Stefano Carrer, Il Sole 24 Ore 20/10/2011, 20 ottobre 2011
IL CLUB TRIPLA A SEMPRE PIÙ RISTRETTO
Il club è diventato in apparenza sempre più esclusivo. Ma il numero dei membri si è ristretto al punto che qualcuno ha cominciato a ipotizzarne un futuro tramonto, oltre a metterne in discussione le ragioni stesse di esistenza.
L’élite che può fregiarsi della «Tripla A» – il rating più alto che può essere assegnato, a indicazione della massima solidità finanziaria – continua a perdere pezzi: sono rimasti ormai solo in 13 gli Stati il cui debito sovrano può fregiarsi del riconoscimento da parte di tutte e tre le maggiori agenzie di rating, mentre le società non finanzarie sono ancora meno, visto che S&P’s dà il voto massimo solo a 4 aziende, mentre Fitch e Moody’s si spingono poco oltre la decina. Da ultimo, la minaccia di Moody’s sull’outlook della Tripla A della Francia ha lanciato scosse elettriche su un’Eurozona dove il club si è ristretto a sei membri (con Francia, Germania, Olanda, Austria, Finlandia e Lussemburgo), dopo l’espulsione di quella che doveva essere una nuova aristocrazia (Irlanda dal 2001 al 2009, Spagna dal 2003 al 2010).
Se si considera anche l’altro caso diventato clinico – l’Islanda, promossa tra gli eletti dal 2005 al 2009 – parrebbe che il circolo sia sufficientemente screditato. Ma Parigi farà di tutto per non subìre quella che sarebbe un’onta nazionale tale da rilanciare l’intermittente dibattito sul declino del Paese e da mettere in forse i piani di fuoriuscita dalla crisi europea. L’umiliazione appare vicina per il Giappone: Tokyo cominciò a perdere il massimo dei voti alla fine degli anni ’90, ma entro fine anno dovrebbe perderlo anche da parte dell’agenzia di rating nazionale R&I. Se è passato quasi inosservata la recente bocciatura della Nuova Zelanda (alla quale S&P’s e Fitch hanno tolto la Tripla A sulle emissioni in valuta locale), il mondo sta ancora facendo i conti con la portata della decisione estiva di Standard & Poor’s di "degradare" gli Usa, anche se i Treasuries non ne hanno risentito. Del resto, come sottolinea uno studio di AllianceBernstein, la storia delle perdite di AAA dagli anni ’90 evidenzia che i riflessi sui tassi obbligazionari sono stati sempre minimi e a volte addirittura contro la logica (ossia al ribasso).
Gli operatori dei mercati sono d’accordo nel ritenere che siano gli spread l’indicatore più attendibile del rischio sovrano. La Tripla A ha sempre portato con sé aspetti paradossali, a partire dal fatto di essere assegnata a chi si distingue nel debito e mai ai maggiori creditori mondiali. Certo le agenzie sono indotte a essere più severe dopo la perdita di reputazione seguita allo scandalo dei voti superiori assegnati con manica larga a veicoli finanziari complessi che hanno provocato la crisi globale del 2008. Pare difficile che chi perde la Tripla A possa recuperarla, come accadde per il Canada e l’Australia.
Oggi resta relativamente alto il numero degli strumenti finanziari a tripla A e le società finanziarie battono in ragione di circa 10 a 1 quelle industriali nella classifica. Sul fronte delle aziende, la Tripla A appare ormai a molti irrilevante. Negli Usa, se all’inizio degli anni ’80 erano 32 le società non finanziarie al top, oggi sono rimasti in 4 ultimi mohicani: J&J, Microsoft, Adp e Exxon Mobil (tra le 107 entità alle quale S&P’s assegna un rating più alto di quello del Paese). Il che non significa che debbano pagare tassi inferiori a quelli del Governo federale sul debito: dimensioni e liquidità dei Treasuries fanno la differenza. L’azienda più robusta – che siede su una liquidità di circa 80 miliardi di dollari – non ha la tripla A perché non emette debito: si chiama Apple.
Alcuni gruppi «scelgono» di perderla perché danno la prevalenza a obiettivi strategici, come la Pfizer con la maxiacquisizione di Wyeth. Vari analisti ritengono che sarebbe positiva la scomparsa dell’AAA, a indicare chiaramente come nessuno debba aspettarsi che un debito sia senza rischi. Così il più solido presidio del voto massimo sta nelle regolamentazioni che impongono a investitori istituzionali di destinare una quota minima di risorse verso chi può esporre quel logorato cartello.