Silvia Truzzi, il Fatto Quotidiano 19/10/2011, 19 ottobre 2011
QUANDO LA TV AVEVA PAURA DELLE TETTE
SELEZIONAXX
La prima vita di Andrea Camilleri comincia trent’anni prima della nascita di Montalbano: alla Rai in bianco e nero, di grigio c’è solo – ed è rimasto – il fumo di una sigaretta.
Lei entrò in Rai con il concorso del 1954?
No.
Non lo fece o non lo superò?
Nessuno dei due
Non ho capito.
Lo feci, lo superai, ma non mi chiamarono.
Perché?
Presero informazioni su di me, al mio paese.
E cosa scoprirono?
La verità: che ero comunista. Contemporaneamente avevo ricevuto la proposta, da parte di Orazio Costa, di andare a dargli una mano nella messa in scena di Processo a Gesù di Diego Fabbri al Piccolo di Milano. Avevo già riunziato: ‘Dottore non posso venire, aspetto di momento in momento la chiamata della Rai’. Poi capii che non mi avevano voluto, e richiamai Orazio Costa.
Andò a fare Processo a Gesù?
Sì, arrivato a Milano andai a cena con Costa e Fabbri. Costa mi chiese subito: ‘Perché non ti hanno chiamato?’ Risposi che non lo sapevo. E lui: ‘Vabbè, ma lo scopriamo subito’. E telefonò a Pier Emilio Gennarini, che era membro della commissione giudicante: giornalista, cattolico ma bravo. Lo invitò a cena con noi la sera dopo.
E cosa le disse?
Fu gentile. ‘Camilleri abbiamo chiesto informazioni circa le sue opinioni politiche. E sono state assolutamente negative. Lei risulta un comunista estremista’.
Ma a chi le avevano chieste?
Nel mio paese dove, figlio di famiglia borghese, ero comunista e rappresentavo uno scandalo. Orazio, che conoscevo da cinque anni, sbalordito mi chiese: è vero, sei comunista? Ma non feci la vittima, lo sapevo, le regole erano quelle: essendoci un futuro frate trappista amministratore delegato dell Rai...
Filiberto Guala?
Proprio lui. Quando lasciò la Rai prese i voti.
Poi alla Rai ci andò.
Nel novembre del 1958, una sera tornai a casa e mia moglie mi disse: ha telefonato più volte Lupo. L’unico Lupo che conoscevo era Alberto. L’attore. Lo chiamai e lui cadde dalle nuvole. Però dopo due sere, mi arrivò la telefonata di Cesare Lupo, direttore del Terzo programma Rai: ‘Potrebbe venire domattina verso le 10, nel mio ufficio?’.
Cos’era il Terzo programma?
Il programma elitario per eccellenza della Rai. Se non era Schoenberg non passava. Se non era l’Amleto tradotto come minimo da Montale non veniva trasmesso. E c’erano le serate a soggetto: le curava uno scrittorucolo, si chiamava Carlo Emilio Gadda, in cui intervenivano scrittori, critici poeti. Così andai all’appuntamento. E Lupo mi disse: “La nostra responsabile della prosa è in congedo maternità: le piacerebbe sostituirla nella programmazione dei cartelloni?”.
Era caduto il veto politico?
Aspetti. A quel punto io glielo dissi: “Tre anni fa ho fatto il concorso e sono stato escluso perché ero e sono un comunista”. Risposta: ‘Embè? Grazie di aver-melo detto. L’avverto che chi mette piede qui non esce più’. E fu un buon profeta.
Poi che fece?
Nel 1960 andai a fare la Seconda rete, con le mansioni di produttore. Ma contemporaneamente facevo le regie per la radio. Debuttai con un testo di Beckett, Finale di partita. Dieci anni dopo lo feci in tv, con Rascel e Celi.
Che differenza c’era con il
primo canale?
L’attenzione dei fatti culturali. Infatti esordì con La trincea, un bellissimo racconto di guerra di Giuseppe Dessì. La responsabile della produzione per la prima volta era una donna: Francesca Sanvitale, la scrittrice morta da poco. Intanto io preparavo la serie delle prime otto commedie in bianco e nero di Eduardo De Filippo. Mi affidarono De Filippo, perché io ero un uomo di teatro e lui pure. Ed era anche noto per essere spigoloso. Fu un’intelligentissima operazione di Berna-bei: fino a quel momento gli intellettuali italiani erano distantissimi dalla televisione. Era considerata una merce di basso conio, da divertimento. Quindi il colpo di Eduardo, fu grosso. Un intellettuale di sinistra che collaborava con ben otto commedie e le faceva in studio per la televisione.
