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 2011  ottobre 20 Giovedì calendario

Messaggi dal silenzio - «Chi sono e cosa faccio? Non ho una risposta» Pubblichiamo alcuni stralci di lettere di Samuel Bec­kett, inedite in Italia

Messaggi dal silenzio - «Chi sono e cosa faccio? Non ho una risposta» Pubblichiamo alcuni stralci di lettere di Samuel Bec­kett, inedite in Italia. Tre sono indirizzate al carissimo amico Georges Duthuit, una invece al traduttore tedesco Hans Naumann. Sono state editate in questi giorni in Inghil­te­rra all’interno dellamonumentale edizione critica che rac­coglie la corrispondenza dello scrittore *** Per questo quadro perdo la testa A Georges Duthuit, Parigi Dublino, 27 luglio 1948 Capisco bene quello che dite sul­­lo spazio dei pittori Italiani. Ricor­do un San Sebastiano (nella fo­to, ndr)di Antonello da Messi­na, formidabile, straordinario. Spazio puro a forza di matematica, pavimento piastrellato, nero e bianco, scorci profondi genere Mantegna, da strapparvi dei gemi­ti, e la vittima del linciaggio espo­sta all’ammirazione dei cortigiani che prendono il fresco domenica­le al balcone, tutto ciò invaso, man­giato dall’umano. Di fronte a un’opera simile,a una simile vitto­ria sulla realtà del disordine, sulla meschinità del cuore e dello spiri­to, non si può non pensare di impic­carsi. Gli occhi strazianti di mia madre A Georges Duthuit, Parigi Dublino, 2 agosto 1948 Mio povero Georges, questa se­ra siete cascato male. Il tempo è bel­lo, faccio le mie vecchie passeggia­te, non smetto di osservare gli oc­chi di mia madre, mai così azzurri, così stupefatti, così strazianti nel­l’infanzia senza fine della vecchia­ia. Credo siano i primi occhi che ve­do, non desidero vederne altri, qui ho tutto quello di cui ho bisogno per amare e piangere… Vogliono rovinare il mio «Godot» A Georges Duthuit Ussy-sur-Marne 3 gennaio 1951 Sono totalmente contrario alle idee di Nicolas Staël per la sceno­grafia ( di Aspettando Godot ). Vede la pièce con gli occhi del pittore. Per me questo è estetismo. La sce­nografia per il balletto e per il tea­tro è diventata una dipendenza del­la pittura, con molto danno. È del Wagnerismo. Io non credo alla col­­laborazione fra le arti, voglio un tea­tro ridotto ai propri mezzi, parole e recitazione, senza pittura e senza musica, senza ornamenti. La sce­nografia deve scaturire dal testo, senza aggiunte. Quanto alla facili­tazione visiva per lo spettatore, puoi indovinare dove la metto. Joyce mi insegnò cos’è un artista A Hans Naumann, Mainz Parigi, 17 febbraio 1957 Egregio signore, Non chiedo che di aiutarla, an­che se trovo difficile, per non dire impossibile, parlare di me e del mio lavoro. Ho conosciuto Joyce (nella foto, ndr) nel 1928 a Parigi, uscivamo insieme, l’ho visto per l’ultima volta a Vichy nel 1940. Lo considero uno dei più grandi geni letterari di tutti i tempi. (…)Ha avu­to su di me una forte influenza mo­rale. Mi ha fatto intravedere, peraltro senza volerlo, che cosa significhi assere artisti. Penso a lui con un’ ammirazione e un affetto senza li­miti. Perché dal 1945 scrivo solo in Francese? (…)Non è stata una scel­ta razionale,lascerei nell’ombra le ragioni. Forse il bisogno di sentir­mi male armato. Su Proust ho scritto uno dei miei primi saggi brevi,non l’ho più rilet­to, mi turba e mi irrita. (…)Di Kafka (nella foto, ndr) ho letto soltanto tre quarti del Castello e in Tedesco, quindi perdendo molto. Mi sono sentito a casa, troppo, forse questo mi ha impedito di continuare.Del­l’Irlanda infine mi è impossibile parlare con moderazione. Detesto quel romanticismo. (…) Resto a vostra disposizione. Ma quanto a dire chi sono, da dove ven­go, e che cosa faccio, questo temo vada oltre le mie competenze.