Luigi Paganetto, L’espresso 27/11/2011, 27 novembre 2011
Energy saving e sarà boom colloquio con Luigi Paganetto di Paola Pilati Partire dalle tecnologie. Investire per risparmiare energia
Energy saving e sarà boom colloquio con Luigi Paganetto di Paola Pilati Partire dalle tecnologie. Investire per risparmiare energia. Nelle case e nella produzione. È il moltiplicatore che serve alla nostra economia per salire sul treno verde. Parola di un esperto che ci crede sul serio. Dati alla mano Oggi nel mondo si è aperta una gigantesca gara alla ricerca di tecnologie che hanno come obiettivo lo sviluppo di un mondo più "verde". Ma da questa gara noi restiamo fuori: ed è un peccato, perché rinunciamo a concorrere per un mondo migliore". Luigi Paganetto, economista e professore all’Università di Tor Vergata, ex presidente dell’Enea, alla green economy ci crede, tanto da aver applicato i metodi econometrici per calcolarne l’impatto sul nostro Prodotto interno lordo. Dato un certo investimento, si avrebbe un incremento della crescita del Pil dello 0,2 per cento l’anno già nella fase del cantiere. La chiave sta tutta nel tipo di investimento: siamo sul terreno dell’energia, certo, ma per ottenere quell’effetto propulsore sull’intero sistema occorre rovesciare l’approccio corrente, vedere l’erba dalla parte delle radici. Dunque: non partire da come si produce energia, ma da come si consuma. "L’Unione europea, nel suo Set Plan (Strategic Energy Technology Plan, ndr.), dice chiaramente che la prima spallata alla lotta della CO2 si dà con l’efficienza", spiega Paganetto, "il che vuol dire agire sugli "usi finali" dell’energia. Puoi avere un impianto nucleare o un impianto a carbone, ma la differenza vera la fa il modo in cui usi l’energia prodotta. Se la sprechi, o la consumi con razionalità". Intende dire che è più importante il risparmio energetico? Partiamo dall’elogio dell’austerity? "Neanche per sogno: parlo di efficienza che si ottiene grazie a cambiamenti tecnologici. La crescita del Pil si raggiunge con investimenti importanti". Sono costi che ci possiamo permettere, di questi tempi? "L’efficienza energetica ha senz’altro un costo, ma abbatte i consumi finali ed è un moltiplicatore fantastico per l’economia". Faccia un esempio. "L’Enea ha calcolato i costi-benefici di un intervento massiccio sul patrimonio edilizio pubblico - in pratica uffici e scuole - per dare efficienza energetica: isolamento delle pareti, nuovi infissi, sistemi di climatizzazione di ultima generazione, illuminazione modulabile, e via dicendo. Costo complessivo: 8,2 miliardi di euro. Sembra tanto, e lo è. Ma vediamo gli effetti: riduzione dell’energia consumata del 20 per cento, con un risparmio della bolletta di oltre 400 milioni l’anno. E soprattutto un impatto potente sul sistema economico: crescita della produzione attivata di 19 miliardi, del valore aggiunto di 14 miliardi e del Pil dello 0,6 per cento all’anno. Posti di lavoro in più: 150 mila". Il driver dell’economia è sempre il mattone? "No: è la tecnologia. Qui si tratta di fare un’iniezione di tecnologia sul fronte degli usi finali dell’energia. E non ci sono solo gli edifici, ma anche l’industria, e i trasporti. Non si tratta di riempire ettari di territorio con i pannelli fotovoltaici, che hanno un basso rendimento, ma di puntare sul fotovoltaico a concentrazione: fatto di celle che sono più costose e sofisticate, ma con un rendimento assai più alto. Se l’Università di Tor Vergata, che è fatta con prefabbricati, fosse stata costruita con prefabbricati che incorporano al loro interno la nuova tecnologia dei film sottili, pellicole sottilissime che consentono di catturare energia, avremmo risparmiato un sacco. Se nel nuovo quartiere satellite residenziale e commerciale della capitale, Porta di Roma, si fosse aggiunta una piccola centrale solare come propone Jeremy Rifkin, sarebbe stata una grossa innovazione. Occasione persa. La sfida che abbiamo davanti è fare in modo che nel processo produttivo ci sia una filiera verde". Quindi il sistema degli incentivi alla produzione di energia verde non le piace? "Diciamo che deve cambiare l’obiettivo: va bene dare incentivi al fotovoltaico, ma devi fare in modo che le nuove centrali usino, al posto dei pannelli cinesi a basso contenuto tecnologico, i prodotti più innovativi della tua filiera industriale. Insomma, gli incentivi devono andare non alla produzione di energia, ma all’innovazione. Altrimenti stimoli solo l’industria che importa pannelli dalla Cina". Come si può ottenere questo risultato? "Misuro il rendimento del pannello per centimetro quadrato, e attribuisco - poniamo - il punteggio zero al pannello cinese e il punteggio due ad un altro più efficiente: così con le poche risorse disponibili faccio nascere un’industria capace di creare innovazione. E magari in grado di esportare. La grande sfida è