FRANCO MARCOALDI , la Repubblica 19/10/2011, 19 ottobre 2011
LA NATURA DEL POETA
Il primo ricordo di Andrea Zanzotto che mi torna alla mente nel tristissimo giorno della sua morte (aveva da pochi giorni compiuto novant´anni), mi restituisce il poeta sulla porta della sua casa di Pieve di Soligo, mentre mi viene incontro a piccoli passi, con andatura cinese, e la solita "bareta" calcata sulla testa. Era una bella giornata di aprile, e il sottoscritto riferiva all´amico certe voci che venivano da Parigi e che lo volevano imminente premio Nobel. Lui mi guardò con quei suoi occhi vispi e ironici, e commentò lapidario: «Figurarse!». Aveva ragione Andrea, naturalmente. Il Nobel non arrivò né quell´anno né i successivi; eppure, tale riconoscimento sarebbe potuto cadere per grazia dall´alto dei cieli svedesi, data la fama – meritatissima – di cui il Nostro godeva ormai da molti anni, in Italia e nel mondo intero. Malgrado la sua poesia, già complessa nel nostro idioma, non fosse affatto facile da tradurre.
Nella cronologia del Meridiano Mondadori che raccoglie le sue Poesie e prose scelte si racconta, al riguardo, un episodio quanto mai sintomatico. Siamo nel 1951, e proprio allora esce la sua prima raccolta (Dietro il paesaggio), su cui la critica esprime giudizi alterni. In paese la zia Teresa, proprietaria di una cartoleria, espone orgogliosa il libro in vetrina; e quando una maestra le dice che le poesie del nipote le risultano piuttosto oscure, la zia trasforma quell´apprezzamento negativo in slogan pubblicitario: «Mio nipote scrive poesie che neanche le maestre riescono a capire».
Al di là del mero colore, l´episodio ci introduce alla trionfante vulgata dell´"oscurità oracolare" zanzottiana. Ma fatta salva l´oggettiva complessità della sua poesia, bisogna stare attenti –scriveva giustamente Fernando Bandini nel saggio introduttivo al Meridiano – a non cadere nella facile trappola del «poeta che vive in esclusivo contatto con il proprio inconscio», in una «lettura puramente delibativa ed edonistica» di versi ricolmi di straordinarie sonorità. La dolorosa consapevolezza dell´implosione di senso propria del nostro tempo, non significa affatto l´accettazione supina della deriva nichilistica in atto; il rifugiarsi «nell´indistinta melassa del significante». Al contrario, Zanzotto metteva all´opera tutti gli strumenti di cui disponeva (intelligenza, sensibilità, cultura) per contrastare quella resa. Per provare ancora a disegnare dei baluginanti brandelli di realtà.
Chiunque conosca la sua poesia (tra le raccolte occorre ricordare almeno IX Ecloghe del 1962, La Beltà, 1968, Il galateo in bosco, 1978, Fosfeni, 1983, Idioma, 1986, tutti pubblicati da Mondadori) sa bene quanto i balbettii, le onomatopee, i grumi sillabici, i silenzi senza sbocco di una "psiche ustionata" finiscano per dar luogo a un proliferare di voci, a una deflagrazione della materia linguistica e dunque a uno "zampillio segnico" irrefrenabile, in cui si intersecano e collidono sulla pagina tanto parole quanto graffiti, fumetti, cesure, simboli matematici, sì che la poesia stessa si presenta come travagliata germinazione di un´immagine. Immagine di voce, parola, segno.
Ecco perché un ritratto visivo come quello che anni fa gli dedicarono Carlo Mazzacurati e Marco Paolini restituiva con assoluta nitidezza il tormentato iter del processo poetico zanzottiano. Solo così, ascoltando quella sua lingua dolce e originalissima, vedendolo arrampicarsi dietro pensieri verticali che finivano poi per srotolarsi come sontuosi drappi sul banco della conversazione, si poteva capire appieno quella sua immagine di poeta – a un tempo fierissima e modesta – come di chi si fa viandante e mendica, "raspa su" quel che trova, improvvisa un bricolage nella speranza di trovare una strada tutta sua per affrontare (ed eventualmente superare) le proprie faglie interiori. Faglie che non sappiamo se dovessero qualcosa agli episodi della sua biografia di cui parlava pochissimo. Le difficoltà economiche della famiglia con il padre antifascista obbligato a emigrare, la resistenza nelle file di Giustizia e Libertà, il dopoguerra in Svizzera, i lunghi anni dedicati all´insegnamento nelle scuole medie e nei licei.
