Armando Torno, Corriere della Sera 21/10/2011, 21 ottobre 2011
QUELLE PAROLE DI UN FRATE DAVANTI AL SOGLIO PONTIFICIO
La locuzione latina evocata da Berlusconi alla notizia della morte di Gheddafi, «Sic transit gloria mundi», ovvero «Così passa la gloria del mondo», divenne di uso comune perché era ripetuta da un frate dinanzi al Papa all’atto della sua elevazione al soglio pontificio. Pare che il rituale fosse già presente nel 1409, con Alessandro V; di certo commosse Pio III, nel 1503, il quale però morì 26 giorni dopo. La fonte scritturale è nella Prima Lettera di Giovanni (2,17), ma fu diffusa nel medioevo dalla Imitatio Christi (1,3,6): ricordava con un’esclamazione il veloce passaggio della gloria terrena. Berlusconi ricordandola ha scatenato reazioni a iosa. Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, per esempio: «Solamen miseris socios habuisse malorum», vale a dire: «È consolazione per i disgraziati aver avuto compagni di sventura». Si legge in diversi testi ma soprattutto nell’Etica di Spinoza (4,57). Massimo Donadi, dell’Idv, ha aggiunto: «Sapiens, ut loquatur, multo prius consideret», motto attribuito a san Gerolamo: «Il saggio, per parlare, deve prima molto meditare». Sul sito di Famiglia cristiana si va dal «Do ut des» al «Cum grano salis», ovvero da «Ti do perché tu mi dia» (formula segnalata nel Digesto) a «Con un granello di sale». Quest’ultima, di uso comune, nasce da un passo di Plinio, Naturalis Historia (23,77,3). Altre non mancheranno. Noi, più semplicemente, aggiungiamo quella amata da John of Salisbury, pensatore medievale inglese, nel suo Policraticus (2,27) per ammonire ricchi e potenti: «Nihil morte certius», cioè: «Niente è più certo della morte».
Armando Torno