Goffredo Buccini, Corriere della Sera 21/10/2011, 21 ottobre 2011
LA LOTTA POI L’ADDIO ALLA MOGLIE NELLA CANTINA TRASFORMATA IN STANZA — A
Chiara basta una boccata di biberon per chetarsi, ciuffo di capelli neri in un fagotto di lana bianca: quando è nata da noi, tre mesi fa, papà Saranga e mamma Dilani le avevano dato un nome arcitaliano, per dire infine siamo qui, speranza di serenità ormai diventata certezza. Adesso, mamma Dilani la stringe al petto modulando un lamento lungo e continuo, papà Saranga sta ancora immerso in due metri d’acqua: affogato nello scantinato dove vivevano, con attorno pompieri, idrovore, sub, tanta gente dietro i nastri gialli, persino le tv a occuparsi di un invisibile come lui, sotto questo cielo di Roma che ora è meno ingrugnato ma che all’alba era scuro come la morte.
Alle quattro del pomeriggio, la lunga giornata che ha messo in ginocchio tre milioni di romani può stare racchiusa tutta qui, all’Infernetto, periferia sud della città, troppe case sotto il livello del mare, la continua minaccia del canale Palocco per troppe cantine trasformate in stanze d’abitazione, l’illecito che diventa regola catastale perché così fan tutti. La tragedia di questa piccola famiglia di giovanissimi cingalesi — del cuoco Saranga che aveva sgobbato sette anni alla trattoria «Panzanella» di San Paolo per pagare infine il biglietto alla sua Dilani già incinta — tiene dentro le paure e le rabbie di tutti noi, i mille frammenti e i file video d’una giornata infame cominciata col diluvio delle sei del mattino: auto come barche, motorini nelle voragini, le consolari tutte bloccate; fulmini su un treno, il Colosseo diventato piscina, la Colombo un torrente impetuoso, Alemanno grigio in volto più del suo impermeabile che sotto il finto Marc’Aurelio chiede lo stato d’emergenza e se la prende con i meteorologi e la malasorte, «non ci avevano avvertito, è come un terremoto»; la Prenestina sotto mezzo metro d’acqua, madri coi bambini prese in braccio dai passanti, gli autisti dei tram che smoccolano a bagnomaria, «quanto diavolo di tempo è che non puliscono i tombini?»; turisti che non capiscono e dicono «in fondo sono così questi romani». La pioggia si ferma infine ma già sentiamo le polemiche che picchiettano, «incapaci», «sciacalli», grandine. Bisogna venire all’Infernetto per ritrovare il senso delle parole, in questa giornata.
«Mezz’ora prima e morivamo tutti come quel poveretto», dice una matrona inferocita. Sì, tutti sott’acqua, nelle cantine diventate camere da letto, quando la piena dopo il diluvio ha investito questo quartiere cresciuto come un fungo, bordi di periferia, dopo l’Eur e prima del mare di Ostia. Alle otto, Saranga Perera si sveglia come tutti sotto quel mitragliamento d’acqua e il suo primo pensiero è per Dilani e Chiara. Sa di vivere in una casa pericolosa, è un ragazzone coraggioso e più maturo dei suoi 31 anni, «grande nuotatore» lo ricorderanno assurdamente, poco dopo. Prende moglie e figlia e le porta su, al pianoterra, dove ci sono salottino e cucina comune. Nella palazzina in viale di Castel Porziano 323 A c’è un microcosmo cingalese in subaffitto (duemila sono i cingalesi dell’Infernetto, diecimila a Roma). Una coppia vive in mansarda, Saranga e famiglia nel sottoscala assieme a un altro ragazzo che dorme in una stanzetta accanto alla loro. Tutti pagano un altro cingalese, «si chiama Samantha, non sappiamo dove vive», che paga a sua volta la padrona di casa, una romana, Ellida Butaglieri. Seicento euro dichiarati. «Mille», diranno poi i ragazzi dello Sri Lanka. Tanta confusione, su cui già indaga la Guardia di Finanza, non è estranea a quello che succede dopo, forse.
