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 2011  ottobre 24 Lunedì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 24 OTTOBRE 2011

«Eliminare un regime a volte è più semplice che costruire l’entità che ne prenderà il posto» (Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations). [1] La Libia post-Gheddafi è un Paese euforico per la sua uccisione ma dilaniato da mesi di guerra. [2] Alberto Negri: «L’incertezza è massima perché insieme allo Stato si deve rifondare pure una nazione. La guerra è iniziata con l’intervento Nato in appoggio ai rivoltosi di Bengasi. Il Cnt nato in Cirenaica ha rappresentato in questi mesi la storica suddivisione della Libia: furono prima la colonizzazione italiana e poi la monarchia di re Idris, sostenuto dagli inglesi, a unire nel 1951 Tripoli e Bengasi». [3]

Con la morte di Gheddafi si apre una delicatissima fase di transizione e sono centrali alcune questioni, sulle quali per fortuna sembra esserci condivisione. Antonella Rampino: «Anzitutto, come ha scandito per prima Hillary Clinton, evitare vendette ed eccidi». [4] Francesca Cicardi: «Amnesty International denunciava lo scorso settembre che i ribelli hanno sequestrato, arrestato, torturato e ammazzato i loro nemici, soprattutto i famigerati mercenari, la maggior parte delle volte semplici lavoratori immigrati di colore. Il Cnt non ha condannato, indagato o punito questi crimini, mantenendo l’impunità che vigeva nell’era di Gheddafi. Molte altre cose non sono cambiate e minacciano di ripetersi in Libia». [5]

Per ora i vari gruppi libici sembrano voler raggiungere i propri obiettivi pacificamente. Michael Semple (Foreign Affairs): «La presenza dei miliziani arrivati da tutte le province ricorda la situazione di Kabul all’inizio degli anni Novanta». [1] Cicardi: «La possibilità che si crei una situazione in stile iracheno è alta, avverte Peter Boukaert di Human Rights Watch, se i pezzi del vecchio regime saranno emarginati dalla società libica, che soffrirà ancora per molto le ferite di una guerra che è stata comunque civile. Non a caso in Libia ci sono in questo momento 10 volte più armi che quelle che si trovavano in Iraq nel 2003 alla caduta di Saddam Hussein». [5] Alex Warren (Frontier Mea): «Le milizie devono essere smantellate (con cautela) o integrate nelle nuove forze armate. Ancora non è chiaro a chi rispondano, da chi prendano ordini». [1]

«I ribelli accomunati dalla lotta contro il dittatore presto si azzufferanno sul come organizzare e guidare il Paese che hanno ereditato» (Haas). [1] L’organismo che ha condotto l’assalto sul terreno alle roccaforti dei lealisti, ha al proprio interno diverse componenti. Rampino: «I gheddafiani che non si sono macchiati di reati di sangue, rappresentanti della società civile, e islamici, naturalmente di diverse confessioni. I laici liberali e i tecnocrati vorrebbero un’epurazione, che gli antichi gheddafiani ovviamente osteggiano, ed entrambi questi gruppi diffidano delle pulsioni religiose che pervadono il terzo gruppo, così ben rappresentato dalla bozza costituzionale preparata in luglio (e non sottoposta al Consiglio della città di Bengasi, più laico) che si apre nel nome di Allah e della shaaria». [4]

Le brigate islamiste, ben più robuste delle raccogliticce milizie del Consiglio nazionale di transizione (referente dei franco-inglesi e della Nato) hanno avuto un ruolo decisivo nella liquidazione del regime. Ispirate dallo sceicco Ali al-Salabi, esponente dei Fratelli musulmani che ha già chiesto le dimissioni del “primo ministro” del Cnt, Mahmud Jibril, e degli altri “secolaristi”, sono guidate da un jihadista doc, Abdel Hakim Belhaj. [7] Negri: «Sono stati i suoi uomini che hanno conquistato Tripoli. È un 45enne con un passato nella Jihad e in rapporti con Al Qaida che ha conosciuto le duri carceri libiche. Nella nebulosa islamica, sostenuta dai finanziamenti dalle monarchie del Golfo, ci sono personaggi alla Belhaji, descritto come un pragmatico, ma anche altri meno inclini al compromesso». [3]

Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno scelto di portare al potere i Fratelli Musulmani in cambio della sconfitta degli islamici jihadisti, dicono i pessimisti. Magdi Cristiano Allam: «La prospettiva quindi è di un regime dove sarà rilevante il peso degli islamici che pragmaticamente imporranno la legge coranica e gradualmente radicalizzeranno la società. Nessuno di noi rimpiangerà Gheddafi ma capiremo presto che è stato un madornale errore fare una guerra per portare al potere dei fanatici di Allah che, per il momento, hanno interesse ad occultarsi dietro un pugno di voltagabbana che da un giorno all’altro hanno abbandonato Gheddafi professandosi democratici e liberali. Continueremo a ricevere petrolio e denaro ma in cambio nutriremo un nostro aspirante carnefice perché l’integralismo islamico concepisce la tregua ma non la pace con ebrei, cristiani e in generale con i nemici dell’islam». [6]

