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 2011  ottobre 19 Mercoledì calendario

L’ENI, I GASDOTTI A RISCHIO E I SEGRETI DEL «TAKE OR PAY»

Solo adesso l’Eni è riuscita a mandare i primi tecnici per riaprire, tempo qualche settimana e guerriglieri gheddafiani permettendo, il Greenstream che porta il gas libico da Mellitah a Gela attraverso il Canale di Sicilia. Le forniture, pari al 12% dei consumi nazionali, sono interrotte da febbraio, causa guerra civile. Il gas del Mare del Nord, un altro 11% del fabbisogno nazionale, non ci arriva più da otto giorni, causa frane sulle montagne svizzere. Per fortuna, la società Transitgas non ha rilevato gravi danni e il gasdotto presto riaprirà. Ma l’Eni aveva già fatto i conti dell’emergenza. Per l’inverno 2011-2012, la capacità di importazione (47,3 miliardi di metri cubi) sarebbe caduta del 26%; per turare la falla, si sarebbero svuotati gli stoccaggi e aumentata la produzione nazionale, riserva strategica scarsa. In tal modo, l’Eni avrebbe avuto un margine di 3,1 miliardi di metri cubi per fronteggiare i rigori del clima. Avere problemi su 2 dei 4 gasdotti che alimentano l’88% dei consumi nazionali, è una difficoltà da evitare. E così la questione delle infrastrutture energetiche riemerge nei termini cruciali della sicurezza.
In questi stessi giorni, l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, incontra Alexei Miller e gli altri capi di Gazprom per rinegoziare i contratti a lungo termine take or pay che assicurano un altro 30% del fabbisogno. I loro prezzi, legati al petrolio, risultano più alti di quelli spot nei quali il gas non è più allineato al barile. Secondo i contratti take or pay, inoltre, il cliente si impegna ad acquistare e il fornitore a consegnare quantità di gas prefissate nel tempo. Nel caso non voglia o non possa ritirarle, il cliente deve comunque pagarne una quota subito avendo il diritto di ritirarla poi. E così la questione delle infrastrutture si ripropone sul versante dell’economicità. Quando il prezzo del petrolio era abbastanza basso e quello del gas liquefatto era assai più alto, il gas assicurato con contratti take or pay esigibili via tubo era sicuro e conveniente. Ora la certezza è minata e la convenienza da ricontrattare.
I «take or pay» sono segreti. L’Eni si limita a dire che i prezzi spot sono mediamente inferiori del 10-12% a quelli oil linked tipici di questi contratti. «Ma è una forbice che si ricomporrà nel 2014», prevede Scaroni. Gli impegni dell’Eni con russi, norvegesi, algerini e libici sono rilevanti: quasi 19 miliardi di euro nel 2012, poco di meno negli anni a seguire per un totale di 263 miliardi considerando anche l’ultimo contratto che scade nel 2035. A partire dal 2010, l’Eni ha prepagato gas, soprattutto russo, per 1,7 miliardi. La somma sarebbe stata più alta se il gas libico fosse regolarmente affluito. «E’ chiaro che preferiremmo vendere tutto quanto dobbiamo ritirare», dice Scaroni. «Ma abbiamo tempo fino al 2025 per farlo, e magari ci potremmo anche guadagnare: la domanda di gas riprenderà per l’effetto combinato della ripresa dell’economia europea e dell’abbandono del nucleare da parte della Germania. In ogni caso, la certezza della fornitura è un valore per noi e per i nostri clienti. La Russia garantisce. E credo anche l’Algeria».
La rinegoziazione moscovita è delicata. I tedeschi di E.On e Rwe l’hanno conclusa, spuntando uno sconto stimato sul 10%. Secondo Kommersant, quotidiano economico vicino a Gazprom, l’Eni ha storicamente le condizioni migliori. Ma la vera differenza sta nel fatto che l’Eni è anche partner dei russi nell’upstream, ancorché la joint-venture Articgas tenda a vendere in Russia dove i prezzi sono inferiori. La partita tra Scaroni e Miller è dunque polivalente. E comprende anche il progetto South Stream, il gasdotto che dovrebbe attraversare il Mar Nero per portare altro gas di Gazprom in Italia e in Europa centrale. Come il Nord Stream, appena inaugurato, ne porta direttamente in Germania, passando per il Baltico.
I nuovi gasdotti sono stati giustificati con ragioni strategiche. Scaroni: «Meno Paesi un gasdotto attraversa e meno rischi si corrono. I contenziosi tra Russia e Ucraina hanno creato problemi sul Tag». Il Tag è il tubo che arriva da Austria, Slovacchia e Ucraina. Analogamente, il Nord Stream avrebbe evitato Ucraina, Bielorussia e Polonia.
Fonti vicine a Gazprom, tuttavia, sostengono che il Cremlino non intende svuotare i tubi vecchi per alimentare i nuovi, ma cercherà di farli funzionare tutti e quattro, aumentando pesantemente l’offerta all’Europa, sempre meno provvista di gas proprio e con il Nord Africa instabile e incapace di nuove scoperte. Che cosa vuol dire? I russi sono partigiani del take or pay, pilastro storico dell’industria gasiera europea, mentre il futuro potrà avere un secondo pilastro nel mercato spot, che negli Usa è da sempre la regola. Il ribasso indotto dallo shale gas sui mercati spot sarà temporaneo o rafforzerà la tendenza a disallineare il gas dal petrolio?
Al di là della geopolitica, per cui Usa e Ue vedono nel South Stream l’imperialismo energetico putiniano mentre Gaz de France, E.on, Rwe ed Eni credono di europeizzare la Russia anziché essere russificati, la vera partita sarà economica. L’Eni è convinta che, alla fine, il take or pay continuerà a farla da padrone. E che gli eventuali nuovi rigassificatori, che l’Autorità per l’Energia ha sempre raccomandato per ampliare l’infrastruttura e aumentare sicurezza e concorrenza, li faranno soltanto i produttori di gas. Come la Exxon a Rovigo. Non la Snam Rete Gas, di cui l’Eni non cederà il controllo se non nel quadro di una rete europea. Qualora la Ue si decida a promuoverla.
Resta il fatto che sulla carta se i produttori russi o nordafricani, che trattengono il 90% del valore, inonderanno l’Europa di gas, avranno ampi margini per arrivare al consumatore finale dettando i prezzi e disintermediando le imprese europee.
Massimo Mucchetti