Salvate moglie e figlia, Saranga pensa all’altro tesoro che ha a cuore: i documenti, prova della sua vita da lavoratore in Italia. «Torno sotto», dice. E si precipita nel buco, giù per sei gradini, dove intanto l’acqua sale. È giù quando crolla il muro della stanza vicina e lo intrappola. «Questa casa aveva appena cinque o sei anni, perché è caduto il muro? Questo è un delitto, chi paga?», fa una smorfia Marius Fernando, tipo tosto, già consigliere di circoscrizione in quota immigrati. Nel fascicolo l’ipotesi è omicidio colposo, i finanzieri di Ostia lavorano duro dalle prime ore di questa storiaccia. Non è difficile immaginare dove puntino loro e il pm. Alberto, il papà della padrona di casa, al telefono taglierà corto: «Siamo in regola, noi e la palazzina, basta».
Ma il dramma di Saranga è appena cominciato. Mentre tutta Roma finisce a mollo e i politici prendono ad affilare le armi per una nuova rissa, mentre a poche centinaia di metri, nella palazzina D, salvano una vecchietta e la sua badante, e al civico 105 i bambini della scuola di Castel Porziano, il ragazzo venuto dallo Sri Lanka è prigioniero nella stanza, l’acqua sale ancora. Al civico 323 B c’è un negozio, «Arredo Cucine Borelli». Paolo, il padrone, sente le grida, accorre, porta al sicuro Dilani e Chiara, poi prova a scendere i sei gradini maledetti: «Sono arrivato alla grata della sua finestra, Saranga era dall’altra parte. Mi ha detto "aiutami", io ho rotto i vetri assieme a lui ma c’erano le sbarre di ferro. Ho provato a passargli un tubo per respirare. Ha salutato la moglie. Poi è sparito nell’acqua». Lo trovano i sommozzatori qualche ora dopo, incastrato sotto il letto: il ragazzone che sfidava l’oceano a nuoto imprigionato in venti metri quadrati tra un muro, una grata e un sogno.
Roma — le sue stazioni paralizzate, gli aeroporti fermi e ogni dannato metro di strada coi tombini intasati — insomma la città sgangherata prova a rimettersi in piedi col primo sole del pomeriggio. La Colombo è deserta, tutti sono scappati prima. L’Infernetto è ancora sott’acqua. Viale di Castel Porziano è sempre più l’epicentro di quello che ad Alemanno è apparso un sisma e a molti altri una sciagura evitabile. Il negozio di Borelli diventa per qualche ora la situation room della storia, fuori misura per un dramma. Tra fornelli luccicanti e scaffali di legno chiarissimo, entrano cronisti e fotografi. Mamma Dilani sta su un divano con la bambina in braccio, appena inclinata verso la sorella maggiore di Saranga, che è in Italia da diciotto anni e le fa forza. Passano caffè, si sentono sospiri. Italiani e cingalesi si mischiano senza incontrarsi davvero. Il parroco, don Pereira, pure lui cingalese, scuote la testa: «Si poteva prevenire, sì, ma adesso è successo. La rabbia non serve». È brava gente, questa, rabbia è una parola sconosciuta per loro. Ringhiano invece sul retro delle villette alcuni proprietari, esasperati per i danni, forse infastiditi dalla curiosità dei giornalisti: qui l’affitto in nero, spesso ai clandestini, è la norma e da domani saranno problemi per molti. Solo quando esce l’ambulanza col corpo avvolto in un telo di plastica, la sorella di Saranga si scaglia come una furia sui cordoni di poliziotti: «Faccio un casino, fatemelo vedere!». Viene scuro adesso, e tutto è finito. Al bar dell’angolo la tv è accesa, Gheddafi è morto, dicono. «Manco i soldi s’è goduto ’sto scemo», sospira il ragazzo del bancone. Roma è quasi asciutta.
Goffredo Buccini