proprio questa, non quella di riempire il territorio di pannelli qualsiasi. La Nokia, in Finlandia, è nata con gli incentivi all’innovazione, non all’uso del telefonino". Possiamo sperare in un aiuto dell’Europa? "L’Europa sta puntando sulle smart city, una combinazione di tecnologie energetiche e Ict. È un’occasione da non perdere. Genova si è candidata a essere una delle 15 che verranno prescelte, mettendo insieme nel progetto Enel, Ibm e altri soggetti. Se montiamo in tempo su questo cavallo, si apre la possibilità di disegnare per tutti una vita diversa, in cui innovazione e verde costruiscano una combinazione in grado di rivoluzionare la nostra vita quotidiana". Perché è così diffìcile incanalare sul modello verde anche i trasporti? "Perché da noi i "costi da affondamento" del modello di trasporto dominante, quello a benzina, sono alti. Questo spiega perché i cinesi, che non avendo un’industria automobilistica non devono pagare i costi del suo affondamento, si sono mossi con decisione a produrre l’auto elettrica". Ma l’Italia è proprio la più handicappata nella corsa alla green economy? "Il problema non è solo nostro, ma di tutta l’Europa, tranne i paesi del Nord. La Cina e la Corea, per reagire alla crisi del 2008, hanno indirizzato la prima il 45 per cento della spesa verso l’innovazione, la seconda l’80 per cento. L’Europa? Zero. Persino gli Usa, che sventolavano la bandiera della green economy, hanno spostato le risorse sulle banche. L’opinione pubblica dovrebbe capire che non c’è in ballo solo l’economia, ma la qualità del proprio futuro". n Così cambia il mondo di Jeremy Rifkin Internet e energie rinnovabili. Sono i driver della terza rivoluzione industriale. Che parte dall’Europa e sta trasformando l’economia globale. Lo studioso Usa spiega cosa accadrà Il brano che segue è tratto dal nuovo libro di Jeremy Rifkin, "La terza rivoluzione industriale", Mondadori, Milano 2011 La civiltà industriale è a un bivio. Il petrolio e i combustibili fossili che rendono possibile lo stile di vita industriale si stanno esaurendo e le tecnologie costituite e alimentate da queste materie prime stanno diventando obsolete. L’infrastruttura industriale invecchia e necessita di manutenzione. Il risultato è un aumento della disoccupazione a livelli pericolosi in tutto il mondo. Governi, imprese e consumatori sono sommersi dai debiti e il tenore di vita sta diminuendo ovunque. Un miliardo di individui - circa un settimo della popolazione mondiale - soffre la fame e la denutrizione: un macabro record. A peggiorare le cose, aleggia la minaccia di un cambiamento climatico indotto dalle attività umane e industriali. Da trent’anni sono alla ricerca di un nuovo paradigma economico che ci possa guidare verso un’era post-carbonio. E mi sono convinto che le grandi rivoluzioni economiche avvengono quando nuove tecnologie di comunicazione convergono con nuovi sistemi energetici. I nuovi regimi energetici rendono possibile la creazione di un’attività economica più interdipendente e l’espansione degli scambi commerciali, oltre a facilitare relazioni sociali più dense e inclusive. Le simultanee rivoluzioni della comunicazione diventano lo strumento per organizzare e gestire le nuove dinamiche temporali e spaziali che derivano dai nuovi sistemi energetici. Nell’Ottocento, le tecnologie della stampa e del vapore hanno generato i mezzi di comunicazione con cui gestire l’infrastruttura ferroviaria, alimentata dal carbone, e i nascenti mercati nazionali della Prima rivoluzione industriale. Nel Novecento, le comunicazioni elettroniche (telefono, radio e televisione) sono diventate lo strumento per gestire l’era dell’automobile, alimentata dal petrolio, e la cultura del consumo di massa della Seconda rivoluzione industriale. Alla metà degli anni Novanta, ho cominciato a pensare che fosse ormai prossima una nuova convergenza: la rivoluzione di Internet e le energie rinnovabili si sarebbero fuse per creare una nuova, potente infrastruttura per quella Terza rivoluzione industriale che avrebbe cambiato il mondo. In un futuro prossimo, centinaia di milioni di persone produrranno in proprio energia verde, a casa, negli uffici e nelle fabbriche, e la condivideranno con gli altri attraverso una Internet dell’energia, simile alla rete che utilizziamo per creare e condividere informazione. La democratizzazione dell’energia porterà con sé una radicale riorganizzazione delle relazioni umane, con effetti sulla conduzione delle attività economiche, sul governo della società, sull’educazione dei figli e sul nostro impegno nella società. (...) L’infrastruttura della Terza rivoluzione Industriale getterà le basi di un’economia globale sostenibile. Ma, come per ogni altra infrastruttura energetica e di comunicazione nella storia, i diversi pilastri che la reggono devono essere eretti simultaneamente. Se no, non stanno in