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 2011  ottobre 21 Venerdì calendario

PROSSIMA TAPPA DAMASCO

Muammar Gheddafi è il primo dittatore ucciso dalle rivolte arabe in un evento spartiacque destinato ad avere profonde ripercussioni nel mondo musulmano, ed anche oltre. A svelarlo, con feroce rapidità, è Ahmed, il cittadino siriano che poco dopo l’annuncio della morte del rais invia alla tv Al Jazeera il messaggio «Congratulazioni al popolo libico, spero che lo stesso possa avvenire anche qui». «Il pensiero di tutti è rivolto verso Damasco» osserva Fuad Ajami, arabista della Stanford University, in ragione delle «somiglianze con la situazione libica». Bashar Assad guida una repressione più sanguinosa di quella di Gheddafi - le vittime per l’Onu sono oltre tremila - e a sentire Robert Ford, combattivo ambasciatore Usa a Damasco, «la gente nelle strade inizia a chiedersi perché non passare alla rivolta armata». Il fatto che ieri a Homs almeno sette militari siano stati uccisi a colpi di arma da fuoco lascia intendere quanto l’ombra di Gheddafi incomba su Assad. Damasco ha dimostrato di saper resistere a massicce rivolte non violente come quelle che hanno travolto Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto ma il successo di una sollevazione popolare armata cambia lo scenario.

A temere l’impatto della caduta di Gheddafi sono anche i due grandi rivali del Golfo, l’Iran di Mahmud Ahmadinejad e l’Arabia Saudita di re Abdallah, accomunati dall’essere avversari feroci dei moti di piazza mentre sul fronte opposto ci sono le nuove potenze emergenti, accomunate dal sostegno alle sollevazioni.
Anzitutto la Turchia di Recep Tayyp Erdogan che vuole costruire il nuovo Parlamento libico, ha accolto il generale Riad Assad intenzionato a creare un «Esercito di liberazione siriano» ed è volato al Cairo per promettere al dopo-Mubarak i sostegni economici che l’Europa esita a far arrivare. Se la credibilità di Erdogan viene dal guidare una nazione disposta ad elargire aiuti, con un potente esercito e l’eredità dell’ultimo impero musulmano, quella del più piccolo Qatar nasce dall’abilità dell’Emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani di sfruttare la tv Al Jazeera, che ha sede a Doha, come vettore dei cambiamenti in atto, affiancandole mosse in sintonia con quanto sta avvenendo: dall’invio di aerei a fianco della Nato sulla Libia alla proposta di dialogo Assad-manifestanti. Senza contare che sempre in Qatar il Pentagono ha l’avveniristica centrale di comando e controllo per le operazioni in Medio Oriente, che fino al 2003 si trovava in Arabia Saudita.

Ci troviamo di fronte ad un Islam dove Turchia e Qatar emergono, Iran e Arabia Saudita sono sulla difensiva, e Assad è sotto assedio. Ma anche in Occidente l’impatto della morte di Gheddafi si fa sentire. In primo luogo per la capacità della Nato di «aver dimostrato di saper vincere una guerra aerea a sostegno di una rivoluzione armata» come dice l’ex generale americano Mark Kimmitt, veterano dell’Iraq, sottolineando che «qualcosa del genere non era mai avvenuto». Pur segnata da dissidi interni e carenza di munizioni aeree, l’Alleanza esce dall’intervento in Libia rafforzata nel ruolo di garante della stabilità nel Mediterraneo. Essere riuscita in tale missione nonostante la coincidenza con la guerra in Afghanistan significa aver dimostrato di poter combattere su due fronti, come molti avevano dubitato possibile. Ma il successo Nato preannuncia delicati equilibri fra alleati perché Parigi e Londra, che più hanno voluto e guidato l’intervento, puntano ad ottenere un ruolo maggiore nella gestione degli ingenti giacimenti energetici in Libia a dispetto di altri partner, Italia inclusa.

Per Barack Obama si tratta della seconda eliminazione di un nemico dell’America in poco più di cinque mesi. Se nel caso di Osama bin Laden il merito fu di un blitz militare, in Libia il risultato è frutto della scelta di sostenere una coalizione «guidando dal di dietro» in una declinazione della leadership americana nel mondo che finora si pensava destinata al fallimento. «I fatti hanno dato ragione a Obama» commenta Leslie Gelb, presidente del «Council on Foreign Relations» di New York e sebbene sia presto per valutarne il possibile impatto sulle elezioni del 2012 non sembrano esserci dubbi sul fatto che la Casa Bianca sta cogliendo sulla sicurezza nazionale i risultati che ancora le mancano sull’economia. Obama è riuscito a far cadere Mubarak e a rovesciare Gheddafi con tattiche opposte ma ispirate dallo stesso approccio pro-rivolte, dando mostra di pragmatismo e capacità di rischiare che incombono ora sugli altri dittatori. Ma per Obama come per la Nato si tratta di risultati che potrebbero rivelarsi precari se la transizione in Libia dovesse fallire. Ecco perché la convergenza fra i partner della coalizione anti-Gheddafi è nel premere sul governo ad interim di Tripoli per risolvere le questioni più urgenti: unificare le milizie, trovare i 20 mila missili terra-aria mancanti, estendere la nuova amministrazione su tutto il territorio ed iniziare il cammino verso nuove elezioni.