizzonte cambiando tutto da cima a fondo»

Fino al celebre bacio della mano che sarebbe finito su tutti i telegiornali del pianeta, da Santiago del Cile all’isola di Hokkaido. Uno slancio così compromettente (una sviolinata tra le tante: «Gheddafi è un grande amico mio e dell’Italia. È il leader della libertà») da costringerlo successivamente a una rara autocritica: «Ho un forte carattere guascone, che qualche volta mi porta in modo spontaneo a comportamenti non strettamente conformi alla forma».

Dopo la morte di Gheddafi Berlusconi: «Sic Transit gloria mundi»

La morte di Muammar Gheddafi e il ruolo della Nato nell’attacco al convoglio su cui viaggiava sollevano «numerose domande». Lo ha dichiarato il ministro russo degli Esteri, Serghei Lavrov, che ha comunque ammesso che il colonnello «aveva perso legittimità già molto tempo fa». «Non è un caso che l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani abbia chiesto di indagare su tutte le circostanze della sua morte», ha sottolineato il ministro. Secondo Lavrov, il convoglio dell’ex leader libico «non minacciava nessuno» quando è stato colpito dalla Nato. «Non c’è alcuna relazione tra no-fly zone e un attacco mirato contro un obiettivo a terra, tanto più contro questo convoglio che non rappresentava in nessun modo una minaccia per i civili visto che non soltanto non attaccava nessuno, si può anche dire che fosse in fuga», ha detto. In ogni caso, secondo il capo della diplomazia del Cremlino, Gheddafi avrebbe dovuto essere trattato come un prigioniero di guerra, secondo la convenzione di Ginevra e non doveva essere ucciso. [La Stampa 22/10]