Filippo Facci, Libero 20/10/2011, 20 ottobre 2011
TUTTI I RISCHI DI UNA LEGGE URGENTE CONTRO I VIOLENTI
Siamo così intrisi di cultura dell’emergenza che domattina potremmo aver già dimenticato tutto: le distruzioni di sabato scorso, il furore sanzionatorio, le rivendicazioni da neurodeliri, soprattutto le bislacche «leggi reali» da approvare entro venti minuti. Legiferare a botta calda non ha mai portato bene, tantomeno a una classe dirigente che dovrebbe oscillare tra cultura della legalità e rispetto delle garanzie: e invece tende a oscillare tra il garantismo più peloso e il peggior forcaiolismo. Vediamo di orientarci tra le buone e cattive uscite di questi giorni.
Va bene che prevenire è meglio che curare, ma non per questo si dovrebbe smettere di curare. La manifestazione di sabato è stata una pura opera di contenimento fisico della fiumana distruttrice, con gli agenti impegnati ad arginare e a respingere chiunque avesse voluto anche solo abbandonare il corteo per deviare verso il centro e le varie sedi istituzionali. Chiunque, cioè, protetto dalla corrente che scivolava lungo via Cavour, poteva spaccare e distruggere ogni cosa senza rischiare il minimo intervento della polizia: questo per una precisa disposizione che mirava a evitare incidenti (il famoso morto) ma che è apparsa come una sindrome: tanto che invocare l’intervento dei celerini, mentre i delinquenti spaccavano e incendiavano, sorgeva spontaneo a chiunque fosse lì. Se le forze dell’ordine non superano questa sindrome da G8 di Genova, non ci sarà neo-strumento legislativo o economico che possa migliorare le cose. In altri termini, è come se si pensasse che i tifosi-teppisti li si potesse fermare solo prima o dopo la partita – coi vari Daspo – e ci si limitasse, allo stadio, a sorvegliare che non sconfinino nelle tribune vip. La polizia è resa impotente soprattutto dall’aria che tira, non dalla mancanza di strumenti. Detto questo, ben vengano strumenti migliori.
IL DASPO
Significa Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive e si parla di estenderlo alle manifestazioni in genere, ma il fatto che possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia (non di una condanna penale) invita quantomeno alla prudenza, perché altrimenti basta un esposto contro chicchessia per inibirgli lo stadio o una manifestazione per chissà quanto. La Corte Costituzionale (sentenza n. 512 del 2002) inquadra il Daspo propriamente tra le misure di prevenzione da infliggersi appunto in attesa di un processo, con possibilità di revoca in caso di assoluzione. Ora, i tempi della giustizia li conosciamo, e non di rado i processi finiscono per non essere neppure celebrati: resta il fatto che un cittadino, sino ad allora, rischi una diffida per anni e anni (da una partita, da una manifestazione, dal lasciare una città) che gli impedisca di circolare liberamente come prevede l’articolo 16 della Costituzione. Maneggiare con cura, dunque.
Pagare per le manifestazioni. Questa non viene neanche da discuterla: tanto non la faranno mai. È impraticabile, oltreché assurda. Gli organizzatori dei cortei dovrebbero dare garanzie economiche (tipo una fidejussione bancaria) per la riparazione di eventuali danni dei manifestanti: impossibile, la responsabilità penale è personale, e poi che colpa ne ha un indignato (o chiunque altro) se a una manifestazione s’insinua un pazzo che si mette a spaccare tutto?
NUOVO REATO ASSOCIATIVO
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ne ha scritto genericamente in un’informativa al Senato; il Sole 24 Ore ha scritto di «due euro a manifestante e soldi per l’ordine pubblico», con versamento anticipato del 50 per cento delle spese. Pare follia: si dovrebbe avere i soldi anche per manifestare. Le obiezioni sono così tante, e di così vario genere, che potete farle da soli.
Per carità di Dio, ci manca solo un nuovo pateracchio legislativo che partendo dalle migliori intenzioni finisca inevitabilmente per rastrellare colpevoli in virtù di una generica «appartenenza». A che cosa, poi? Lo stesso ministro Maroni ha ammesso che «nelle fila insurrezionaliste ci sono nuove leve accomunate dalla voglia di esprimere il proprio disagio in forma distruttiva, senza una precisa collocabilità politica». Ha pure ammesso, Maroni, che i vari delinquenti anarchici «sono poco strutturati, è quindi difficile dimostrare il vincolo associativo»: in altre parole, osserviamo noi, non sono un’associazione, perché tra un’associazione e un branco c’è comunque differenza. In queste condizioni, rifugiarsi nel reato associativo sarebbe quasi una dimostrazione d’impotenza: coi delinquenti da una parte a spaccare tranquillamente tutto, fotografati e immortalati davanti al mondo, e con le forze dell’ordine che dall’altra parte, per andare e beccarli, vadano a setacciare Indymedia e a rispolverare vetuste apologie di reato.
PIÙ TUTELE PER I POLIZIOTTI
Assolutamente sì, senza bisogno che le tutele siano perciò informali e improvvisate come capita spesso nei tribunali. I celerini fanno un mestiere durissimo, sono un corpo scelto e vanno tutelati e ben pagati e soprattutto rispettati. L’ipotesi di sfiorare un poliziotto italiano deve suonare sacrilega come capita a chi osi sfiorare un bobby londinese. Maroni ha detto di aver già ottenuto dal ministero dell’Economia, per la gestione dell’ordine pubblico, uno stanziamento di 60 milioni di euro entro la fine dell’anno. Ha detto che vuole ottenere cancellazione dei tagli al comparto sicurezza: vedremo se la spunterà.
NUOVE LEGGI
Maroni ha detto che in Italia non si riesce ad arrestare «chi in prossimità delle manifestazioni viene trovato in possesso di veri e propri kit di guerriglia urbana». Suona strano, sinceramente. La questione andrebbe approfondita, perché si tratta di comprendere il saldo tra la genericità delle leggi e l’elasticità della giurisprudenza: in altre parole, capire se il problema è chi fa le leggi o chi le applica. Il discorso vale anche per tutte quelle leggi che non consentirebbero, secondo Maroni, azioni preventive nei confronti di chi è sospettato di voler partecipare a incidenti di piazza: bisogna vedere di quali azioni preventive stiamo parlando, come detto all’inizio. La citatissima legge Reale sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco per mantenere l’ordine pubblico – e questo ci potrebbe anche stare, benché piaccia poco – e un più massiccio ricorso alla carcerazione preventiva, misura che ci piace anche meno. Anche un fermo preventivo di quattro giorni (senza un giudice che decreti una convalida) sinceramente però pare troppo. Non siano l’Irlanda del Nord. Ben venga, invece, che non si possa usare caschi o altro che renda non riconoscibile un cittadino: ma vedremo che cosa succederà con chi indossa un burka o uno chador.
Filippo Facci