Valerio Cappelli, Corriere della Sera 19/10/2011, 19 ottobre 2011
SIANI, NAPOLI E IL NORD COSI’ DIVERSO: LA PADANIA NON SA SFORNARE COMICI —
Il tassista che ci porta all’appuntamento con Alessandro Siani dice che a Napoli funzionano tre cose: il calcio, l’illegalità e Equitalia. «Bè, tra le cose che invece non funzionano poteva dirti i taxi», risponde Alessandro. Dopo Benvenuti al Sud, dice che la sua vita è cambiata. Scoppia di lavoro: ha tre film (La peggior settimana della mia vita con Fabio De Luigi, Benvenuti al Nord e la sua prima regìa, «una favola che racconta l’Italia di oggi»), lo show teatrale Sono in zona dove parlerà anche di Berlusconi: «Era amico di Gheddafi e di Mubarak e sono caduti in disgrazia. Ieri l’ha chiamato Napolitano: Famme ’nu piacere, non mi salutà proprio»; ora, esaurita la scorta di ragazze, esce «con una 90enne che portano in Questura e lui chiama: liberatela, è la nipote di Tutankamen»). Infine il libro intitolato Non si direbbe che sei napoletano»: «Vedi, noi napoletani siamo vittime di pregiudizi...». È il comico napoletano del momento. A Napoli ha colmato un vuoto generazionale. All’anagrafe fa Esposito: «La prima volta che vidi il mio nome sul manifesto del mio debutto assoluto c’erano: Anna Esposito, Pasquale Esposito, Mimmo Esposito... Questo è uno stato di famiglia, non uno spettacolo teatrale. E presi come nome d’arte Siani. L’omonimia col giornalista ammazzato? No, non ci pensai».
Alessandro aveva 19 anni quando morì Massimo Troisi. «Niente paragoni, è una cosa anche antipatica. Lui è dio, io sono un chierichetto». Eppure hanno una cosa in comune: l’esordio in trio. «Il mio si chiamava Tunnel. Ci venivano a vedere 25 persone a sera. Nel 2008 ne ho avute 25 mila allo stadio San Paolo. Pensavo che non avrei riempito nemmeno gli spogliatoi. Mi tremavano le cosce».
È un vantaggio, per un comico, abitare a Napoli?
«È un serbatoio senza fine. C’era un vecchietto a piazza Dante che, immobile, guardava i cantieri del metrò: sono aperti da trent’anni. Mi disse, ma la stanno facendo, la metropolitana, o la stanno cercando? A me piace parlare con la gente. L’altro giorno ero dal medico e un paziente gli fa: mi fa male qua. E il dottore: e tu che ti tocchi a fare?».
Insomma non ha mai pensato di lasciare la sua città?
«Vengo dalla generazione di mezzo. Eduardo diceva fuitevenne, andate via; poi ci fu Mario Merola: Napolità, tornate. Io sto in mezzo, vado avanti e indietro da trent’anni».
Per il sociologo De Masi c’è una grande differenza tra il napoletano di ieri e quello di oggi.
«Non lo so, a me piace ’o presepe, la domenica che si mangia tutti insieme, l’aggiungi un posto a tavola che sembra banale ma mi fa simpatia».
Perché di Napoli è così difficile parlare? In fondo anche Palermo è stata violentata, ha avuto le sue dominazioni...
«Ho dedicato il finale del libro alla mia città. La vertigine del mondo... L’amarezza squarciata da un sorriso che appare sul viso di un bambino come un arcobaleno dopo una pioggia di lacrime. Questa è Napoli».
Cosa bisbigliò al Quirinale, al presidente Napolitano suo concittadino, in occasione dei David?
«Forza Napoli. E lui: sempre! Poi volle sentire una mia battuta su un assegno: è tornato indietro; si vede che si era affezionato».
La camorra?
«Io sono di Fuorigrotta. Non ho mai fatto brutti incontri. Ma non è che a Roma non avete la criminalità. Fammi dire a quel tassista le cose che vanno: il presidente della Repubblica così amato è napoletano, l’ultimo pallone d’oro è Cannavaro, lo spettacolo teatrale più visto dell’anno è quello di Luca De Filippo all’Augusteo, e i cinepanettoni di De Laurentiis hanno vinto per 27 volte di seguito».
Mai parlato con un leghista?
«E come no. Non vorrei che ci esplodessero due tifoserie. La secessione è una follia, è come dividere il mare. Benvenuti al Sud è stato utile per avvicinarci. L’unica cosa che ci separa è il fatto che dalla Padania non è ancora uscito un comico».
Com’è il Nord visto dal Sud?
«A Milano ho trovato grande umanità e affetto. Certo siamo diversi, anche nel mangiare. Il rito dell’aperitivo è un pranzo di matrimonio, alla fine mi aspetto la bomboniera. Ristoranti giapponesi ovunque ma poche salumerie. E quelle che ci sono hanno prezzi clamorosi. Se esci con una ragazza devi decidere: il salame da Peck o l’orologio da Cartier?».
Totò è un’ombra ingombrante?
«È come chiedere se Maradona è un padre ingombrante per Cavani».
Ma lei che napoletano è?
«Sono uno da rélax. Se non dovete fare niente, tenetemi presente. Posso concludere con una cosa a cui tengo? In sette film non ho mai detto la parola ca...».
Valerio Cappelli