Franco Bechis, Libero 20/10/2011, 20 ottobre 2011
SORPRESA, L’ITALIA VA MEGLIO
Il dato è proprio dell’agosto nero. Mentre i titoli pubblici italiani erano sotto scacco della speculazione, mentre il governo varava la manovra più pesante degli ultimi 20 anni, mentre tutti parlavano di recessione, l’industria italiana si rimboccava le maniche e lavorava. I dati Istat di ieri su ordini e fatturato dell’industria italiana non sono stati una sorpresa in assoluto, perché già era emerso che la produzione industriale in agosto era salita del 4,7%, ma certo non sembrano quelli di un paese sull’orlo del baratro. Gli ordini nell’agosto nero sono cresciuti del 5% rispetto al mese di luglio e del 10,5% su base annua. Il fatturato dell’industria è salito del 4% su base mensile e del 12% su base annua.
NUMERI CHIARI
Certo, il mese di agosto è particolare perché è legato alle vacanze. Basta tagliare un po’ le ferie e lavorare qualche giorno in più, e la crescita cambia. Anche fosse dovuto solo a quella decisione, l’effetto sul Pil ci sarà. In fondo una delle misure sulla crescita contenuta nel manovrone di agosto era proprio quella di tagliare ponti e festività per lavorare di più e fare ripartire l’Italia. Produttività, ordini, fatturato dell’industria sono indicatori che dicono come il quadro dell’Italia dipinto quello stesso mese da banche d’affari, agenzie di rating e osservatori internazionali spesso non privi di interesse, fosse lontano dalla realtà. La drammatizzazione del declino economico italiano, fatta perfino dagli stessi soggetti (vedasi Confindustria) che in realtà stavano comportandosi assai diversamente, ha le sue ragioni politiche più che evidenti. Ma l’interesse assai diffuso dentro e fuori l’Italia di regolare definitivamente i conti con Silvio Berlusconi rischia non solo di distorcere la realtà in modo grottesco, ma di causare un danno finanziario ed economico alla collettività assai superiore al deficit di reputazione che si imputa al governo in carica.
Proprio ieri il Credit Suisse ha pubblicato il suo tradizionale Global Wealth Report relativo al 2011. Un rapporto che censisce lo stato di salute economico e reale del mondo e dei suoi principali paesi. Alle statistiche sulla finanza pubblica – ben note e certificate dagli istituti internazionali, unisce quelle sulle finanze private dei cittadini. Da cui risulta chiaramente che l’Italia è uno dei paesi con ricchezza privata più elevata al mondo,mentre è in fondo alla classifica per i debiti privati. La ricchezza pro-capite degli italiani (reddito e patrimonio mobiliare e immobiliare) ammonta nel 2011 a 211 mila dollari. Una cifra che pone gli italiani davanti agli inglesi (197 mila dollari), ai canadesi (190 mila dollari), agli americani (181 mila dollari) e molto davanti ad altri paesi europei: gli spagnoli ad esempio possono contare su una ricchezza pro capite che è la metà di quella degli italiani: 104 mila dollari. L’indebitamento privato pro capite degli italiani è il più basso all’interno del G7: 24 mila dollari rispetto ai 41 mila dollari dei francesi e ai 50 mila dollari degli americani. Certo, ricchezza e debiti degli italiani sono strettamente legati alla proprietà immobiliare. Può essere una debolezza, perché spesso quel mattone è stato ricevuto in eredità familiare, si è rivalutato enormemente nel tempo e può non corrispondere per nulla alla capacità reddituale di chi lo possiede. È una ricchezza non sempre facilmente tassabile. Ma è un punto di forza evidente che fa ben comprendere come molte analisi sul prossimo default dell’Italia fossero prive di consistenza reale.
BELLE SPERANZE
Lo stesso Credit Suisse, che non è italiano e ragiona da investitore, in un rapporto all’indomani del declassamento del debito italiano da parte di Moody’s aveva messo in guardia gli investitori: «Attenti, l’Italia non è così debole come si dice». E snocciolava cifre: «con tutte le sue debolezze è l’unico paese europeo con un avanzo primario di bilancio pari allo 0,6% del Pil. Il debito totale privato e pubblico è assai inferiore alla media dell’Eurozona. Le passività estere sono pari al 21% del Pil, mentre per tutti i paesi periferici dell’Eurozona sono pari al Pil. Il ricorso delle banche italiane ai prestiti della Bce è pari al 5% del Pil, in Grecia siamo al 45% del Pil».
Sempre per proseguire i con i dati statistici, martedì sul Sole 24 Ore è stata pubblicata la rilevazione mensile dell’Italian Hotel Monitor relativa al mese di settembre. Città per città si censiscono le camere di hotel riempite (e quindi l’andamento del turismo) e i prezzi medi di un quattro stelle. Complessivamente le presenze in hotel sono aumentate dell’1,2% su base annua, e in alcune città (Verona, Rimini, Messina), la crescita è stata superiore al 4%. Non sono numeri da declino. Anzi.
L’Italia ha i suoi bei problemi di finanza pubblica, non così difficili da risolvere, ma è nei suoi fondamentali economici assai lontana dal quadro che è stato dipinto, e che nulla ha a che vedere con la situazione della Grecia. Lo ha fatto ben capire Erik Nielsen, in un commento apparso sul Financial Times dell’11 ottobre scorso, in cui venivano messi a confronto i fondamentali dell’economia britannica e quelli dell’economia italiana per concludere che in sé era del tutto ingiustificato lo spread fra i titoli pubblici dei due paesi, perché l’Italia ha meno rischi della Gran Bretagna. Però con questi rendimenti è un ottimo affare per i risparmiatori di tutto il mondo sottoscrivere titoli di Stato italiani. Assai più di quelli della vecchia solida Inghilterra.
Franco Bechis