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 2011  ottobre 18 Martedì calendario

«Vogliono portarmi in ceppi al processo solo per umiliarmi» - Venti chili in meno. Barba lun­ghissima

«Vogliono portarmi in ceppi al processo solo per umiliarmi» - Venti chili in meno. Barba lun­ghissima. Un occhio semichiuso. Trascina le parole e il corpo stan­co, Alfonso Papa. Il deputato arre­stato nell’inchiesta P4 si presenta ai parlamentari del Pdl Cicchitto, Quagliariello e Laboccetta piom­bati a Poggioreale per sincerarsi delle sue condizioni di salute. Il morale a terra, la voce appena per­cettibile. Una sola certezza: «Vo­gliono umiliarmi oltre il dovuto – dice Papa- e farmi arrivare al 26 ot­tobre, al processo, in ceppi, dietro le sbarre, come una bestia allo zoo». Quel che segue rappresenta una sintesi dei pensieri che Papa e Laboccetta, per come ce li riporta quest’ultimo,si sono scambiati ie­ri e nella visita precedente, senza contare i numerosi contatti episto­l­ari di cui il Giornale ha preso visio­ne. Come sta onorevole? (Un filo di voce, racconta Laboc­cetta). «Non bene. È una tortura, il tempo non passa mai. Marcisco qua dentro e quelli lì (indica la tv con le immagini dei black bloc che hanno devastato Roma, ndr ) in galera non ce li vedremo mai. Ti­ro avanti pensando a mia moglie e ai miei figli. Trovo conforto nella fede e nelle lettere che ricevo. Una, bellissima, è del regista Pupi Avanti a cui non importa nulla del­l’inchi­esta o dei motivi che mi han­no portato qui, ma è scritta col cuo­re, per infondere coraggio, un invi­to a non mollare e ad avere com­pletamente fede in Dio». Il processo si avvicina. «Così potrò difendermi e dimo­strare quanto la verità sia lontana da quella ipotizzata dall’accusa e purtroppo recepita da una parte maggioritaria dell’aula. Vegeto con cinque persone in una cella di cinque metri quando anche i mu­ri sanno che non posso più inqui­nare le prove, fuggire o reiterare il reato. Vogliono punirmi per non aver detto ciò che evidentemente vogliono sentirsi dire. Altrimenti il procuratore Lepore, a cui ho chiesto ripetutamente un incon­tro non fidandomi dei pm, avreb­be trovato cinque minuti per le mie ragioni. E poi, non essendo de­c­aduto dalla carica di parlamenta­re, nel limite di una situazione pro­blematica, vorrei continuare a fa­re il mio lavoro». E come, scusi? «Il presidente della Camera sa bene, ma finge di non saperlo, che Alfonso Papa è ancora un parla­mentare, tant’è che il mio nome viene calcolato, ad esempio, quando si danno i numeri sul quo­rum da raggiungere. Non capisco perché, allora, Papa non può ave­­re contezza, ad esempio, dei reso­conti parlamentari, delle attività ispettive, del bollettino della Ca­mera e quant’altro. Fini finge di ignorare tutto ciò, nonostante i solleciti da me inoltrati». Si è parlato di alcuni messaggi, in codice, che lei avrebbe man­dato all’esterno. «Non è vero niente. Dico sem­pre quello che penso ad alta vo­ce ». Il 26 ottobre inizierà il proces­so. Come pensa andrà a finire? «Finirà con un’assoluzione pie­na perché il fatto non sussiste. Non ho commesso alcun reato. Piuttosto quando la mia innocen­za verrà dimostrata, chi risarcirà me e la mia famiglia di questo in­credibile accanimento? Chi pa­gherà per tanta sofferenza? Que­s­to calvario della carcerazione pre­ventiva è un’indecenza per uno Stato democratico. Qui a Poggiore­ale, dove i detenuti in attesa di giu­dizio sono la stragrande maggio­ranza, ho trovato una solidarietà che fuori da queste mura te la so­gni. E un’esperienza che mi ha se­gnato ma che mi obbliga, una vol­ta assolto, a occuparmi a tempo pieno delle carceri italiane». Una battaglia sacrosanta com­battuta però, in straordinaria solitudine, dai radicali. «Dovrei avercela con loro che hanno contribuito a spedirmi do­ve ora mi trovo. Però devo dire che su questo tema, le carceri, sono to­talmente dalla loro parte. Una vol­ta fuori, spero il prima possibile, mi batterò per dare dignità a tutti i detenuti, i definitivi ma soprattut­to i tantissimi in attesa di un giudi­zio che, di media, non arriverà in tempo o se arriverà li vedrà assol­ti ».