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 2011  ottobre 27 Giovedì calendario

Che strani soci ha il Bossi boy di Paolo Biondani e Luca Piana Gianluca Pini va spesso in tv come deputato verde

Che strani soci ha il Bossi boy di Paolo Biondani e Luca Piana Gianluca Pini va spesso in tv come deputato verde. Ma fa pure l’imprenditore. Con tante ombre, guai col fisco e molti misteri inglesi... Il nuovo fenomeno politico entrato in orbita con la Lega Nord è un deputato di 38 anni che sta rubando la scena televisiva a fior di capi, capetti, ministri e sottosegretari. L’onorevole Gianluca Pini, fino a pochi mesi fa, era conosciuto quasi solo dai fedelissimi come l’uomo-bandiera del Carroccio in Romagna. Ora è il volto giovane chiamato a spiegare in prima serata agli italiani il perché dei più contestati progetti del governo, come la legge-bavaglio contro le intercettazioni o per la responsabilità economica dei magistrati. Nei comizi tra Forlì e gli Appennini, dove fa pure il cuoco, continua a mostrare l’immagine di ribelle sulle barricate dell’antipolitica, anche se fa politica da quando aveva 17 anni ed è seduto in Parlamento da quasi un sesto della sua esistenza. In pubblico attacca "il regime comunista delle coop", nel segreto delle sezioni chiama il popolo del Nord a mobilitarsi contro "gli affaristi berlusconiani o ex democristiani di An". E nel pieno della guerra intestina che per la prima volta divide la Lega, lui riesce a presentarsi come un ultrà di Umberto Bossi, che definisce "un secondo padre", ma anche a tifare per Roberto Maroni e i sindaci padani arcistufi del governo. E mentre i suoi elettori lo credono un politico a tempo pieno, è diventato pure un signor imprenditore. Con interessi in una rete di società commerciali e immobiliari. Un business cresciuto nella capitale proprio mentre l’onorevole era lì a lottare contro Roma ladrona. Un’avventura imprenditoriale che finora nessuno ha raccontato. Con misteriosi soci e capitali esteri. E disavventure fiscali con una trama da film giallo in salsa padana. Padre dirigente della Olivetti, madre insegnante, Pini nasce "per fatalità" a Bologna il 9 marzo 1973, ma cresce nell’amata Forlì e dopo un anno di superiori in Australia si diploma con un bel 60 all’istituto tecnico industriale. In quella scuola di sinistra fonda la prima lista leghista e sbanca le urne studentesche con il 77 per cento. La boa dei vent’anni la passa tappezzando città e paesi di manifesti e volantini. Contro zingari ed extracomunitari, ovviamente. Per la secessione non solo della Padania, ma addirittura della Romagna dall’Emilia. E contro il fisco che strangola le imprese oneste. Che lui stesso abbia un’azienda, lo sanno in pochi. La sua ditta individuale si chiama Nikenny e fa import-export di elettronica di consumo. Nel dicembre 2005 viene chiusa all’improvviso. E nel 2006 Pini, già schierato come capolista alle politiche del 2001, conquista il seggio di unico parlamentare romagnolo della Lega. Nel sito della Camera si presenta ancora come imprenditore. Infatti ha il 40 per cento di una società di capitali quasi omonima della prima, la Nikenny Corporation srl, con sede sempre a Forlì, che vende caffè. E ha ricavi rispettabili: due anni fa (ultimo dato disponibile) ha dichiarato 1,7 milioni. Ma ora è in liquidazione. Subito dopo le elezioni, scoppia la grana. A Rimini la Guardia di Finanza irrompe in una società chiamata Scyltian, accusata di produrre fatture false. In gergo, la classica "cartiera", senza attrezzature, dipendenti né magazzino: ha solo un computer che stampa contabilità di comodo. Le fatture false servono a far uscire soldi da altre aziende: in questo modo il nero finisce ai titolari, mentre i padroni della cartiera intascano una percentuale. E tra i tanti clienti della Scyltian spunta anche la ditta individuale Nikenny, intestataria di una fattura, con la data di tre anni prima, per 215 mila euro. Le Fiamme gialle scrivono che è sicuramente falsa: un gestore della cartiera ha addirittura dichiarato di aver riconsegnato quel denaro "in contanti", in cambio del "4 per cento", a un’impiegata dell’azienda di Pini. Che nel frattempo è diventato onorevole. Per non violare l’immunità parlamentare, la Finanza non lo perquisisce, ma nel giugno 2006 lo convoca in caserma, riservatamente, per avviare con le buone l’inevitabile verifica fiscale. Pini però manda un fax dicendosi spiacente di dover rinviare per improrogabili impegni