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 2011  ottobre 20 Giovedì calendario

IL GRAN RIFIUTO DI DISNEY A ORSON WELLES


«L’essenziale è invisibile agli occhi». La frase simbolo del Piccolo principe può aiutare a capire perché il tentativo di Orson Welles di portare sul grande schermo il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry rimase solo un sogno. L’essenziale rimase infatti invisibile agli spettatori. Il regista americano scrisse la sceneggiatura della pellicola nel 1942, all’indomani della pubblicazione del romanzo.
Quasi anticipando Roger Rabbit, Welles voleva un’opera mista tra film e cartoon, un ibrido capace di abbinare la fiction all’animazione. Per questo si rivolse a Walt Disney, il dio creatore dei pupazzi in movimento. Non se ne fece nulla, però. Disney, di temperamento fumantino, dopo un incontro col regista disse a un suo collaboratore: «In questo studio non c’è abbastanza spazio per due geni». Forse, però, i geni erano tre, visto che in quella stanza si riunivano simbolicamente Welles, Disney e Saint-Exupéry. Di sicuro anche il regista non apprezzava l’inventore dei cartoni animati, di cui deprecava il «gusto orribile» e le idee politiche reazionarie. D’altronde, l’atteggiamento di Disney esprimeva la diffidenza hollywoodiana nei confronti dell’autore di Quarto Potere. La prima volta che Welles mise piede negli Studios, i caricaturisti presero di mira la sua barba troppo lunga e da allora il jet set iniziò a disertare i suoi ricevimenti. Grasso e trasandato, il regista non sembrava un personaggio frequentabile nei circoli d’élite delle major cinematografiche.
Per questo Welles decise di lasciar perdere il progetto, cedendo ad altri i diritti del film in cambio di un minimo profitto. Quello che ne rimane è un’opera abbozzata, rimandata e mai finita.
Eppure nella sceneggiatura ripubblicata da Bompiani, (pp. 85, euro 13), a quindici anni dalla sua prima edizione, riemerge la vena ironica del Welles che nel 1938, per radio, aveva preso in giro gli Stati Uniti, preannunciando un conflitto interplanetario tra alieni e umani. Lo aveva ispirato l’opera del suo quasi omonimo H. G. Wells, La guerra dei mondi. Anche qui, nell’adattamento cinematografico del Piccolo Principe, l’ironia dello sceneggiatore si fa sentire, pur se travestita di poesia. Welles indossa i panni dell’aviatore di un aereo scassato che piomba nel deserto. E inizia a intrecciare discorsi col principino prima sul disegno di un boa che sembra un cappello e poi su una pecora feroce che ha bisogno di una museruola.
Lui è tutto preso dall’urgenza di riparare l’aeromobile per rimettersi in volo, mentre il piccolo fa il contemplativo, dicendo che le vere cose importanti sono i fiori e le stelle, mica i bulloni di un aggeggio meccanico. L’aviatore Welles, da buon pragmatico, fatica a capirlo. Ma alla fine gli si affeziona, anche se inizia a chiedersi da dove accidenti venga quell’omino biondo, un po’ emaciato, che gioca a fare il filosofo. Questi gli dice di provenire da un asteroide grande quanto una casa, col nome che sembra una targa o una pillola per abortire. Pianeta B612. Che diamine, non potevano chiamarlo con un nome, quel pezzo di galassia, come si faceva una volta con le stelle? No, invece, hanno preferito un numero. Ma i grandi sono fatti così. «Ho serie ragioni di credere che si tratti dell’asteroide conosciuto come B612. Lo dico per i grandi e i loro schemi. I grandi amano le cifre».
Al principino invece non piacciono i numeri, e infatti bacchetta un ragioniere intento a contare le stelle. «Che cosa fai con queste stelle? E a che ti serve possedere le stelle? Se possedessi un fiore potrei coglierlo e portarlo via con me. Ma non puoi cogliere le stelle dal cielo».
Criticando contabili e affaristi, Welles vuole accusare i signori della finanza e gli imprenditori di Hollywood che riducevano le opere d’arte al valore di mercato. Quegli stessi uomini, tra cui Walt Disney, che gli avevano rifiutato il film.
Il Welles-Piccolo Principe si sente insomma un incompreso dal cinema dei suoi tempi. Eppure, come il personaggio di Saint-Exupéry, se ne affeziona. «Si corre il rischio di piangere un po’ se ci si lascia addomesticare», in questo paese delle lacrime che «è una landa così misteriosa».
Così al regista non resta che fare come il Piccolo Principe: sloggiare, rimettere i piedi sull’astronave e tornarsene in disparte. Almeno, però, il visitatore venuto dallo spazio ha un pianeta tutto suo da governare, un fiore da accudire, una pecora da ammaestrare. Il Piccolo Principe potrà guardarsi le stelle, quelle vere, dal suo osservatorio privilegiato in mezzo al cielo. Welles dovrà invece confrontarsi con altre stelle, quelle del cinema, che lo snobbano e che pure lui corteggia. Si sente triste, ma poi ricorda quello che gli ha detto il nobile straniero: «Tutti gli uomini hanno le stelle, ma non rappresentano la stessa cosa per tutti. Per i viaggiatori le stelle sono una guida. Per altri non sono che piccole stelle in cielo. Ma tutte queste stelle sono silenziose. Tu, solo tu, avrai le stelle come nessun altro». Checché ne dica il papà di Topolino.

Gianluca Veneziani