Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 21 Venerdì calendario

QUEL RAGAZZO CON LA PISTOLA D´ORO LA RIVOLTA CREA L´ICONA DEL TIRANNICIDIO - TRIPOLI

Chissà se si chiama davvero Mohammad la nuova icona della rivoluzione libica: il "ragazzo con la pistola d´oro", che avrebbe ucciso il colonnello Gheddafi per sottrargli poi il trofeo più ambito, l´arma simbolo. Potrebbe chiamarsi Ahmed al-Shibani, o ancora Mohamed Chaban o al-Bibi come scrivono siti web vicini al Consiglio nazionale transitorio libico, il miliziano a cui la rivoluzione ha attribuito il merito di aver chiuso l´avventura del dittatore con pallottole calibro 9.
Ha vent´anni, una t-shirt blu e un cappello da baseball con il logo dei New York Yankees. Oppure forse ne ha 18, secondo altre fonti. Potrebbe persino essere ricco, se davvero incasserà i 20 milioni di dollari di taglia. Il Mohammed della Bbc è un ragazzetto sbarbato e sorridente, riccioli lunghi sulle spalle, faccia pulita come la maglia col cuore rosso disegnato sul petto - «è la macchia intrisa del sangue del colonnello», volerà poi la notizia, «una macchia che non laverò mai», conferma lui, malgrado la chiazza a forma di cuore sia composta da scritte sovrapposte di "I love you", e i calzoni larghi siano straordinariamente puliti per chi sia reduce da un combattimento durissimo. Ma il rigore della Storia arriverà più avanti, ora è il momento della gioia, e il giovane s´allontana fra danze e cori di "Dio è grande".
E la gioia dilaga. All´annuncio che Muammar Gheddafi era morto «per mano dei rivoluzionari», le città, da Tripoli a Bengasi, si sono riempite dei tricolori nero, rosso e verde. In quella che il regime voleva chiamare Piazza Verde, e che ora è tornata Piazza dei Martiri, sono migliaia le bandiere, i foulard, gli striscioni che gridano un giubilo incontenibile. Famiglie intere si tengono per mano, sul viso un grande sorriso, inneggiando a «un nuovo inizio per il nostro Paese». Ragazze velate e a capo scoperto si abbracciano, fanno con le dita il segno della vittoria. Sul muro della Città vecchia uno striscione giura al martire Abdul Fatah Yunis che «la Libia non ti dimenticherà». Per Aiou al Unzirbi, avvolto nel tricolore berbero celeste-verde-giallo, «adesso questo Paese avrà leggi civili».
Intanto però quello che la Libia non avrà sarà un processo al suo dittatore. Un processo che sarebbe stato scomodo e rischioso per il nuovo governo libico. Così come è sfumata la promessa di tradurlo davanti alla Corte internazionale dell´Aja, dov´era ricercato per crimini di guerra. È sfuggita la possibilità di interrogarlo sui retroscena di Lockerbie: l´esplosione in volo del Boeing 747 Pan Am il 21 dicembre 1988 sopra un villaggio scozzese. Jim Swire, uno dei parenti delle vittime (259 passeggeri e 11 persone a terra) esprime una nota di rammarico: «Con l´uccisione di Gheddafi, forse abbiamo perso un´occasione per conoscere la verità». Altri continueranno a interrogarsi sulla strage di Ustica. Ma per i libici ieri è stata la giornata della festa.
Nella capitale, tra clacson e bandiere, le auto hanno riempito il lungomare: «Aspettavamo questo giorno da anni. Siamo liberi, e solo questo conta», grida Shiha, una donna di 55 anni, sei di carcere. L´importante - dice - è che «quell´essere crudele che si chiamava Gheddafi se ne sia andato». A poco serve il richiamo ai miliziani del Cnt, che teme nuove vittime di "proiettili vaganti": la gioia non si ferma, il cielo si riempie di pallottole di armi leggere, di mitraglie e di cannoni anti-aerei, tanto che il traffico aereo viene sospeso per l´intera nottata. Solo per un momento la sparatoria si ferma, ed è quando dagli altoparlanti del palco imbandierato partono le note di "Ya Beladi", "Oh mia patria". E´ l´inno nazionale usato ai tempi dell´indipendenza, che Gheddafi aveva voluto mettere da parte. Dice: «Non torneremo mai in catene, siamo liberi, e abbiamo liberato il nostro paese»