ALDO BAQUIS, La Stampa 17/10/2011, 17 ottobre 2011
Amna Muna Si spacciò per una turista Usa e fece ammazzare un 16enne Amna Muna, reclusa 081042962, è probabilmente la palestinese più odiata in Israele
Amna Muna Si spacciò per una turista Usa e fece ammazzare un 16enne Amna Muna, reclusa 081042962, è probabilmente la palestinese più odiata in Israele. Nel 2001 questa studentessa palestinese di Ramallah aveva 23 anni ed era impegnata in continue schermaglie politiche su Internet con i coetanei israeliani. A loro si presentava come una americana di passaggio, «Sally». Quando scambiò i primi messaggi con Sally, Ophir Rahum era un ragazzo israeliano di 16 anni. Con lui, la «turista» americana sembrava cordiale. «Incontriamoci», propose Muna nel gennaio 2001. «Vediamoci mercoledì insistette -, non dirmi di no, ho nostalgia di te, my love...». Rahum e Sally si incontrarono alla stazione centrale degli autobus di Gerusalemme. In macchina, lei lo portò fra Gerusalemme e Ramallah in una zona deserta dove li attendevano tre miliziani di al-Fatah armati di kalashnikov. «Doveva essere solo un rapimento», spiegherà Muna, in seguito. Ma Rahum, che contro le sue aspettative aveva opposto una disperata resistenza, fu crivellato di colpi nell’automobile. Il suo cadavere fu poi abbandonato in un cantiere edile. *** Abdel Aziz Salha L’uomo che mostrò al mondo le sue mani sporche di sangue Nell’ottobre 2000 l’Intifada al Aqsa era alle battute iniziali, quando due riservisti israeliani (Yosef Avrahami e Vadim Norjich) entrarono per errore a Ramallah e furono condotti a forza in un commissariato di polizia. Attorno all’edificio la folla spumeggiava, voleva sangue. In una stanza al secondo piano dell’edificio, i due furono linciati. Fra i loro carnefici (una decina) vi era anche Salha. Si era arrampicato sulla parete esterna, era quindi entrato dalla finestra. «Vidi un soldato riverso sull’addome - ricorderà in seguito Salha -. Sulla schiena gli era stato conficcato un coltello. Lo impugnai a mia volta, e lo pugnalai altre due-tre volte. Poi lo strangolai con le mani. Quando vidi che avevo le mani intrise di sangue, andai alla finestra e le mostrai ai manifestanti». L’immagine di Salha alla finestra è rimasta incisa nella memoria collettiva degli israeliani. Il fratello del soldato Norjich ha detto ieri di sentirsi tradito dal governo: «Il ministro della difesa Ehud Barak mi aveva promesso che Salha non avrebbe più rivisto la luce del sole. Ero scettico. Avevo ragione». *** Ahlam Tamimi La giordana con la chitarra del massacro in pizzeria Il 9 agosto 2001 l’avvenente studentessa dell’Università di Bir Zeit (Ramallah) Ahlam Tamimi passeggiava «vestita all’occidentale» a Gerusalemme con l’amico Ezzedin al Masri. Anche lui aveva l’apparenza di un israeliano qualunque, con la chitarra in spalla. Giunti all’incrocio con la via King George notarono che in quel momento la pizzeria Sbarro era affollata. Gli ordini che avevano ricevuto dal braccio armato di Hamas erano di fare una strage di ebrei. Ahlam si accomiatò con un sorriso, Ezzedin entrò nel locale dove fece esplodere il corpetto e l’ordigno nascosto nella chitarra. I morti furono 16, i feriti oltre 100. Fra le vittime cinque membri della stessa famiglia, gli Schijveschuurder: padre, madre, e tre dei sei figli. Al processo (in cui fu condannata a 16 ergastoli) Ahlam Tamimi disse ai giudici che le vittime israeliane erano ancora «poca cosa» rispetto a quelle patite dai palestinesi nella Intifada. Sconvolto dalla sua imminente liberazione, il figlio maggiore degli Schijveschuurder giorni fa ha imbrattato di vernice la lapide che a Tel Aviv ricorda il premier Yitzhak Rabin, colui che aveva puntato sulla pace con i palestinesi. Schijveschuurder progetta di disseppellire i suoi cari e tornare con quei resti, una volta per sempre, in Olanda. *** Abdel Hadi Ghanim Dirottò un bus a Gerusalemme e lo condusse in un burrone Era il 6 luglio 1989 quando Ghanim salutò la moglie Naama, allora al nono mese di gravidanza, diretto a Israele. L’Intifada delle pietre lo aveva sconvolto: diversi amici erano rimasti uccisi. Pur disarmato, quel giorno Ghanim voleva la vendetta. A Tel Aviv salì sull’autobus di linea diretto a Gerusalemme. Dai finestrini puntò lo sguardo verso le verdi campagne della vallata Ayalon. Poi la strada si inerpicò verso Gerusalemme e alla destra si intravedeva un ripido burrone. Ghanim balzò sull’autista, prese il volante e fece volare nel baratro l’automezzo, che si ribaltò diverse volte. Molti passeggeri furono proiettati all’esterno. Ma i 16 rimasti prigionieri dentro morirono carbonizzati in un orrendo rogo. Prima di lui, nessuno aveva pensato di compiere attentati all’interno di autobus. In anni successivi, i bus sarebbero divenuti un obiettivo ricorrente. In una recente intervista televisiva, Naama Ghanim disse di sperare in uno scambio di prigionieri fra Shalit e i detenuti palestinesi, fra cui suo marito «che è in carcere da oltre 20 anni. Ha pagato: non basta forse?». Anche i congiunti delle vittime di quell’attentato dissero alla televisione che, pur di rivedere Shalit a casa, non si sarebbero opposti alla liberazione di Ghanim.