Con la sua formidabile sottigliezza critica, Goffredo Parise ebbe una volta a scrivere dell´amico Andrea: «è un geologo che ha piantato sulla propria terra il suo pozzo artesiano e giorno e notte trivella in profondità nel suolo roccioso fino a quando troverà il fuoco delle supreme viscere, il rombante vulcano, se ne può essere certi, della sua prossima poesia».
La madre natura, il paesaggio: a partire dal titolo della prima raccolta in versi è stato questo l´ubi consistam della poetica zanzottiana: «Fin da bambino» – amava raccontare – «ho sempre avuto interesse per la geologia e la geografia, per i tempi immensi. Mi muoveva la volontà di stare a stretto contatto con le rocce, l´erba, le piante. Con i milioni di anni, più che con i millenni, attorno a cui adesso si fa un inutile baccano».
Anche quando nel suo Veneto si consumerà il più grande terremoto paesaggistico-antropologico del dopoguerra italiano, Zanzotto ricomincerà comunque da lì, dalla terra, a tessere il filo di una poesia perfettamente consapevole della sua progressiva impotenza a raccontare un mondo sempre più simile a un vespaio sociale, «terribile ma non privo di inventività: con imprenditori a modo loro geniali ma anche con la morte sotto i piedi, le strade in uno stato di vera e propria trombosi, la totale frantumazione sociale di cui danno conto le mille leghe e leghette».
Zanzotto ha osservato con animo dolente e acutissimo queste trasformazioni, queste involuzioni; e fino all´ultimo ha combattuto una fiera battaglia civile contro le continue aggressioni al territorio. Ma per quanto pessimistica e negativa fosse la sua postura, non si è mai abbandonato a semplificazioni apocalittiche. Perché, tra le tante, Andrea aveva anche questa qualità: di cercare spasmodicamente la bellezza e la bontà in ogni recondito anfratto («Mondo sii, e buono;/ esisti buonamente») e al contempo di guardare in faccia, con coraggio, tutta la desolazione che ci circonda. E questo sguardo stereoscopico finiva poi per incarnarsi nelle movenze del suo stesso corpo: nei passaggi repentini di uno sguardo beato che si faceva improvvisamente malizioso e poi preoccupato e da ultimo allarmato; nel tambureggiare delle piccole mani che cercavano (e trovavano) il ritmo delle parole che la bocca via via andava sillabando: le parole di una poesia pervasa da una singolarissima grazia mozartiana condita di umor nero. Perché malgrado tutto, sosteneva Andrea, la scrittura in versi conserva ancora «la dignità minima dell´accadimento. Essendosi dato il caso di una vita che non è pura matericità, ma arriva a creare esseri che meditano su se stessi e il proprio percorso esistenziale, credo che la poesia abbia a che fare – per l´appunto – con questo itinerario».
Se poi questo itinerario risulta sempre più labirintico, vorrà dire che il poeta dovrà provare a risalire la corrente intorbidita del senso utilizzando i più diversi registri, producendo tra loro continui cortocircuiti. Sempre Bandini usava, a riguardo, un´immagine felice: «Dove Mallarmé espunge, in cerca di un timbro puro e incontaminato, Zanzotto invece include. Il vino che egli ci offre è pieno di depositi sul fondo del bicchiere, e questo attesta la genuinità del suo vino».
L´opera di Andrea è stata talmente ricca e vasta, da rendere di fatto inesauribili le nostre visite a venire nella sua fantastica cantina poetica. Quelle che invece ci mancheranno, e molto, sono le bottiglie vere bevute in sua compagnia; quei lunghi pomeriggi trascorsi a Pieve di Soligo davanti a ripetuti bicchieri di Cartizze, pomeriggi che cominciavano immancabilmente con l´elenco puntuale dei suoi acciacchi, e si dipanavano poi, grazie all´intelligenza fiammeggiante di questo inimitabile geologo-folletto, in conversazioni capaci di spaziare dall´antica Roma alla matematica, dalla letteratura alla botanica. Erano conversazioni indimenticabili – non meno della lettura dei suoi versi – che soltanto l´arrivo del buio, prima quotidiano e adesso definitivo, poteva interrompere. Lasciando alle spalle una sensazione di immensa gratitudine e struggente nostalgia.