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 2011  ottobre 20 Giovedì calendario

L’INCHIESTA SU UNICREDIT SI ALLARGA AD ALTRI ISTITUTI

UniCredit è solo la punta di un iceberg. L’inchiesta, che martedì ha portato il Gip di Milano Luigi Varanelli a disporre il sequestro di 246 milioni di euro nei confronti del gruppo di Piazza Cordusio, potrebbe essere solo l’inizio di un nuovo filone. Sotto il faro del procuratore aggiunto Alfredo Robledo ci sarebbe già la Banca popolare di Milano, per operazioni meno complesse e ben più limitate di quelle effettuate da UniCredit. Se l’accusa nei confronti di UniCredit è di «dichiarazione fiscale fraudolenta», ipotesi analoghe potrebbero dunque essere vagliate anche per altri istituti. Insomma: l’inchiesta sull’operazione «Brontos», effettuata da UniCredit insieme a Barclays, potrebbe aprire un vaso di Pandora molto più grande. Che coinvolge banche e grandi aziende.

Di gruppi bancari e industriali che in passato hanno effettuato operazioni finanziarie simili, con lo scopo di ottenere risparmi fiscali, in effetti se ne trovano tanti in Italia. Sono noti i casi di Credem e Bpm (che in passato, come riportato dal Sole 24 del 1 dicembre 2010, ha effettuato transazioni con l’Agenzia delle Entrate), ma anche quelli del Monte dei Paschi e di Intesa Sanpaolo. Basta parlare con qualunque banchiere di alto livello per scoprire che, negli ultimi anni, esponenti di grandi banche internazionali venivano in Italia ad offrire "pacchetti" di "ottimizzazione" fiscale: oltre a Barclays, molto attivi su questo fronte erano anche Dresdner, Royal Bank of Scotland e Deutsche Bank. Operazioni più o meno complesse, che spesso coinvolgevano società create ad hoc all’estero, che miravano a far ottenere ai clienti (cioè le banche italiane) un risparmio fiscale.

Ovviamente l’ottimizzazione fiscale è lecita. Ma se – come nel caso di UniCredit – si arriva a ipotizzare l’evasione, allora il discorso è diverso. UniCredit – dal canto suo – continua a dirsi serena: in una nota, ieri, l’istituto di Piazza Cordusio ha ribadito la «convinzione circa la correttezza del proprio operato». E ha fatto sapere che, insieme agli avvocati, la banca sta studiando «le opzioni a disposizione»: a partire, è evidente, da un eventuale ricorso al Tribunale del Riesame contro il sequestro operato dalla Procura. L’istituto sta anche valutando l’impatto del sequestro sui conti.

L’offensiva del procuratore aggiunto Alfredo Robledo è solo l’ultima tegola caduta su UniCredit. L’istituto di Piazza Cordusio, come si legge nella semestrale, aveva già effettuato a maggio un accertamento adesione, dopo le contestazioni sollevate da uffici regionali dell’agenzia delle Entrate per l’anno 2005, per operazioni che avevano come controparte società del gruppo Deutsche Bank versando all’Erario 99 milioni. La Guardia di Finanza ha contestato, invece, operazioni strutturate anche per gli anni dal 2006 al 2009. Dai verbali delle Fiamme Gialle emerge un debito d’imposta complessivo di 444 milioni (269 relativi a «Brontos», appunto, e 175 relative ad altre operazioni).

La Procura di Milano – in maniera autonoma – ha invece messo sotto esame l’operazione «Brontos», effettuata nel 2007 e nel 2008 insieme a Barclays. Il Pm Robledo ha messo in discussione la costruzione di strutture finanziarie «complesse e artificiose» dirette a far apparire come dividendi (tassati al 5%) quelli che erano in realtà interessi (tassati al 100%). Questo è potuto accadere stipulando contratti con la filiale milanese di Barclays che, per gli inquirenti, non avevano alcuna «autonoma valenza economica» ed erano diretti esclusivamente ad ottenere un risparmio fiscale elusivo.

Secondo la Procura, inoltre, per UniCredit questo vantaggio fiscale si è tradotto in una falsa rappresentazione (dividendi anziché interessi) nelle scritture contabili prima e nelle dichiarazioni dei redditi poi dei proventi di queste strutture finanziarie. UniCredit, sottolineano gli inquirenti, ha conseguito così un’indebita esclusione dal reddito imponibile di una quota pari al 95% dei proventi. In questa maniera sono stati sottratti a tassazione 745 milioni di euro fra il 2007 e il 2008 con un danno erariale di 246 milioni.

Da qui la contestazione del reato, con l’aggravante della continuità e del danno di rilevante entità, previsto dell’articolo 3 del decreto legislativo 74 del 2000, vale a dire «la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici». Si tratta dell’illecito tributario più grave punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. Il Gip Luigi Varanelli ha perciò disposto il sequestro di 246 milioni di euro dal conto di UniCredit presso la Banca d’Italia utilizzando, per la prima volta, almeno per somme di questa entità, la norma sulla confisca per equivalente introdotta dalla finanziaria del 2008.