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 2011  ottobre 21 Venerdì calendario

IL BUNGA-BUNGA DEI LEGIONARI FIUMANI - CHE OPERINA

deliziosa Il porto dell’amore di Giovanni Comisso! Uscita per la prima volta nel 1924 e ora riproposta da Longanesi con una premessa di Nico Naldini, narra l’impresa di Fiume del 1919-20, quando un manipolo di «legionari» guidati da d’Annunzio cercò di annettere la città all’Italia. Il giovane Comisso s’unì a loro, disertando dall’esercito regolare. «La vita qua è incredibile, mio caro De Pisis!», scrisse all’amico pittore.
Il fascino di questo libro sta nelle sue pennellate trasgressive. La Fiume conquistata dai baldi ribelli è un lupanare gratuito a cielo aperto, dove i guerrieri del Vate, più che al sangue e all’onore, pensano soprattutto a fornicare con le accoglienti fanciulle del luogo. «Dopo sette mesi d’occupazione ardita», osserva uno di loro, «può darsi benissimo che le donne siano state consumate». I medici lavorano a tempo pieno, per curare gli ardimentosi virgulti «dalle malattie che le femmine sanno dare». Tra ville signorili, balli in piazza, isole incastonate nel verde e «monti digradanti su coste lontane in un mare aperto», la vita è un «continuo spettacolo», una febbrile avventura dei sensi. Un rapporto della polizia segreta del Regno d’Italia conferma il quadro tracciato da Comisso: «Non vi è ufficiale e neppure legionario che non abbia un’amante fra le fiumane, ormai perdute in un’atmosfera di immoralità. Fiume è per i primi l’Eden terrestre, l’Eldorado di tutti i piaceri e per gli altri volontari il paese di Cuccagna. L’amor greco è di gran moda».
Quasi un bunga bunga ante litteram. E tuttavia, rispetto ai festini di Villa Certosa, che rievocano il clima crepuscolare di Sodoma e Salò, l’erotismo di Comisso è gioioso, libertino e rigorosamente non mercenario. Un inno ai «corpi bruni e lucenti tra i riflessi», allo splendore del paesaggio, al libero amore, non certo alle terga flaccide di qualche arzillo nonnino. Per chi inclina all’epicureismo, lo stile è tutto. Quest’aureo volumetto anticipa lo spirito del Sessantotto più fricchettone e “impolitico”: l’emancipazione sessuale, la fantasia al potere, l’allure antimilitarista. Tanto che il racconto si chiude simbolicamente con un calcio sferrato alla mitragliatrice durante il «Natale di sangue» (quando le truppe regie costringono d’Annunzio alla resa). La conquista di Fiume non fu solo la prova generale della «marcia su Roma». Fu soprattutto un crogiolo di vitalismo, anarchia e utopia. Un bagliore nella notte. «Avevamo combattuto per difendere la città», scrive un malinconico Comisso, «ma anche qualcosa d’altro, che a nessun costo si sarebbe potuto riconquistare. Eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore». Dopo un carnevale così ingordamente vissuto, per molti reduci sopraggiungerà il ritorno all’ordine. Finiranno come quegli ex sessantottini ingrigiti, le zanne traballanti e gli artigli arrotondati, passati da Lotta Continua al “Giornale”. Tutti ad Arcore, sabato sera.