Gaia Piccardi, Corriere della Sera 19/10/2011, 19 ottobre 2011
GENTILE E IL SOGNO LIBICO: «ALLENERO’ LA NAZIONALE DEI RIBELLI»
Più che un’investitura in piena regola, una candidatura al telefono. «Mi ha chiamato dalla Libia un onorevole, ma non mi chieda il nome perché non me lo ricordo...». Un onorevole senza un governo? «Una persona della politica...». Gheddafiano o ribelle? «Guardi, mi hanno chiesto la disponibilità ad allenare la nazionale di calcio libica e io ho detto sì, di slancio. Ma naturalmente non c’è un accordo formalizzato».
Ricomincia così — zero a zero, palla al centro e fischio d’inizio chissà quando — l’avventura nel calcio di Claudio Gentile, nato a Tripoli il 27 settembre 1953, roccioso terzino della Juve e dell’Italia campione del mondo ’82, l’uomo che annientò Maradona e Rummenigge e che oggi sogna, per ragioni di cuore, di tornare a sedersi sulla panchina più nobile della capitale, che dopo la guerra civile troverà parecchio trasformata. Aveva 8 anni quando la sua famiglia tornò in Italia. «I miei genitori, che hanno 79 e 82 anni, me ne parlano ancora con le lacrime agli occhi. Mio zio lavorava nell’unica concessionaria Fiat di Tripoli, dove Gheddafi, allora soldato semplice, portava la 124 a fare il tagliando. La Libia ha una bellezza che chi ha vissuto lì non ha dimenticato, la gente è buona e legatissima a noi italiani, e il calcio sarà una delle strade verso la normalizzazione».
Bisognerà aver pazienza, prima di poter forgiare le maglie bianche con la bandiera provvisoria, la divisa approvata dal Consiglio nazionale di transizione con cui la Libia si è qualificata per la Coppa delle nazioni africane 2012. Ma a Gentile, fermo come tecnico dalla vittoria dell’Europeo 2004 con l’Under 21 («Ma a non allenare non è che si disimpara, eh...»), non mancano le idee: «Video, molte amichevoli con le squadre europee, inclusa l’Italia: il problema del calcio libico è la chiusura verso il mondo, ma si può costruire qualcosa di buono in breve tempo. Certo la tempistica dipenderà dai fatti: nella situazione attuale non andrei, prima bisogna catturare Gheddafi, processarlo e condannarlo come Saddam Hussein». E sbarazzarsi, magari, di quel soprannome mai troppo gradito e oggigiorno decisamente ingombrante. «Mi chiamano Gheddafi da quando ero ragazzo. Per me non ha mai avuto senso: mi offendeva, mi feriva dentro, però non l’ho mai dato a vedere».
Molti particolari devono ancora trovare il loro posto naturale, nella nuova Libia. Il ruolo di c.t., almeno quello, non è vacante, come racconta Gentile a Oggi in edicola. «Porterò con me i miei figli, i miei zii e i miei anziani genitori, che per due volte chiesero al dittatore di rientrare e per due volte furono rifiutati. Li spogliò di tutto e li mise alla porta con una valigia di cartone. La Libia pacificata sarà un posto pieno di opportunità di lavoro per molti italiani». Palla lunga e pedalare. Non è cambiato poi moltissimo, in questo senso, da allora.
Gaia Piccardi