politici. Tra un impedimento e l’altro, passano più di sei mesi. Intanto gli eventi precipitano: tre titolari della Scyltian vengono arrestati come presunti gestori di un’intera piramide di "cartiere", specializzate in frodi fiscali milionarie nell’import-export. Quindi il deputato accetta di presentarsi: la data fissata è il 12 febbraio 2007. Ma in caserma Pini estrae l’asso: ai finanzieri mostra una denuncia per furto della contabilità aziendale, da lui stesso presentata ai carabinieri il precedente 14 gennaio. Il deputato mostra di ignorarlo, ma quel furto funziona come un alibi. Per la legge italiana, infatti, è reato solo "l’uso" di una fattura falsa. Ma dato che la contabilità della Nikenny risulta rubata, la stessa Finanza comunica all’Agenzia delle Entrate che è diventato impossibile accusare il deputato leghista di aver "usato" quella fattura per auto-ridursi le tasse. Contattato da "l’Espresso", ora Pini conferma il furto, ma ne minimizza l’importanza: "Mi avevano rubato dalla macchina una parte della contabilità, che poi ho comunque ricostruito con il mio commercialista. Tanto è vero che non ho avuto alcuna denuncia penale. E sono tuttora incensurato". E il procedimento fiscale com’è finito? "Ho pagato una sanzione per sistemare l’accertamento su quella fattura, anche se la merce in realtà esisteva. La verità è che sono stato frodato da quella cartiera". Sistemata così ogni pendenza fiscale, almeno stando alle sue parole, nel 2008 Pini viene rieletto trionfalmente alla Camera. Bossi gli cede addirittura il posto in due commissioni, prima agli Esteri e poi alle Politiche comunitarie. Dove il deputato romagnolo si segnala come coautore del famoso emendamento bi-fronte alla legge comunitaria, poi bocciato: cause civili contro tutti i magistrati e, al contrario, nessuna responsabilità per colpe dei dirigenti di nomina politica. Nella sua Romagna intanto resta attivissimo: annuncia potenziali cordate per l’acquisto dell’aeroporto di Forlì, spacca il centrodestra per le elezioni a Rimini, blocca il palacongressi e difende le banche di San Marino dalle inchieste di Report, "una trasmissione manovrata dalla sinistra". Il suo ricordo più bello? "La telefonata di Bossi che mi chiama in clinica dopo il risveglio dal coma". Slogan preferito? "Le vere rivoluzioni le fanno le persone normali". Nel tempo libero, Pini ama il rugby, i rally e presiede la squadra di calcio dei Tre Martiri, intitolata ai "partigiani uccisi dai nazifascisti". Tra tanto attivismo, finora era rimasta nell’ombra la sua classe negli affari. Zitto zitto, l’onorevole lo scorso inverno mette in liquidazione la Nikenny Corporation, dov’era socio di un leghista di Piacenza, e fonda una nuova azienda, la Gold Choice srl, per il commercio di bevande, di cui ha il 90 per cento. Ed entra nel grande giro immobiliare: si intesta il 3,6 per cento della Grado Golf and Resort srl, che ha un capitale di un milione e mezzo e la sede nella centralissima via Frattina a Roma. I progetti, finanziati con un indebitamento di 78 milioni, sono ambiziosi. L’amministratore unico è un commercialista romano, Roberto Zullo, che ha già opzionato ettari di terreni. Lo stesso Pini però racconta di non sapere chi siano i soci più forti. I maggiori investitori sono protetti dallo schermo di una società anonima inglese, la Reset Ltd. Tra i soci dichiarati, compare un altro amico dell’onorevole Pini: Francesco Aprigliano, un ex poliziotto di origine calabrese diventato consigliere comunale della Lega a Forlì. Dove i magistrati lo hanno chiamato in causa, con altri insospettabili, per una catena di fallimenti di alberghi e società immobiliari fondate da un ex idraulico, pure lui calabrese trapiantato nella Romagna libera. n Romagna mia Secessione che passione. L’onorevole Gianluca Pini è l’indiscusso portabandiera dell’ideale leghista più estremo. Suo è il progetto di modifica della Costituzione che punterebbe a separare la Romagna dall’Emilia, "con abolizione di tre province a quel punto inutili", sottolinea il deputato di Forlì. Pini è soprattutto lo stratega del primo caso di secessione riuscita in Italia: il passaggio dalle Marche alla Romagna di sette comuni della Valmarecchia. Referendum popolare nel 2006, legge nazionale nel 2009, attuazione burocratica perseguita tenacemente negli ultimi due anni. Una corsa a ostacoli che il "maronita" Pini ha vinto, minimizza furbamente, "solo grazie al pieno sostegno di Bossi e Calderoli".