Caterina Maniaci, Libero 21/10/2011, 21 ottobre 2011
«VOLEVANO UCCIDERMI. SARÒ RISARCITO CON 2000 EURO»
«Ho pensato: mi vogliono morto. Ma non ho perso il sangue freddo e non ho sparato». Fabio Tartaglione, 31 anni, pugliese, carabiniere scelto, era nella camionetta assaltata e data alle fiamme sabato scorso, a Roma. Ora è ricoverato all’ospedale militare del Celio, nella Capitale. E il deputato pdl, Filippo Ascierto, lo è andato a trovare, per vedere come sta e, soprattutto, «per dirgli che io lo considero un vero eroe, perché, nelle condizioni in cui si è trovato, chiunque avrebbe reagito e avrebbe sparato. Lui no, non lo ha fatto».
Eppure, per le ferite riportate (spaccato il setto nasale, massacrato il volto, ematomi un po’ ovunque) se gli andrà bene riceverà non più di 1500, 2000 euro di risarcimento. Ma non prova risentimento – spiega Ascierto – anzi, appena sarà in grado, vuole riprendere servizio. Il carabiniere racconta pacatamente quel che gli è successo: «Danno l’assalto al mezzo in cui mi trovavo, da solo, tentando di sfondare gli sportelli. Mentre mi volto a guardare alle mie spalle, sento un colpo fortissimo al volto: con un palo di legno, sfondando il finestrino, tentano di colpirmi più volte. Tutto insanguinato, mi getto fuori dalla camionetta». Poi, il racconto prosegue con particolari agghiaccianti: le urla tutt’intorno, fumo, il senso di vertigine, con il sangue che cola dal naso, le fitte atroci al viso, e la fuga, perché viene inseguito e gli vengono gettati addosso sassi e sanpietrini. Tanto che poi si è ritrovato ematomi alle gambe e sulla schiena.
Secondo Ascierto, tutto fa pensare che l’idea fosse quella di uccidere il carabiniere, «probabilmente per vendicare la morte di Carlo Giuliani, a Genova, durante il G8 del 2001». Ed è l’idea che hanno un po’ tutti, tra carabinieri e forze dell’ordine. Fabio, poi, ricorda che, pur nella confusione totale di quei momenti terribili e concitati, qualcuno gli spiega che la camionetta ha preso fuoco e allora, come racconta Ascierto, ha sentito venirgli meno le forze, «pensando che sì, sarei potuto morire lì dentro, tra le fiamme». Ma lui non si sente un eroe, neppure un po’. Certo, lui la pistola ce l’aveva eccome – certi giornali hanno raccontato che invece non l’aveva con sé, perciò non avrebbe sparato – ma non ha pensato neppure per un momento di aprire il fuoco.
Un giovane carabiniere, con 1000, al massimo 1200 euro di stipendio al mese, che rischia di morire ammazzato da quelli che, in buona parte, sono solo dei figli di papà con tanta voglia di fare i rivoluzionari, i ribelli, che poi magari finiranno a ricoprire ruoli di prestigio, riflette amaramente il deputato pdl. E vengono in mente i versi di Pasolini, scritti nel ’68: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri».
Che fare? Oltre ai «giusti provvedimenti di tipo legislativo preannunciati dal Viminale», è necessario «promuovere altre misure come il ripristino del manganello “tonfa” per le forze dell’ordine e la distribuzione del taser, arma non letale che immobilizza gli aggressori lanciando scariche elettriche», propone Ascierto, che però non si ferma qui: «Chiedo ai ministeri dell’Interno e della Difesa di concedere un riconoscimento morale a tutti i feriti. I responsabili non possono rispondere solo dei reati di lesioni e incendio doloso, dovrebbero essere perseguiti per tentato omicidio».
Caterina Maniaci