Simone Paliaga, Libero 23/10/2011, 23 ottobre 2011
IN SEMINARIO CON L’ABITO FIRMATO COCO CHANEL
Guascone o traditore, dandy o fellone, provocatore o genio? Ebreo, ateo convertito al cattolicesimo, seminarista per sei mesi, poi fattosi protestante per convolare a nozze con la figlia di un pastore battista americano; trafficante d’armi, mercante d’arte e campione del mercato nero; alcolista e omosessuale; per volontà di Gide, biografo del fondatore del Partito Comunista Francese, Maurice Thorez, e soccorritore di bambini ebrei abbandonati dalla Fondazione Rotschild; infine collaborazionista e informatore della Gestapo, Maurice Sachs finisce di attraversare la vita appena 39enne, nel 1945, nelle ore più cupe del crepuscolo tedesco.
Una vita pensata, la sua, per trasformarsi in libro. Anzi, vissuta all’ennesima potenza per essere il libro, in particolare l’autobiografia, Il sabba. Ricordi di una giovinezza burrascosa, in uscita a fine ottobre per Adelphi, a oltre sei lustri dalla prima traduzione pubblicata da SugarCo. Un vita condotta sopra le righe per poter figurare nella grande letteratura. Come la sua morte, d’altronde.
Per anni circolano voci discordi sulla sua fine. Trova fortunata eco l’idea che Sachs soccomba per mano dei compagni di prigionia del campo di concentramento di Fuhlsbüttel, in cui era stato rinchiuso negli ultimi tempi, per vendicarsi delle sue delazioni e che il suo corpo venga gettato in pasto ai cani lasciati lì dai tedeschi in fuga. O, più probabile, che sia fucilato sul ciglio di una strada dai militari della Wehrmacht in rotta mentre, spossato, ne rallentava la marcia. Eppure qualcuno assicura di averlo visto, alla fine del conflitto, ad Amburgo camminare a fianco di americani e inglesi o addirittura passeggiare disinvolto a Saint-Germain-de-Prés. Leggende metropolitane, forse, che non sfigurano però a fronte della sua vita.
Tra cabaret e salotti
Una cornucopia di aneddoti, quella che sfila davanti al lettore de Il sabba. Aneddoti che immortalano la Parigi del primo dopoguerra. Sotto gli occhi scorrono con il ritmo di una pellicola i luoghi e i protagonisti della Ville Lumière dagli inizi del secolo scorso fino al 1939, quando le vicende delle avanguardie seguono a ruota la vita dei cabaret e dei salotti. Dove sbronze e truffe si intrecciano con concerti e bordelli. Dove però il protagonista è sempre uno solo, lui, Maurice Sachs.
La casa di Jacques Bizet, figlio del celebre compositore, gli permette per la prima volta di inoltrarsi tra i meandri dell’immoralità; segue la fotografia del salotto di Madame Straus, presso cui debutta in società Marcel Proust. È il momento poi dei ritratti di Cocteau e Gide che Sachs tenta di sedurre; arrivano infine quelli dei Maritain, Jacques e Raïssa, «venuti al mondo con delle virtù innate». «Jacques», ricorda, «non conduce alla Chiesa nessun artista di genio. Il più grande tra tutti, Péguy, lo precede e Claudel è già lì». I coniugi francesi «non sono in grado di fare l’impossibile. Non possono restituire alla Chiesa un’autorità ormai persa nello spirito dei giovanissimi; nello spirito di coloro che non si pentono». Infine è il turno di Max Jacob, «sempre accidentale, straordinariamente cosmico, buonuomo inesprimibile e inespressibile », e di tutti coloro che frequentavano Montmartre, Montparnasse e la Nouvelle Revue Française. Non manca nulla, anche perché nulla Maurice Sachs si fa mancare in quegli anni, per lui decisamente ruggenti.
È a «Montparnasse che erano scesi gli eroi bohémiens della Butte: Picasso, Matisse, Derain, Utrillo, Max Jacob, Kisling, Reverdy, Carco, Braque, Apollinaire e Marcoussis». E proprio lì, «La Rotonde», scrive, «stava per diventare il luogo celebre dove il cubismo, che i pittori avevano scoperto a Montmartre, era sul punto di farsi scoprire dal largo pubblico». Oppure evoca «Le Boeuf sur le Toit situato al 28 di rue Boissy-d’Anglas», il cabaret fondato nel 1921 da Louis Moysès, così battezzato dopo aver ospitato un balletto satirico ideato da Cocteau su partitura di Darius Milhaud e sceneggiatura di Raoul Dufy. E che dire di Coco Chanel, che affiderà a Sachs il compito di organizzarle la biblioteca personale e finirà per confezionargli la veste penitenziale per accedere al seminario, se non che «è uno dei quei personaggi cui il denaro rovina un po’ il cuore, facendo dimenticare che ci si può legare a loro senza pensare alla fortuna che hanno alle spalle; e forse detestandola»?
I verdetti della vita
Autocompiacimento o autoassoluzione? Tentativo di cospargersi il capo di cenere dinanzi ai posteri o estremo atto di sacralizzazione della propria esistenza? Di certo a Sachs disgusta ogni richiamo al tribunale della morale, cui preferisce i verdetti della vita convinto, come scrive nelle prime pagine del libro, «che questa lettura contribuisca, nel suo piccolo, a incoraggiare nei giovani che vi si avvicinano la voglia di due ribellioni: quella contro l’ordine e quella contro il disordine; perché bisogna passare prima per l’una e poi per l’altra, se si vuole diventare uomini, e non bisogna mettere il carro davanti ai buoi e lottare per l’ordine prima di esserci gettati contro».
Simone Paliaga