piedi. Ogni pilastro può funzionare solo in relazione con tutti gli altri. I cinque pilastri della Terza rivoluzione industriale sono: 1) il passaggio alle fonti rinnovabili di energia; 2) la trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere le energie rinnovabili in loco; 3) l’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie di immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura, per conservare l’energia intermittente; 4) l’uso delle tecnologie Internet per trasformare la rete elettrica di tutti i continenti in una inter-rete per la condivisione dell’energia che funzioni come Internet. Se milioni di edifici generano localmente, sul luogo del consumo, piccole quantità di energia, possono vendere il surplus alla rete e condividere l’elettricità con i propri vicini in tutto il continente; e 5) la transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci, pubblici e privati, in veicoli plug in e con cella a combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva. La creazione di un regime di energie rinnovabili, generate dagli edifici, parzialmente accumulata in forma di idrogeno, distribuita attraverso inter-reti intelligenti, utilizzata per trasporti a emissioni zero apre la strada alla Terza rivoluzione industriale. L’intero sistema è interattivo, integrato e fluido. Crescendo insieme, questi cinque pilastri creano una piattaforma tecnologica indivisibile: un sistema completamente nuovo le cui proprietà e funzioni sono qualitativamente diverse dalla somma delle parti che lo compongono. In altre parole, le sinergie fra i pilastri della Terza rivoluzione industriale generano un nuovo paradigma economico che può trasformare il mondo. È l’ultima delle grandi rivoluzioni industriali e creerà le infrastrutture fondanti di una emergente età collaborativa. La quarantennale costruzione della sua infrastruttura creerà centinaia di migliaia di nuove imprese e centinaia di milioni di nuovi posti di lavoro. Nel prossimo mezzo secolo le attività d’impresa tipiche della Prima e della Seconda rivoluzione industriale saranno progressivamente sostituite dalle pratiche operative distribuite della Terza rivoluzione industriale, e la tradizionale organizzazione gerarchica del potere economico e politico cederà il passo al potere laterale, organizzato per nodi, in tutta la società. Il concetto di potere laterale sembra contraddire tutto ciò che la storia ci ha insegnato sui rapporti di potere. Il potere, dopotutto, è tradizionalmente organizzato in strutture piramidali e fluisce dal vertice verso la base. Oggi, però, il grande potenziale collaborativo liberato dal confluire delle tecnologie Internet e delle energie rinnovabili ristruttura in maniera fondamentale le relazioni umane: da alto/basso a fianco-a-fianco. Le implicazioni di questo per il futuro della società sono profonde. Le case discografiche non hanno capito la forza del potere distribuito fino a quando milioni di giovani hanno cominciato a condividere on line file musicali, facendo crollare il loro fatturato in meno di dieci anni. L’Encyclopedia Britannica non ha saputo sfruttare per sé il potere distribuito e collaborativo dal quale è scaturita Wikipedia, diventata la principale opera di referenza al mondo. Né i giornali hanno preso troppo sul serio il potere distribuito dei blog e oggi molte pubblicazioni stanno chiudendo i battenti o stano trasferendo gran parte delle proprie attività online. Le implicazioni della condivisione di energia distribuita in un dominio collettivo aperto sono anche più profonde e pervasive. La Terza rivoluzione industriale ci offre la speranza di poter raggiungere una nuova era sostenibile post-carbonio entro la metà del secolo. Abbiamo la scienza, la tecnologia e un piano per arrivarci. La questione è se riconosceremo le opportunità economiche che ci attendono e troveremo la determinazione per arrivarci in tempo. Miracolo a Bolzano di Paolo Cagnan In Alto Adige il 56 per cento del fabbisogno pro capite è già prodotto da fonti rinnovabili. "Ma arriveremo al 75 entro il 2020", promette Ulrich Stofner, direttore di Bls, società pubblica per l’insediamento d’imprese e la promozione territoriale della Provincia autonoma. L’obiettivo è chiaro: attrarre nuove aziende green offrendo un supporto sul doppio fronte degli incentivi e della consulenza ad ampio spettro. Perché l’Alto Adige mette a disposizione di chi vuole investire verde mutui agevolati e finanziamenti a fondo perduto a cui si è aggiunto di recente il Fondo per l’Innovazione di 3.800.000 euro per start-up di Ricerca & Sviluppo. E ad ampliare ulteriormente le possibilità è in arrivo entro il 2014 il nuovo Parco Tecnologico che sarà punto di incontro per il settore privato e pubblico; vi troveranno spazio start-up e centri di ricerca all’avanguardia, dal "Fraunhofer Institut" all’Istituto per l’energia rinnovabile dell’Eurac.