Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 20/10/2011, 20 ottobre 2011
LA LUNGA GUERRA DIMENTICATA
Superata un’ansa del Tigri Diyarbakir compare all’improvviso con la sua cinta muraria di basalto nero, la più lunga fortificazione del mondo dopo la Grande Muraglia cinese, esempio di imponente architettura militare che racconta la storia di eserciti e imperi alle porte della Mesopotamia. Qui comincia la terra dei curdi, il 15-20% su 70 milioni, la Turchia lontana dall’Europa, dalla crescita a due cifre del Pil, a 1.300 chilometri dal Bosforo, immersa nel vortice del Medio Oriente ai confini con Iraq, Iran e Siria. Una Turchia che nell’Anatolia del Sud-Est, nome ufficiale della regione, schiera oltre 100mila soldati contro i santuari della guerriglia curda del Pkk nel Nord Iraq.
È la guerra dei trent’anni. Ogni tanto qualcuno a Diyarbakir sparisce. I giovani della "sherildan", il nome curdo per intifada, si uniscono ai 5mila guerriglieri del Pkk, i peshmerga, o vengono arrestati dall’esercito. Scompaiono e riappaiono, dalle montagne o dalle carceri. Oppure fanno traffici con l’altra parte, il Kurdistan iracheno, che con la protezione degli americani e il petrolio di Kirkuk è diventato la faccia felice dei curdi.
Dall’84 ci sono stati 35-40mila morti, tremila villaggi bruciati, un milione e mezzo di profughi, migliaia di militari e civili uccisi negli attentati del Pkk e ora, dopo una pausa seguita alla cattura di Abdullah "Apo" Ocalan, gli scontri sono ripresi più feroci che mai. Ocalan, che nel ’98 trovò rifugio in Italia per qualche mese e fu poi catturato nel ’99 in Kenya e infine rinchiuso nel carcere di Imrali con una condanna all’ergastolo, fondò il Pkk, Partito dei lavoratori curdi, nel 1978, una formazione marxista nella lista nera dei gruppi terroristici di Stati Uniti, Unione europea e Nato.
Questa guerra è un braccio di ferro silenzioso, largamente ignorato negli ultimi anni perché non ha mai messo in forse gli investimenti stranieri, neppure quelli italiani e il brillante sviluppo economico sbandierato dall’Akp del primo ministro Erdogan. Ma per questa Turchia, che aspira a diventare sempre di più protagonista del Medio Oriente, costituisce una vera spina nel fianco in una regione strategica per le riserve idriche – qui ci sono le grandi dighe del progetto Gap – sulla rotta delle pipeline del petrolio, all’incrocio con Iran, Iraq e Siria, gli altri Stati in perenne ebollizione dove si contano forti minoranze di curdi: 30-40 milioni in tutto, un altro popolo senza Stato, che vide il Kurdistan soltanto una volta, disegnato sulle mappe del Trattato di Sévres e cancellato poco dopo da quello di Losanna del 1923 da cui inizia la storia della Turchia moderna.
Cosa vogliono i curdi? Bisogna distinguere tra i simpatizzanti del Pkk e gli altri, la maggioranza, estranea alla lotta armata, che non abita neppure in Anatolia ma nelle grandi città della costa. A spese dei curdi sono state compiute grandi ingiustizie: nella repubblica iper-nazionalista di Ataturk non avevano diritto né al nome né alla lingua. Oggi non è più così e, sia pure con forti resistenze, stanno conquistando i loro spazi, molti sono integrati nel sistema politico e sociale turco: almeno un centinaio di parlamentari sono di origine curda. Ma guerriglia e terrorismo continuano: il Pkk, pur avendo forse rinunciato all’idea separatista, continua a pescare adepti nella regione più arretrata e tradizionalista della Turchia.
In sostanza il partito di governo Akp, pur contando su una solida maggioranza, non è stato capace di conseguire risultati tangibili: dopo una fase di riforme pro-curde e di negoziati segreti con il Pkk le trattative si sono arenate. E anche Diyarbakir, la città dalle mura ciclopiche, con antiche chiese armene, bizantine, ortodosse, simbolo di un’antica e dimenticata tolleranza, è ripiombata nell’atmosfera cupa della guerra senza fine.