Marco Galluzzo, Corriere della Sera 21/10/2011, 21 ottobre 2011
«UNA DECISIONE INAPPUNTABILE» —
Quando le luci si spengono, a Palazzo Chigi, a fine giornata, una domanda resta senza risposta. In modo maldestro, certamente in ritardo, seppure creando fibrillazioni istituzionali, alla fine Berlusconi è riuscito in qualche modo a rimediare, facendo una scelta che guadagna consenso persino nell’opposizione, che lascia soddisfatto il Quirinale così come la struttura di Bankitalia.
La scelta di Visco è una sorpresa per molti, ma per lo più positiva. Resta irrisolta però l’altra metà del problema: le dimissioni di Bini Smaghi dal board della Bce. A tarda sera, nel palazzo del governo, ammettono che non hanno idea di quello che farà l’economista fiorentino nei prossimi giorni. Si sa che vuole restare all’estero, ma nulla di più. E lo dicono con un filo di timore per le conseguenze possibili sul piano internazionale.
Ai corrispondenti stranieri, che chiamano per avere notizie su una vicenda che coinvolge direttamente l’Eliseo (se Bini Smaghi non si dimette non può subentrare il membro francese dell’istituto di Francoforte), viene opposto un messaggio che è condito con l’impotenza e la speranza: «Bini Smaghi è una persona d’onore, che conosce perfettamente le regole non scritte della Bce e quelle delle relazioni fra gli Stati, merita rispetto per quello che ha fatto, il problema è alla sua attenzione».
Poche parole, per rimarcare che ci si attende un gesto istituzionale. Lo attendono a Palazzo Chigi, così come al Quirinale. E lo attendono con una certa ansia se sono vere le voci circolate in questi giorni, ovvero quelle che descrivono il presidente francese Sarkozy pronto a porre pubblicamente il problema al vertice europeo di dopodomani, a Bruxelles, magari denunciando che l’Italia non è in grado di mantenere gli impegni presi.
Alla scelta del Cavaliere, e di Gianni Letta, che nelle ultime ore ha gestito in prima persona il dossier, si arriva per un complicato gioco di elisioni. Berlusconi a chi lo chiama parla di «scelta ottima e inappuntabile, che tutela autonomia e indipendenza della Banca d’Italia». E si dice sollevato: c’è un problema che resta aperto con Parigi, ma almeno un altro, con la sua maggioranza, con il Quirinale e con Bankitalia, è stato chiuso.
Il gioco delle elisioni ha fatto cadere la candidatura di Bini Smaghi per alcuni calcoli molto semplici: non era ben visto nella struttura dirigente di Palazzo Koch, non corrispondeva al profilo che aveva chiesto la prima carica dello Stato, ovvero quella di una candidato interno, in grado di rispecchiare le aspettative del consiglio e del direttorio dell’istituto di via Nazionale. Una lettera dello stesso Bini Smaghi a Napolitano, considerata indebita pressione, avrebbe ulteriormente chiuso la strada alla nomina.
Ma almeno altre due candidature sono alla fine state scartate per il gioco dei veti incrociati: Vittorio Grilli, sostenuto da sempre da Giulio Tremonti, mollato da Bossi ieri pomeriggio nel corso della riunione del governo a Palazzo Chigi, sarebbe stato per la maggioranza e per gli altri ministri il segno della «resa» di Berlusconi ai desiderata del suo ministro. E qualcuno ora nel governo ironizza in questo modo: «Il direttore generale del Tesoro avrebbe avuto più chance se non fosse mai stato sponsorizzato dal ministro».
Per meccanismi simili è stato alla fine scartato Fabrizio Saccomanni: sarebbe piaciuto a Mario Draghi, così come alla prima carica dello Stato e al board di Bankitalia, ma sarebbe stato uno schiaffo troppo forte per Tremonti, che oltre a sostenere Grilli si opponeva alla promozione del direttore generale della Banca d’Italia. Lo stesso Tremonti che ieri pomeriggio faceva sapere di essere un estimatore di Visco, di averne grande stima, di averci già lavorato insieme. E dunque di non avere «perso», almeno secondo il linguaggio della politica italiana.
È una versione che più di qualcuno nel governo contesta, ma che in fondo vale quello che vale. Così come serve poco sapere se veramente sia stato direttamente il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, a far sapere al governo che Oltretevere sarebbero stati soddisfatti se la scelta fosse caduta su un altro vicedirettore della Banca, quella Anna Maria Tarantola che due giorni fa ha fatto capolino nei rumors e nelle dinamiche dei Palazzi romani.
Nel gioco degli incasellamenti della politica ora il nome di Visco viene inserito in una cornice di sinistra. Si portano a sostegno della tesi, in modo debole in realtà, le ultime audizioni del futuro Governatore in Parlamento, critiche nei confronti del governo.
Per Berlusconi sono discorsi che non contano, conta l’avere risolto finalmente un problema che è stato affrontato senza decidere per troppo tempo, senza scossoni nella maggioranza, d’intesa con Giorgio Napolitano e trovando un consenso immediato anche nel consiglio di Bankitalia.
Domani sera il Cavaliere sarà a Bruxelles, prenderà parte al vertice serale dei popolari europei, al quale potrebbe essere presente anche Sarkozy, che ha fretta di sapere quando Bini Smaghi lascerà libera la poltrona che secondo regole non scritte spetta alla Francia. Ma su questo punto nel governo si appellano all’«onore» del protagonista di un potenziale caso diplomatico: incrociando le dita si spera che nell’interesse del Paese Bini Smaghi faccia sapere le sue intenzioni.
Marco Galluzzo