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 2011  ottobre 20 Giovedì calendario

ARRIVA LA PATRIMONIALE DELLE LIBERTÀ


E se Silvio Berlusconi si mettesse a fare finanza creativa? Sul tavolo del presidente del Consiglio c’è un’ipotesi drammatica e suggestiva per abbattere il debito pubblico e fare cassa in maniera meno impresentabile possibile. Un progetto messo nero su bianco, la cui eco è giunta nel dibattito di alcuni giornali nei giorni scorsi. Libero è in grado di rivelare per sommi capi i contenuti di ciò che si potrebbe definire una «patrimoniale delle libertà». Le intenzioni del ministro dell’Economia sul famoso fondo tramite cui privatizzare (o almeno razionalizzare) il patrimonio pubblico – stimato in circa 1.800 miliardi di euro tra immobili, disponibilità e partecipazioni – si sono parzialmente svelate lo scorso 28 settembre. Tremonti ha infatti presentato stime di una road map per ridurre potenzialmente di 10 miliardi l’anno il debito: cifre imponenti, ma che sfigurano a fronte dello stock complessivo del nostro passivo.
C’è una via più ardita, filosoficamente a metà tra un fondo di dismissione più massiccio (per cui tifano molti grandi banchieri) e la patrimoniale «alla Amato», fatta di prelievo forzoso, politicamente letale ma comunque non strutturale: è una terza via che comprende anche la «patrimoniale delle libertà», e che Berlusconi starebbe vagliando. Ecco, secondo le informazioni di cui è in possesso Libero, di che si tratta.
Punto primo: creare uno strumento finanziario (un super-fondo, in pratica) contenente dosi monstre sia del patrimonio dello Stato sia del debito, ma in modo tale da conservare un leggero attivo. E poi metterlo in vendita. Ma a chi? Qui arriva l’interessante. L’emissione di titoli interesserebbe acquirenti istituzionali tra cui banche centrali e FMI (poche settimane fa è stato divulgato il progetto Eureka per una colossale svendita della Grecia con caratteristiche simili quanto agli acquirenti), grandi banche e anche privati. Alcuni volontari, altri meno. La patrimoniale arriva qui, tramite acquisto forzoso dei titoli (presumibilmente azioni) del «fondo Italia» (il nome è nostro). In termini garbati, la consegna dei titoli verrebbe presentata come contropartita del versamento di un contributo per la crescita del Paese, più o meno come il famigerato «contributo di solidarietà» della pluri-manovra agostana. Con parole meno soffici, lo Stato obbligherebbe i cittadini, al di sopra di una fascia ancora da stabilire, a versare oro alla Patria: al momento la soglia è del 3% della ricchezza personale. Una specie di azionariato popolare coatto, magari dilazionato su un arco temporale per pesare relativamente meno sui contribuenti.
Si tratta di un’operazione ai confini della presentabilità per il governo del«meno tasse» e del «mai le mani nelle tasche dei cittadini» ultimamente già smentiti. Tuttavia, ha anche aspetti positivi: anzitutto, non si tratta di un prelievo-rapina, ma di un acquisto di titoli il cui obiettivo è di crescere nel valore. Dunque, ancorché non spontaneo, potrebbe anche tradursi in un affare (o in una perdita, come è evidente). Ipotizzando, tra immobili, rendite e portafoglio, un patrimonio personale di 500 mila euro, il signor Rossi (che partecipa agli 8.600 miliardi complessivi di ricchezza privata italiana stimata) potrebbe dare al mega fondo il 3% della sua ricchezza, acquistando titoli per un valore – nel suo caso – di 15 mila euro. E rischiarlo sul mercato, con incentivi fiscali a non vendere.
I dettagli del piano sono ancora allo studio, ma la crisi del debito e la sua possibile, ulteriore convergenza sul nostro Paese che pure mostra cenni di riscossa potrebbero creare le condizioni per una scelta in questo senso, malgrado il «no» alla patrimoniale pronunciato dal Cav. Almeno, questa versione rappresenterebbe un segnale deciso e non una-tantum ai mercati. Il problema è in una parola: credibilità. Quella di chi propone il fondo, di chi lo gestisce e lavora per farlo crescere, quella con cui si chiede un sacrificio aggiuntivo. È merce rara e preziosa.

Martino Cervo