Melania Di Giacomo, Corriere della Sera 19/10/2011; Francesca Basso, ib., 19 ottobre 2011
2 articoli – UDINE ISOLA FELICE. NAPOLI IN CODA — L’Italia è in ritardo di 23 anni rispetto al resto dell’Europa, e la Campania, prima regione del Sud in quanto a popolazione, in termini di accesso al mondo del lavoro se la gioca con Malta e la Turchia
2 articoli – UDINE ISOLA FELICE. NAPOLI IN CODA — L’Italia è in ritardo di 23 anni rispetto al resto dell’Europa, e la Campania, prima regione del Sud in quanto a popolazione, in termini di accesso al mondo del lavoro se la gioca con Malta e la Turchia. Anche nelle aree più avanzate del Nord le donne stentano in quanto a numeri a stare al passo con il resto d’Europa: nel Paese dalle due velocità continuano a essere frenate da una zavorra storica, stentano ad entrare nel mercato dell’occupazione e il welfare di certo non le aiuta. Risultato: in Italia una donna su due non lavora, mentre in Svezia quattro su cinque hanno un’occupazione. Ecco i dati dell’anno scorso, rilevati dall’Osservatorio di Confartigianato «Donna Impresa»: il tasso di inattività nel nostro Paese è del 48,9%, di oltre 13 punti superiore al 35,5% che è la media dei 27 dell’Unione Europea. Siamo lontani di anni dai Paesi del Nord, in cui il tasso di inattività delle donne tra 15 e 64 anni registra i valori più bassi. Il minimo del 23,3% è in Svezia, in Germania le donne che non lavorano sono il 29,2%, nel Regno Unito il 30,6%, in Francia il 33,7% e anche la Spagna ci distanzia di un bel po’ (34,1%). Per l’esattezza, prendendo la serie storica dell’Eurostat, il tasso di inattività femminile in Italia nel 2010 è uguale a quello che nel 1987 era la media dei Paesi europei. L’Osservatorio ha misurato anche l’occupazione nelle diverse regioni europee. Sono 271 e la Campania ha il poco lusinghiero primato dell’inattività: solo una donna su tre, tra i 15 e i 64 anni, ha un lavoro. Precede altre quattro regioni del Sud Italia: Sicilia, Calabria, Puglia, e Basilicata, con cifre poco migliori. Ma anche l’avanzata Emilia-Romagna si piazza appena a livelli medi, con un tasso di inattività al 35,5% che però non salva la media complessiva del Nord, superiore al 40%. Tra le città, la maglia nera in assoluto è Napoli, dove 3 donne su 4 sono fuori dal mercato del lavoro, è così anche a Foggia, Caltanissetta e Caserta che hanno gli stessi numeri delle città turche. Sono quindi tutte al Nord le province che offrono condizioni più favorevoli a imprenditrici e lavoratrici. Nella classifica elaborata da Confartigianato, che tiene conto di indicatori molto diversi, dai livelli di istruzione ai tempi di arrivo al lavoro, capofila è Udine, seguita da Gorizia e Rimini. Bologna è decima, Milano ventisettesima. Nelle prime 40 l’unica al Sud è Olbia, trentaseiesima. Ultime, manco a dirlo, Palermo e Napoli. Eppure le italiane — dicono i dati — resistono alla «Grande recessione». Operaie e impiegate garantiscono comunque la tenuta dell’occupazione: al lavoro sono in 9,3 milioni (ad agosto 2011), in aumento dell’1,4% rispetto a tre anni fa, mentre nello stesso arco di tempo gli uomini occupati (13,7 milioni) sono in calo del 2,7%. E sarà per la maggior intraprendenza o perché le donne si intestano le attività dei propri compagni, ma nel primo trimestre 2011, secondo i dati Eurostat, l’Italia ha il primato europeo per numero di imprenditrici e di lavoratrici autonome: 1.531.200 contro le 1.383.500 tedesche e le 912.500 spagnole. Quali sono le ragioni che disincentivano il lavoro femminile nel nostro Paese? Sicuramente, la solitudine di fronte alla conciliazione casa-lavoro, secondo Confartigianato. Va considerato come «gli strumenti di welfare in Italia siano scarsamente orientati alla famiglia» e «fortemente sbilanciati sulle pensioni». L’Italia destina al welfare il 26,5% del Prodotto interno lordo, oltre un punto in più rispetto alla media Ue, che è del 25,3%. Ma le pensioni di vecchiaia e reversibilità assorbono il 60,8% di queste risorse, mentre in Europa a questo tipo di previdenza è legata circa la metà della spesa in welfare. C’è quindi uno sbilanciamento verso la fascia più anziana della popolazione, mentre viene «penalizzata seriamente la spesa per la famiglia e la maternità», cui va solo l’1,3% del Pil, come fanno Bulgaria e Portogallo. Peggio di