GIORDANO STABILE, La Stampa 20/10/2011, 20 ottobre 2011
Tra i palestinesi liberati “Noi non perdoniamo” - L’ accampamento del comitato pro Gilad Shalit, nel cuore di Gerusalemme vecchia, è abbandonato
Tra i palestinesi liberati “Noi non perdoniamo” - L’ accampamento del comitato pro Gilad Shalit, nel cuore di Gerusalemme vecchia, è abbandonato. Resta qualche tenda, gli striscioni con il volto del caporale, le sagome di lui con la divisa. Ormai inutili, lontanissime nel tempo, anche se la liberazione è arrivata appena da 24 ore. A un paio di chilometri in linea d’aria, nel campo profughi di Kalandia, altri striscioni sovrastano le viuzze strette, marciapiedi di cemento scrostato che si arrampicano sulla collina, legati da una finestra di una casa a quella di fronte, o a un ramo di qualche albero di gelso che spunta da un cortiletto. Foto e scritte in arabo che esaltano i prigionieri palestinesi tornati a casa. Davanti a quella di Sana Shehadeh, in uno slargo, hanno piazzato un tendone e sotto una fila di sedie di plastica. C’è un viavai di gente. I parenti offrono caffè, dolcetti, baklawi. Strette di mano, congratulazioni. Qualcuno viene ammesso alla casa. Uno stanzone unico, fuori mattoni a vista, niente intonaco. Dentro tappeti e, su tre lati, poltrone di velluto. Seduta là centro c’è Shehadeh, 35 anni, al secondo giorno di libertà. Doveva scontare tre ergastoli. Nel 2002 fece da autista al kamikaze che si fece esplodere in King Street, a Gerusalemme vecchia, a un paio di chilometri in linea d’aria. Tre morti, decine di feriti. Il volto scavato, indurito, con gli occhi neri sprofondati nelle occhiaie, è quello delle foto sugli striscioni, avvolto in un velo viola arabescato, sopra una tunica marrone. Siede compostissima, attorniata da familiari. Non vuol parlare. S’irrigidisce. Con una carta d’identità israeliana per palestinesi, la carta verde, ha poche possibilità di movimento, e non vuol fare passi falsi. «I miei otto anni in prigione? Sono sicura che Gilad Shalit è stato trattato meglio di me». Un cugino quasi si scusa. «È stanca, frastornata. La pace? Noi la vogliamo. Ma ci vorrebbe un miracolo, non crediamo più alle trattative. È passato troppo tempo». Più a est, dopo la spianata di terra e macerie che doveva essere l’aeroporto di Ramallah, una serie di striscioni in una via di case popolari appena costruite indica un altro prigioniero rilasciato. C’è il tendone, in un cortile. Le seggiole, i parenti, gli amici. Ahmad Amireh, 43 anni, ne ha passati 24 nelle carceri israeliane, per aver fatto parte di un commando che uccise un militare. È seduto accanto al padre: «Per vent’anni l’ho visto attraverso un vetro. Solo lui e mia madre. Nessun altro. Mi hanno tagliato fuori da tutto. Gilad Shalit? Lui era un soldato, era di pattuglia, è diverso. A me sono venuti a prendermi, di notte, in casa mia. Solo perché ero un attivista del Palestinian Democratic Party. Il Feda. E protestavo contro l’occupazione. Gilad Shalit? L’hanno trattato meglio di quanto sono stato trattato io. Al cento per cento. Non ho visto un avvocato per mesi. Mi legavano a una sedia e picchiavano. Stavo in un buco di cella. Solo dopo la condanna le cose sono andate meglio. Se sono contro il terrorismo? Per loro anche chi protesta è un terrorista. E allora come la mettiamo? Io non posso dimenticare né perdonare». Per tornare indietro, verso Gerusalemme vecchia, bisogna costeggiare un pezzo del Muro. La barriera costruita anche dopo attentati come quello di King Street. Per la strada i resti dei petardi sparati per festeggiare, martedì. Più in là si vedono i palazzi lindi, nuovi di zecca, dell’insediamento di Pisgat Zeev, oltre la linea di confine del 1967. Al centro di un contenzioso inconciliabile. Oltre il Muro, la barriera, il rilascio dei primi 477 prigionieri palestinesi ha riaperto ferite, riacceso angosce. Due coloni di un insediamento poco distante, quello di Yitzhar, accanto a Nablus, hanno messo una taglia da 100 mila dollari sui due palestinesi che 13 anni fa uccisero loro figlio, liberati anche loro in cambio di Gilad. La gioia per il rilascio del caporale è già lontana nel tempo. «Sono felice per lui – dichiara Frimet Roth, madre della quindicenne Malki, uccisa nell’attentato alla pizzeria Sbarro del 2001 -. Provo sollievo. Ma ci sono anche altri sentimenti. Sgomento. Rabbia. Dobbiamo aver tempo per digerirli. E anche paura. Che possano colpire di nuovo. Io ho molta paura. Non sarà il ritorno di Gilad a darci il miracolo della pace».