UGO NESPOLO, La Stampa 21/10/2011, 21 ottobre 2011
Postmoderno, non idee ma vetri rotti - Conviene cominciare col dire che il Postmoderno, fenomeno davvero inafferrabile e proteiforme, ha imperversato, divenendo quasi un luogo comune o una comodità linguistica, per alcuni decenni invadendo le Belle Arti, la Filosofia, il Design, l’Architettura, la vita sociale tutta
Postmoderno, non idee ma vetri rotti - Conviene cominciare col dire che il Postmoderno, fenomeno davvero inafferrabile e proteiforme, ha imperversato, divenendo quasi un luogo comune o una comodità linguistica, per alcuni decenni invadendo le Belle Arti, la Filosofia, il Design, l’Architettura, la vita sociale tutta. Una sorta di parola d’ordine polemica contro l’ideologia della modernità e - in qualche modo - contro la modernità come ideologia. A sentire Charles Jencks esisterebbe - almeno per l’architettura una precisissima data di nascita: le 15 e 32 del 15 luglio 1972, giorno e ora in cui a Saint Louis si abbatte il complesso architettonico Pruitt-Igoe, una costruzione razionalista in perfetto stile razional-lecorbusiano e giudicata inadatta all’abitabilità delle persone a basso reddito. Oggi - mi pare - siamo in grado di redigere anche una data di morte del fenomeno: il 24 settembre 2011, giorno in cui il Victoria & Albert Museum di Londra ha inaugurato la mostra «Postmodernism Style and Subversion 1970-1990». Ma cos’è stato davvero questo fenomeno tanto coinvolgente del quale nessuno osava pronunziare il nome se non con l’aggiunta di note fortemente ironiche? A detta dello scrittore inglese Edward Docx, «mentre il modernismo predilesse una profonda competenza, ambì ad essere europeo e si occupò di universale, il Postmodernismo ha prediletto prodotti di consumo e l’America ed ha abbracciato tutte le situazioni politiche al mondo». L’avvento del «post» non stava ad indicare soltanto come dicevano i filosofi la fine delle Grandi Narrazioni ma anche la vera e propria rimozione della stessa certezza alla base di tutte le «operazioni». Si dice che, mentre la modernità proponeva nuove finestre, il postmoderno offriva solo vetri rotti. Il moderno agiva in nome dell’utopia e della autenticità quando il postmoderno in fondo dichiarava che lo stile invece era quasi tutto. Glenn Adamson e Jane Pavitt allestiscono a loro rischio e pericolo una affascinante mostra ricca di centinaia di oggetti, progetti, materiali e documenti, quelli che qualcuno ha già voluto definire «forme d’arte confuse per tempi confusi». Si tratta - mi pare - dello stesso coraggioso atteggiamento che guidò Kirk Varnedoe e Adam Gopnik nel mettere in scena nel 1991 al Moma di New York la sorprendente e vitale mostra «High & Low» nella quale si ponevano a confronto ed in relazione stretta prodotti della cultura voluta alta con quelli che da sempre venivano considerati prodotti di serie B. La mostra del Victoria & Albert spazia in tutto il campo dell’oggettuale e del visivo, dal design alla musica, dall’architettura alla moda, dalla grafica agli accessori in un tripudio di vanità dell’epoca reaganiana e thatcheriana quando - ed ora pare ben visibile - ogni forma d’arte danzava appassionatamente con il Kitsch, con l’orpello, con la tecnica della giustapposizione, col collage e la citazione. Bene si vedono ora a distanza il valore ed i limiti dell’appassionata visione di Sottsass e Mendini, l’istrionismo della rivista Domus, le visioni quasi mistiche ed utopiche del grande Aldo Rossi. Centrale per la mostra il ruolo del gruppo Memphis, oggetti ormai portatori di nostalgia e di rimandi, non ultimo dei quali la raffinata rivisitazione del nostro ’900. Eclettismo senza limiti da Laurie Anderson a Richard Prince, da Cindy Sherman a Karl Lagerfeld giù sino a Jeff Koons e a Warhol-Basquiat. Riviste come Visage o Kraftwerk, Colorbox o Wet, The Face o i-D. E poi caffettiere come palazzi, palazzi come posacenere, mobili impraticabili, gioielli come strumenti di tortura. Sono gli anni dell’esibizione e delle trasformazioni: architetti diventano star, i sarti sono grandi artisti, artisti icone mondane, critici mediatori d’affari, musei come loghi o brand, disneizzazione diffusa dei luoghi di cultura. La mostra è coinvolgente per il tentativo riuscito di esplorare ciò che esplorabile non è davvero. Un lungo tunnel creativo in fondo al quale ben si scorge il processo che culminerà con la vacua epoca del «tutto è arte» e quindi - anche - del «tutti sono artisti» in una litania che ripete sino alla noia estrema il vecchio e poco utile gesto duchampiano dell’esibizione del fin troppo noto ed abusato orinatoio. Per Jameson del modernismo il postmoderno ha abbandonato la dimensione sovversiva per placidamente convivere con la società postindustriale. Per Eco il postmoderno non è altro che un manierismo al punto che ogni epoca ne avrebbe uno. Se - come molti pensatori scrivono - il postmoderno non è che un derivato dalla crisi della legittimità dei moderni ideali di ragione e di progresso, facile pensare che il fenomeno - come vuole Habermas - sia da assimilare ad una forma netta di neoconservatorismo. Visitare la mostra per credere.