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 2011  ottobre 20 Giovedì calendario

“AL PRIMO INCONTRO CON MARCHIONNE HO CAPITO CHE TIPO È”

Maurizio Landini, quando ha incontrato per la prima volta l’amministratore delegato della Fiat?
Era il luglio dello scorso anno, quando la Fiat a Mirafiori annunciò lo spostamento delle produzioni in Serbia. In quell’occasione ho incontrato il dottor Marchionne. Si trattava di un incontro convocato presso la Regione Piemonte. C’erano il presidente Cota, il ministro Sacconi, il sindaco di Torino, Chiamparino, e poi era stato convocato il sindacato con la Cgil, la Cisl e la Uil. Io ero seduto tra Epifani e Bonanni. E ricordo che Marchionne è arrivato, si è seduto, ha letto un testo dove in pratica ripeteva le cose già sentite altre volte, dove non diceva più solo ai sindacati, ma anche alle istituzioni e al governo: “Dovete dirmi di sì o di no. Io il piano industriale non lo discuto con nessuno”. E la cosa che mi ha colpito è che
lui ha letto il suo documento e subito dopo tutti si sono detti d’accordo. Tutti,
tranne la Fiom e la
Cgil. Non si è discusso su nulla. Gli unici a intervenire per dire che c’erano delle cose che non andavano siamo stati noi. E poi c’è stato un episodio per certi versi brutale, quando il presidente della Regione, Cota, ha preso la parola per chiudere l’incontro e rivolgendosi a Marchionne ha detto: ‘Allora, possiamo dire che la Fiat mantiene gli investimenti...’. E lì Marchionne è intervenuto: ‘No, guardi, sia chiaro: lei non può dire che la Fiat sta cambiando idea’. Fine dell’incontro. Come siamo entrati, siamo usciti. E nessuno ha reagito di fronte a quello che a me è sembrato un atteggiamento un poco arrogante. E poi soprattutto non era stato compiuto nessun passo in avanti. Marchionne confermava di voler andare in Serbia e noi non sapevamo ancora quali prodotti avrebbe deciso di fare a Mirafiori. Aveva solo ribadito che non avrebbe discusso niente con nessuno.
Con Marchionne neppure una stretta di mano?
Sì, certo. Ci siamo salutati, ci siamo dati la mano, mi ha fatto anche una battuta: ‘Vedo che lei parla molto di me’, ha detto. ‘Più che parlare cerco di documentarmi, ho letto qualche libro che la riguarda’ ho risposto io. E l’incontro è finito lì.
Cosa gli è andato a dire?
Gli ho detto così: ‘Vede, dottore, ci sono dei momenti in cui tutti sostengono che le cose stiano andando bene. E quelli sono momenti pericolosi. Perché a volte avere vicino qualcuno che dice di no, che mette in guardia, che dice con sincerità, guarda che così secondo me non funziona, può essere utile’.
E lui?
Non ha risposto. Lui non risponde. Ha ascoltato, quello sì. Ma non ha risposto. E se sto a tutto quello che è accaduto dopo, direi che non ha nemmeno tenuto in grande considerazione quelle parole. Io però penso che le occasioni per dire le cose con chiarezza vadano sfruttate tutte quante.
Nella vicenda Fiat c’è stato un
problema di informazione? Come siete stati trattati dalla stampa e dalle televisioni?
Sì, io credo che esista un problema di maggiore trasparenza, di uso, diciamo così, più obiettivo dei mezzi di comunicazione. Perché in molti casi si è cercato di rappresentare posizioni precostituite e di dare poco spazio al merito, al contenuto delle questioni. Paradossalmente è stata proprio la radicalità, la brutalità con cui la Fiat ha cercato di realizzare i suoi obiettivi a darci visibilità. Loro hanno esagerato e noi ne abbiamo tratto giovamento mediatico. Ma subito dopo la nostra forza è stata quella di evitare discussioni ideologiche entrando invece nel merito della vicenda. E come per incanto tutti hanno dovuto ricordare che nelle fabbriche c’è un problema di fatica, di sfruttamento.
E la Fiat? Secondo lei ha ricevuto un trattamento privilegiato da
giornali e televisioni?
Bè, certamente la Fiat ha una forza che noi non abbiamo. È proprietaria e controlla giornali, ha una potenza mediatica che noi ci scordiamo. Così quando ho letto l’intervista del dottor Marchionne in cui si parlava della Fiom come di una grande manipolatrice dell’informazione, sinceramente mi ha fatto un po’ sorridere, perché basta guardare alla sproporzione di mezzi. Noi ci siamo limitati a trovare le parole d’ordine giuste. Perché quando abbiamo detto che il lavoro o ha dei diritti o non è un lavoro, queste parole hanno parlato a tutto il paese. Noi abbiamo avuto lo scatto di dignità, il gesto di coraggio dei lavoratori, penso a quelli di Pomigliano, Melfi, Mirafiori e Bertone. Senza quel coraggio non saremmo andati da nessuna parte. [...]
A proposito di Chrysler e a proposito degli Stati Uniti: quando ha
sentito il presidente americano
Barack Obama dire “grazie, Sergio” cosa ha pensato?
A parte il fatto che la Chrysler era in bancarotta e il salvataggio è avvenuto a fronte di una situazione d’emergenza. Ma poi guardi che anche in Italia per alcuni anni l’atteggiamento di Marchionne con i sindacati è stato estremamente positivo. Allora per quel periodo anche voi vi sentite di dire ‘grazie, Sergio?’. No, noi diciamo grazie ai lavoratori. Però in quella fase c’è stata un’intesa. In quel periodo Marchionne non ha puntato alla cancellazione del sindacato e alla chiusura degli stabilimenti. Per salvare la Fiat ha scelto e accettato un confronto con noi.
Possiamo allora dire che Sergio
Marchionne sia il miglior nemico possibile?
A lui riconosciamo indubbie capacità manageriali. Un uomo che ha dimostrato coraggio e capacità di gestione della finanza. Insisto: dal 2004 al 2008 per salvare la Fiat ha scelto un rapporto positivo coi sindacati e coi lavoratori. Poi con le proposte per Pomigliano e Mirafiori le cose sono andate in un’altra direzione, quel sistema di regole condivise si è spezzato e la Fiat ha introdotto unilateralmente un metodo di gestione della fabbrica piuttosto autoritario. Non c’è dubbio che se la Fiat è uscita da una crisi pesantissima nel primi anni Duemila è grazie anche alle capacità di Marchionne. Ma anche alla disponibilità dei lavoratori e dei sindacati. E questo sarebbe bene non dimenticarlo.