GIAMPAOLO CADALANU, la Repubblica 21/10/2011, 21 ottobre 2011
IL SUO ULTIMO GRIDO "NON SPARATEMI"
Li ha sentiti arrivare: i Guerrieri di Misurata, gli Squali di Zawiyah, i Martiri di Zintan. Dalle città straziate della Cirenaica, dai quartieri un tempo imbavagliati di Tripoli, dai villaggi berberi repressi dell´interno, i ribelli avanzavano a ondate, senza sosta. Avevano conquistato la Libia, a Sirte prendevano casa per casa, pagando un alto prezzo di sangue per ogni isolato.
Attaccando e assorbendo le reazioni dei lealisti. Muammar Gheddafi sentiva le grida dei twar, i richiami d´incoraggiamento da un angolo all´altro: "Allahu Akbar", Dio è grande.
Sapeva di essere vicino alla fine: i fedelissimi erano allo stremo, il rione "Dollars" era caduto nei giorni scorsi, restavano solo pochi isolati del quartiere "N.2", nel nord della città, poco lontano dal mare. Il colonnello aveva tenuto fede all´impegno preso davanti alle telecamere, smentendo le ipotesi di una fuga verso il deserto: era rimasto lì, nella sua roccaforte, l´ex villaggio di pescatori che lui sognava capitale di tutte le Afriche, ad aspettare l´appuntamento con la sorte. E lì è morto, lui, la Guida della Rivoluzione, per mano di quei ragazzini in ciabatte che nei primi giorni di rivolta definiva con disprezzo «drogati e schiavi di Al Qaeda».
Una ricostruzione possibile, basata su un mosaico di testimonianze, dice che nei suoi ultimi minuti, compreso che anche Sirte era destinata a cadere, il raìs si era lasciato convincere dai collaboratori più stretti a tentare una sortita disperata nella notte. Era salito su uno dei tanti fuoristrada corazzati e aveva imboccato in convoglio l´unica strada possibile, quella che i rivoluzionari avevano lasciato aperta, seguendo la regola d´oro di ogni guerra, mai chiudere gli avversari con le spalle al muro. Insomma, ponti d´oro al nemico che fugge. Era la strada costiera, quella che portava a Misurata, l´odiata città martire, patria dei combattenti più riottosi.
Naturalmente era la strada maestra verso la fine: una pattuglia di cacciabombardieri francesi e americani è intervenuta colpendo il convoglio e bloccando la fuga del raìs. In un primo momento, con un tocco di galanteria diplomatica, il Pentagono ha detto che la Nato aveva colpito, ma senza sapere se fosse il convoglio giusto, quasi a voler lasciare tutta la gioia del trionfo in mano ai ribelli. Poi Parigi ha rivendicato il suo ruolo. Comunque sia, quando i twar hanno stretto la morsa sulle auto in fuga, il colonnello era già in condizioni precarie. La versione dei rivoluzionari dice che Gheddafi, ferito a entrambe le gambe, si era rifugiato dentro uno di quei grandi tubi di cemento che servono nei lavori stradali come canali di scolo: è un dettaglio che sembra indicare lo scherno per l´uomo dai "buffi capelli", ma appare anche una riedizione della cattura di Saddam Hussein, in un parallelo beffardo della Storia. Quando un giovanissimo ribelle lo ha sorpreso, gridava: «Non sparate, non sparate», raccontano i rivoluzionari.
Se per il tiranno iracheno c´è stato comunque un giudizio prima del cappio, per Gheddafi il destino è stato diverso. Una pallottola, forse davvero sparata da un ragazzetto, ha chiuso la storia dell´uomo che sognava di unire un continente sotto il suo Libretto verde. In realtà non è l´unica versione: in mezzo ai frammenti di storia incontrollabili c´è anche la denuncia di chi dice che il colonnello era caduto vivo in mano i rivoluzionari, ed è stato ucciso a freddo, con un colpo alla tempia. Alcune immagini girate con un telefono cellulare e diffuse da Al Jazeera sembrano confermare questa ricostruzione: mostrano il colonnello ferito, sanguinante alla testa ma ancora vivo, mentre viene trascinato scalzo e con la camicia aperta su un pick-up.
«È stato coinvolto in una sparatoria tra i gheddafiani e i ribelli ed è stato ucciso da una pallottola vagante che lo ha colpito alla testa», ha detto in tv il primo ministro Mahmoud Jibril. La prima relazione, firmata da un medico di Misurata, dice che il raìs è morto per ferite allo stomaco e alla testa. Per il momento, il corpo dell´ex raìs è stato portato in una moschea di Misurata, e proprio in questa città, in un luogo segreto, verrà sepolto quanto prima, seguendo la regola islamica.
Una parte del convoglio sarebbe riuscita a passare, nonostante il bombardamento della Nato. Alla testa c´era Seif al Islam, il figlio prediletto e delfino di Muammar: circondato dalle forze dei twar, sarebbe stato ucciso anche lui, dopo un´ultima resistenza disperata, dice Al Arabiya. Stessa sorte è toccata a Mutassim: sulle tv sono circolate immagini che lo mostravano stretto fra un gruppo di rivoluzionari, su un fuoristrada, con gli occhi chiusi. Poi l´annuncio sulla sua morte, da parte di Abdel Majid Mlegta, comandante militare del Consiglio nazionale di transizione, seguito dalla diffusione di un altro filmato che ne mostrava il corpo. Sarebbe stato catturato vivo invece Moussa Ibrahim, portavoce del regime.
La morte di Seif mette in archivio anche l´appello che il delfino di Gheddafi aveva fatto circolare nei giorni scorsi, chiedendo ai fedelissimi di passare a una nuova fase con il sequestro degli stranieri, soprattutto quelli dei paesi che facevano parte della coalizione Nato. Era un segnale preoccupante, la "conversione al terrorismo" dei gheddafiani, che si univa al sequestro di un misterioso camion stracarico di esplosivo bloccato poco lontano da Tobruk e destinato forse all´organizzazione di attentati. Ma la scomparsa dei leader svuota ogni minaccia: l´incubo è cancellato. Restano ferite da chiudere, bisogna archiviare il ricordo dell´intero regime, regolare i conti con i familiari del dittatore. Sull´onda dell´entusiasmo, il Consiglio ha chiesto al governo di Abdelaziz Bouteflika l´estradizione della moglie Safiyah e dei figli rifugiati in Algeria nelle scorse settimane, in passato protagonisti anche loro di abusi e violenze. Chiedono giustizia le madri di piazza dei Martiri, che vanno in giro con le foto dei figli caduti, la chiedono i feriti e i seviziati, mostrando le cicatrici, la chiedono i libici fuggiti all´estero per scampare alla repressione. La rabbia è legittima, ma sono solo le ultime scintille. La parola fine sarà oggi, quando il presidente ad interim Mustafa Abdel Jalil annuncerà la liberazione del Paese. E poi sarà il momento, come ha detto ieri il premier Jibril, «per costruire una nuova Libia unita».