noi solo la Polonia, un Paese fortemente in ritardo sulle politiche di genere. La Germania, per esempio, investe sulla famiglia più del doppio, il 2,8% del Pil, la Francia il 2,5%. Questo comporta tra l’altro che una modesta percentuale di bambini usufruiscano di asili nido o servizi innovativi, il 12,5%. Il target europeo è di un bebè su tre. Sul piano del welfare Nord e Sud sono due Paesi diversi. Se la presa in carico dei bambini in età da nido o da asilo al Nord è del 16,8%, nel Mezzogiorno si è a meno del 5%: un divario che non si è riusciti a scalfire negli ultimi quattro anni. Dalla cura dei bambini a quella degli anziani, il discorso non cambia: a livello nazionale il 4,3% degli anziani riceve l’assistenza a domicilio. La quota scende al 2% in Puglia e addirittura all’1,1% in Sicilia. Melania Di Giacomo «PAGHIAMO UN GROSSO LIMITE SIA SOCIALE CHE CULTURALE. ECCO QUELLO CHE SI PUO’ FARE» — Serve un cambio «culturale», che vuol dire una trasformazione anche a livello «familiare» e «istituzionale»: i tre fattori alla base del basso tasso di occupazione femminile, che «nella classifica europea ci fa essere al penultimo posto, davanti solo a Malta, con una percentuale nazionale del 46,1%, in caduta al 30,5% al Sud». Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bocconi, specializzata in studi sull’economia pubblica e di genere (ha scritto con Alessandra Casarico Donne in attesa), sostiene «da anni l’idea che investire su donne e lavoro femminile è un fattore innanzitutto economico». Come spiega queste statistiche? «Una complessità di fattori, il contesto culturale, familiare e occupazionale non favorevoli rendono difficile per le donne l’accesso e la permanenza nel mondo del lavoro, specie dopo la maternità». Eppure il livello di istruzione femminile è elevato. «Nel 2000 le donne laureate hanno superato gli uomini: su 100 studenti che arrivano al termine degli studi, 60 sono ragazze. Sono scomparse anche le differenze nei percorsi formativi. A parte ingegneria, nelle altre facoltà scientifiche come ad esempio medicina ormai c’è la parità di genere. È nel campo del lavoro che ci sono enormi differenze». Come interpreta questo scarto tra livello di istruzione e tasso di occupazione? «L’istruzione potenziale fa ben sperare per il mercato del lavoro, ma è anche un segnale dello spreco. Si tratta di una risorsa non utilizzata. Non si innesca quel circolo virtuoso fatto di occupazione, crescita, produttività: più donne lavorano, maggiore è la produttività, il Pil cresce. Ma questo meccanismo fatica a innescarsi». Quali cause portano a una discontinuità tra mondo della scuola e del lavoro? «Innanzitutto la difficoltà di conciliare il duplice ruolo di madre e donna lavoratrice. Infatti il tasso di occupazione femminile dopo la nascita dei figli diminuisce ulteriormente. E poi c’è ancora un’asimmetria nella coppia, per cui l’uomo si caratterizza per il lavoro fuori casa mentre la donna ha anche la responsabilità del lavoro domestico, della cura dei figli e spesso dei genitori anziani. Qui è evidente la carenza del supporto istituzionale: un esempio semplice, mancano gli asili nido». In questo periodo di conti pubblici in difficoltà, il welfare è già sotto pressione. «È l’atteggiamento culturale a supportare l’asimmetria dell’occupazione femminile. Favorirla significa stimolare la crescita del Paese. Finora il welfare per le famiglie è stato poco, soprattutto concentrato sul capofamiglia. Gli studi dimostrano che occupazione e fecondità vanno di pari passo. Il nostro Paese ha un tasso di fecondità molto basso e questo è un fattore negativo per la crescita. Mancano politiche pubbliche in tal senso: due redditi rendono una coppia più sicura e più disposta a fare figli. Ma per poter lavorare le donne hanno bisogno di strutture di supporto. È un circolo che si autoalimenta. Le risorse impiegate non vanno lette come un costo ma come un investimento». A luglio è stata approvata la legge sulle «quote rosa» nei consigli di amministrazione delle società quotate. Un passo avanti? «La legge sulla parità di genere riguarda le carriere, ma in Italia c’è ancora un problema sull’accesso femminile al mondo del lavoro. Comunque, è un buono strumento per aprire le posizioni di vertice anche alle donne. Aiuterà a cambiare la mentalità». Francesca Basso