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 2011  ottobre 17 Lunedì calendario

La vittoria di monsieur Hollande - François Hollande non è solo l’antiSarkozy perché, fra 188 giorni, sarà il suo avversario per la Presidenza della Repubblica

La vittoria di monsieur Hollande - François Hollande non è solo l’antiSarkozy perché, fra 188 giorni, sarà il suo avversario per la Presidenza della Repubblica. La differenza non è solo politica. È anche, o forse più, umana, personale, antropologica. Nicolas Sarkozy, per le élite francesi, è sempre stato un outsider, un self-made-man della politica, un personaggio sgradevolmente americano. Hollande ha invece il curriculum classico del politico francese: intanto, a differenza di Sarkò, ha fatto l’Ena, la superscuola dove la classe dirigente impara a dirigere, settimo della promozione «Voltaire». Poi, ha avuto una serie di padrini politici di peso, prima Jacques Delors, poi François Mitterrand, che gli consigliò di costituirsi un solido feudo in provincia (detto fatto, nella remota Corrèze), infine Lionel Jospin. Sarkò è stato sindaco di Neuilly, il sobborgo più chic e più ricco di Parigi; Hollande di Tulle, sonnacchioso borgo di 15 mila abitanti nella Francia più profonda. E ancora: prima di arrivare all’Eliseo, Sarkò è stato più volte ministro; Hollande mai e il maggior incarico che abbia mai ricoperto è quello di presidente del Consiglio generale della Corrèze: in pratica, presidente di Provincia. Sarkò è ipercinetico, straripante, estroverso; Hollande riservato, misurato e con la tipica ironia dei timidi. L’unica cosa che hanno in comune è l’intensa attività riproduttiva: quattro figli a testa, contando per Sarkò anche quello in imminente arrivo. Quando l’ex compagna Ségolène Royal, concorrendo alle primarie, disse perfida che sfidava i francesi a ricordarsi una cosa, una sola, che Hollande avesse fatto in vita sua, lui inseguito dai giornalisti si limitò ad alzare quattro dita della mano, come i quattro rampolli. E aggiunse con un sorrisetto: «Senza contare i lavori preparatori». Vuol essere il presidente della porta accanto, l’uomo normale all’Eliseo, medioman con la valigetta della Bomba. Gira per Parigi in scooter e in campagna elettorale per le primarie si è fatto tutta la Francia in macchina, accompagnato solo dall’autista: «Non vuole dare l’impressione di essere inavvicinabile», racconta il suo direttore di campagna, Stéphane Le Foll. Per Martine Aubry, che lo detesta più di quanto lui detesti lei (ma comunque molto), Hollande è «il candidato del sistema», l’uomo «della gauche molle». Lui ribatte che vuole unire, non dividere. In realtà, è un ambizioso che non vuole darlo a vedere e un volitivo che non ama delegare: decide lui, e da solo. Spiega Pierre Moscovici, suo probabile primo ministro in caso di vittoria: «È legato alla sua libertà. Non bisogna chiuderlo in un’organizzazione rigida». Forse per questo, negli undici anni in cui Hollande è stato primo segretario del Ps, il partito si è trasformato in una giungla. O almeno è l’accusa di Aubry, che gli è succeduta. La stessa secchiona Aubry lo taccia in privato di «non lavorare», cioè di non divorare i dossier come fa lei. Ma forse non è vero. Chi scrive ha fatto la prima colazione con Hollande due settimane fa, abusivamente imbucato in un gruppo di giornalisti europei specializzati nelle noiosissime e complicatissime beghe di Bruxelles: beh, nessuno ha potuto prendere in castagna il candidato Hollande, che è apparso preparatissimo. Per rifarsi il look, ha perso dieci chili. Veste in un modo che un ottimista definisce classico e un pessimista anonimo. Con Ségolène, mai sposata in 37 anni, era già finita quando lei perse le presidenziali contro Sarkozy, ma la rottura fu resa pubblica solo alla sconfitta elettorale seguente, alle legislative. Da allora, François vive anche ufficialmente con una giornalista di «Paris Match», Valérie Trierweiler. Gli piacciono il calcio, il suono della fisarmonica e mangiare. Il quadro preferito è «La cattedrale di Rouen» di Monet, il libro «La storia di Francia» di Michelet. Alla solita domanda: se lei non fosse francese, cosa sarebbe?, ha risposto: «Un italiano. Un italiano assomiglia a un francese. In più, è gioioso» (l’ennesima variazione sul tema di Cocteau: «I francesi sono degli italiani di cattivo umore»). Per i sondaggi, sarà lui il nuovo inquilino dell’Eliseo. Storicamente, la Francia ha sempre cambiato perché si annoiava. Stavolta cambierà perché vuole annoiarsi.