Il maestro non amava la tivvù.
Aveva avuto una brutta esperienza a Napoli, con un regista. Andò a lamentarsi con il direttore della sede, che gli disse: ‘Guardi che è un bravo professionista, ha scritto pure un libro sulla televisione’. La risposta, fulminea: ‘L’ha scritto, ma non l’ha letto’.
Con lei?
Andò tutto benissimo. Ho ancora le lettere di Eduardo. Mi aveva detto: ‘Io so che la censura interverrà su questi copioni. Voi – mi dava del voi – vi farete dire quello che non va da quelli della censura’.
C’era un ufficio censura?
No, c’era gente che si occupava anche di quello. Una volta toccò a me. Venne all’orecchio della direzione generale che durante le prove generali di uno spettacolo a una ballerina era caduto il costume, era rimasta a seno nudo e tranquillamente aveva continuato a ballare. Mi spedirono da lei a raccomandarle di fissare l’abito di scena perché non succedesse durante la diretta. Andai poco prima dello spettacolo. Era una bellissima donna di colore che parlava francese. Le spiegai perché ero lì. Lei si passo la mano sulla schiena, si slacciò il reggiseno e restò a seno nudo. Non distoglieva gli occhi dai miei occhi. E mi disse: ‘Scusi ma perché le fanno tanta paura?’. Ingoiai tutto quello che dovevo ingoiare. E le risposi: ‘A me personalmente non fanno nessuna paura. Anzi’. Lei si mise a ridere.
Torniamo alla censura di De Filippo.
Io gli facevo vedere tutto quello che c’era da tagliare. Poco. Ma in Filumena Marturano trovarono i ‘Perdio’ da levare. Lui: ‘Non li levo’. Io: ‘Non li levate, Eduà’. Anzi, chiese il primo piano sul personaggio che diceva ‘Perdio’. Poi si rese conto da solo che era troppo e chiese un campo largo. A un certo punto, avevamo quasi finito, mi chiamano e mi dicono: ‘C’è un altro taglio’. In una battuta lunga c’era questa frase: ‘Una volta le feste si facevano con il sacrestano e quattro vecchiette e venivano una meraviglia. Mo’ se fa con un ministro, quattro segretari, otto deputati e vengono fuori che è una schifezza’. Io m’innervosii maledettamente, uscendo da casa mi ruppi gli occhiali. Vado in studio e mi rendo conto di essere menomato. Non vedendo, non potevo ragionare bene con lui. Poi penso: me ne fotto, ‘sta battuta gliela faccio dire. Tenendo presente che allora non si poteva cambiare. A un certo punto, prima di chiamare la pausa Eduardo mi dice: ‘Camillè, non vi sembra che questa battuta sia troppo lunga? Leviamo la faccenda della festa e dei ministri’.
Come faceva a saperlo?
Alle cinque facevamo sempre la pausa caffè, io e lui. Scendendo al piano terra mi disse: ‘Io la battuta ve l’ho tagliata, ma voi perché non me l’avete detto?’. Io dico: ‘Chi ve l’ha detto?’. E lui mi fa: ‘La faccia vostra’. Ma non fu l’unico episodio.
Altre censure?
Ne Le voci di dentro c’è uno zio che non parla più e dialoga con gli altri usando le castagnette, i botti. A un certo punto per comunicare deve accendere una fontana. Atto III, fino alla prova generale tutto funziona perfettamente. Registriamo: lo zio accende la fontana. Però non era una fontana, era un furgarone che all’improvviso scatena dentro lo studio un fumo pazzesco e un rumore infernale. Sirena antincendio, tutti scappano. Tutti tranne Eduardo. Lo vedo immobile, nella nebbia. E mi fa: ‘Eh, caro Camilleri. La televisione è in mano ai preti e ai piemontesi. Gente che non distingue una fontana da un furgarone’.
Poi fece la serie del Commissario Maigret?
Trenta episodi con Gino Cervi che ebbero un successo incredibile. Tanto che i gestori dei cinema avevano messo le televisioni accanto al grande schermo per proiettarlo.
Com’era Cervi?
Inventò la pausa in televisione, accendendosi la pipa. Ma non era vero niente: Cervi non imparò mailaparteamemoria.Quandosi accendeva la pipa, in realtà, leggeva la battuta sul gobbo. Era così bravo che la dava a bere a tutti.
Quanto è rimasto alla Rai?
Trentacinque anni, lasciai per andare in pensione. Non ho mai accettato le proposte di diventare dirigente. Ero un uomo di studio, di teatro. Di andare dietro una scrivania, non ne ho mai voluto sapere.