Il campo più forte sembra al momento quello nazionalista, che secondo Noman Benotman, analista della fondazione Quilliam e fino al 2001 leader del Gruppo islamico combattente libico, rappresenta il 40-50 per cento degli attivisti ed è capeggiato da uomini del regime che hanno lasciato in tempo Gheddafi. Tra i nazionalisti spiccano Mustafa Abdel Jalil (già ministro della Giustizia) ed ex consiglieri del Colonnello come Abdul Salam Jallud. Frattini: «Gli islamisti raggiungerebbero il 20 per cento e vanno dai gruppi jihadisti (2 per cento) a formazioni politiche su modello dei Fratelli Musulmani (6 per cento)». Attorno ad Ali Tarhouni, ministro delle Finanze e del Petrolio, e al premier Mahmoud Jibril (che però ripete di non voler restare in politica) si muovono i progressisti (20 per cento). [1]

Annunciata la completa liberazione del Paese (da Bengasi) e ottenute le dimissioni del Governo provvisorio, cominceranno le trattative per formare un nuovo Governo. [3] Frattini: «Il governo provvisorio deve tenere insieme le due città rivali, le brigate ribelli di Misurata con quelle di Zintan, i miliziani islamisti con i combattenti più laici. Formare un nuovo esecutivo entro trenta giorni». [1] Abdulhafed Gaddur, ambasciatore a Roma della nuova Libia: «Entro otto mesi andrà scelta l’Assemblea nazionale. Ogni 20 mila cittadini, un rappresentante: saranno quasi 200 e una loro commissione scriverà la Costituzione. Sul testo si andrà al referendum. Se sarà approvato, avremo legge elettorale ed elezioni. Chi vincerà, governerà quattro, cinque anni». [8]

Vissuti per decenni nella Jamaihiriya, la fantomatica repubblica delle masse, i libici non hanno mai votato e si troveranno ad affrontare un corso accelerato di democrazia. Frattini: «L’articolo 3 della legge 71, era Gheddafi, decretava la pena di morte per chiunque avesse formato o sostenuto un partito». [1] Affiorate le contrapposizioni regionali, è stata avanzata l’ipotesi di uno Stato federale. Negri: «Ma in questo caso sono forti i timori di disgregazione: la soluzione federale implica una spartizione del petrolio, difficile da accettare perché la maggior parte delle riserve è in Cirenaica. L’altra incognita è quella etnica e tribale. Tripoli è stata conquistata anche dai berberi e questi non hanno intenzione di deporre le armi fino a quando non avranno il riconoscimento dei loro diritti». [3]

L’esecuzione di Gheddafi sarà forse l’inizio della fine della rivoluzione libica. Caracciolo: «Di certo è una tappa importante della controrivoluzione geopolitica pilotata dalle petromonarchie del Golfo e dagli islamisti. Ossia dagli esclusi della prima ondata insurrezionale che dal 17 dicembre 2010 ha scosso il Nordafrica, a partire dalla Tunisia e dall’Egitto». [7] Maurizio Molinari: «“Il pensiero di tutti è rivolto verso Damasco” osserva Fuad Ajami, arabista della Stanford University, in ragione delle “somiglianze con la situazione libica”. Bashar Assad guida una repressione più sanguinosa di quella di Gheddafi - le vittime per l’Onu sono oltre tremila». Robert Ford, combattivo ambasciatore Usa in Siria, assicura che nelle strade di Damasco la gente «inizia a chiedersi perché non passare alla rivolta armata» [9].

Damasco ha dimostrato di saper resistere a massicce rivolte non violente come quelle che hanno travolto Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto. Molinari: «Ma il successo di una sollevazione popolare armata cambia lo scenario». [9] Antonio Ferrari: «Assad, probabilmente ostaggio del suo stesso circolo familiare, cioè la setta alauita, non ascolta né suggerimenti né consigli. Gli Stati Uniti hanno reagito con prudenza, anche perché non hanno intenzione di impantanarsi in un nuovo conflitto. Però ora hanno alzato la voce e il volume delle sanzioni. Come ha fatto l’Unione Europea». I regni di Giordania e Marocco, seppur attraversati da turbolenze, stanno reagendo per evitare il contagio. [10]

La situazione nello Yemen pare senza altra via d’uscita che il crollo del regime. [10] La questione saudita è più complicata. Molti temono che la primavera araba possa estendersi alle monarchie del Golfo con inevitabili conseguenze sulla gestione del loro tesoro energetico: la destabilizzazione della Penisola arabica, «evento in sé catastrofico», assumerebbe nella crisi economica attuale «riflessi apocalittici». Per evitare il precipitare della situazione, Re Abdullah ha preso ad elargire quattrini ai suoi grati sudditi e il 12 febbraio ha inviato le sue truppe nel Bahrein in rivolta (prossimo a finire sotto l’influenza iraniana), «buon esempio di “aiuto fraterno” che in tempi e contesti diversi avrebbe suscitato almeno la riprovazione delle nostre democrazie. Nulla di ciò. Anzi, sospiri di sollievo a Washington come a Londra, a Pechino come a Berlino, a Tokyo come a Parigi». [7]


Note: [1] Davide Frattini, Corriere della Sera 22/10; [2] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 21/10; [3] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 22/10; [4] Antonella Rampino, La Stampa 22/10; [5] Francesca Cicardi, il Fatto Quotidiano 21/10; [6] Magdi Cristiano Allam, Il Giornale 21/10; [7] Lucio Caracciolo, la Repubblica 22/10; [8] Maurizio Caprara, Corriere della Sera 21/10; [9] Maurizio Molinari, La Stampa 21/10; [10] Antonio Ferrari, Corriere della Sera 21/10.