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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

NEL ’94 CI VOLEVA UN’ECCEZIONE ORA È TEMPO DI ADEGUARSI


All’inizio Berlusconi aveva pure pensato di fare un partito vero e proprio: ma probabilmente sarebbe occorso qualche anno, e il rischio sarebbe stato quello di fare un partito vero e proprio, appunto: cioè come gli altri. L’emergenza richiedeva di fare qualcosa di eccezionale oppure niente. Il problema di avere un personale politico di caratura lo si vide comunque subito, alla prima uscita televisiva del 16 dicembre 1993: un mezzo disastro. «Il rosso e il nero» di Michele Santoro invitò in studio il fondatore dell’Associazione dei club di Forza Italia, Angelo Codignoni, che fu seppellito dalla foga di Mario Segni e da quella dell’astro nascente Fausto Bertinotti. Le troupe di Raitre furono inviate in un paio di club e indugiarono sui militanti nel tentativo di farsene beffe. I tempi furono strettissimi: il 16 gennaio 1994 il Presidente della Repubblica firmò il decreto di scioglimento delle camere (il voto anticipato fu previsto per il 27 marzo) e solo due giorni dopo venne registrato un partito che nell’arco di tre mesi cambierà completamente la politica italiana. Berlusconi mise in campo una serie di strumenti che parvero da marziani: dalla celebre videocassetta del 26 gennaio («L’Italia è il Paese che amo») ai primi sondaggi di opinione (che dapprima tenne rigorosamente per sé) sino agli incredibili kit a disposizione di ogni candidato. Tipo: le 35 pagine dell’opuscolo-manifesto di Giuliano Urbani, 11 videocassette che illustravano il programma, un vademecum di comunicazione, l’inno del partito in audiocassetta, bandiere e gagliardetti all’americana, penne, orologi, adesivi, spille, coccarde e cravatte.
E siccome Berlusconi vinse col 21 per cento dei voti, forse si convinse che per strutturare un partito – già vincente così com’era – tutta questa fretta forse non ci fosse. Dovette forse pensarlo anche il successivo 12 giugno, quando, alle elezioni Europee, Forza Italia si portò a casa il 30,6 per cento: fu allora, forse, che pensò che il partito leggero non costituisse un limite bensì un requisito per la vittoria. Anche perché il grosso dei parlamentari e dei consiglieri regionali e delle altre amministrazioni locali erano persone quasi del tutto prive di esperienza politica, provenivano perlopiù dal gruppo Fininvest: il partito si era rivelato un comitato elettorale all’americana e la «base» in senso classico non esisteva, forse neppure serviva. Così, degli oltre 12 mila club annunciati nella primavera del 1994, sulla carta erano rimasti soltanto 6500 dei quali 3500 rispondevano agli appelli e 1500 propriamente funzionavano con un minimo di vita interna. Il punto è che non arrivavano direttive di alcun genere, i vari stati maggiori non partecipavano alle riunioni e nessuno sapeva attribuirsi un ruolo preciso. Una situazione a precipizio, che dopo le Europee dovette sembrare tale anche a Berlusconi, il quale pensò di intervenire: ma come? Dapprima annunciò che le fondamenta di Forza Italia non sarebbero più stati i club bensì i «promoter azzurri», e si parlò di 200-300 mila attivisti da mettere all’opera in pochi mesi. Ma anche questo progetto sfumò nel tempo: svariati delegati di collegio nominati dall’alto, intanto, procedevano alla nomina dei gruppi dirigenti locali. Quello che mancava, in sostanza, era un gruppo dirigente eletto.
Ne sa qualcosa Giulio Savelli, ex editore rosso degli anni Settanta (fu lui a pubblicare «La strage di Stato» e «Porci con le ali») che nel 1994-95 fu piuttosto vicino a Berlusconi: «Nella primavera del 1995 il Corriere della Sera pubblica una mia intervista nella quale sostengo la necessità di organizzarsi, cominciando intanto col distinguere, con una tessera, come si fa in qualunque struttura, iscritti e no. Ma l’idea di Forza Italia come partito democratico al partito-azienda piace poco. Vengo così sollevato dall’incarico di vice-coordinatore di Milano».
Non era tempo: e resta difficile, oggi, stabilire se sia stata la fortuna o la sfortuna di Forza Italia. La formula ha sicuramente funzionato, oggi però sono passati 15 anni e le esigenze di partecipazione potrebbero essere cambiate: soprattutto a margine di un sistema elettorale che a sua volta ha decapitato ogni partecipazione dal basso. Il Pdl – o ciò che sarà – pare deciso a far eleggere direttamente i leader cittadini e provinciali scongiurando signorie delle tessere e clientelismi vari. Vedremo presto se sarà vero o no.

Filippo Facci