F. Bat., Corriere della Sera 19/10/2011, 19 ottobre 2011
L’EBREO NEWYORCHESE DIETRO LO SCAMBIO: «MA QUANTI ERRORI» —
«Il giorno della Bastiglia. Il 14 luglio. Bisogna che lo dica a Gilad Shalit, che è pure francese: quel giorno ho capito che ce l’avremmo fatta...». Gershon Baskin verrà nei prossimi giorni, a Mitzpe Hila. Ebreo newyorkese, 55 anni, una vita a sinistra, il barbuto Baskin dirige a Gerusalemme l’Ipcri, un think-tank israelo-palestinese premiato qualche anno fa anche dal presidente Napolitano. E’ il canale segreto che Israele e Hamas hanno usato in questi cinque anni e mezzo: «Il mio compito è cominciato tre giorni dopo il rapimento — racconta —. Mi avvicinò un collega, un professore dell’Università islamica di Gaza che avevo conosciuto mesi prima al Cairo, durante un congresso. Mi disse: "Lei è l’unico israeliano di cui si fidano dentro Hamas. Ci sta?". Dissi di sì e ipotecai cinque anni... Ma torniamo al 14 luglio: m’arriva un foglio. Lo manda il viceministro degli Esteri di Hamas, Razi Hamed. S’intitola: "Proposta per un accordo". Lo firma Ahmed Jaabari, il capo delle Brigate Qassam, il vero padrone della Striscia. Sono i suoi uomini che tengono Shalit. E’ la prima volta che si offre per un negoziato. E’ la prima volta che penso: ci siamo».
E’ stato il mediatore indipendente, come lo chiamavano in codice nei negoziati. Perché di mezzo si sono messi i turchi, gli egiziani, i tedeschi, i francesi. Un fallimento dopo l’altro. Finché non è rimasto lui: «All’inizio ero solo una buca delle lettere: consegnavo ai politici i messaggi da parte palestinese. Ero amico di Dana Olmert, figlia del premier, e questo non piaceva a tutti. Gli egiziani più d’una volta ottennero che mi togliessi. Finché non arrivò Netanyahu e fui richiamato sul caso. E dissi che l’unica era puntare su chi comanda davvero a Gaza, ovvero Jaabari. Una scelta che andava fatta subito». Cinque anni d’errori, dice Baskin. E il povero Shalit ostaggio per incomprensibili veti: «Si poteva liberarlo prima. Ci sono stati vari momenti favorevoli. Il più clamoroso, nel giugno 2010: Hamed scrisse un documento non molto diverso da quello che oggi ha portato al rilascio. Ma quando lo consegnai al governo israeliano, mi dissero che ce n’era anche uno dei tedeschi. Che c’entrava il mediatore tedesco? Aveva già fallito. Una persona intelligente. Ma aveva una testa tedesca, non mediorientale: presentava proposte lunghe 150 pagine! Quanta gente crede che riesca a leggerle per intero, dentro Hamas? Per ragioni che non conosco, comunque, s’era deciso che la Merkel avesse un ruolo: e l’accordo saltò. Pure nel dicembre 2006: Hamas voleva accelerare, ma Olmert all’improvviso si rifiutò. Anche Hamas dovrebbe dare delle spiegazioni, però: per Shalit, sono morti almeno 2 mila palestinesi. Chi li piange dovrebbe guardare negli occhi Haniyeh e chiederglielo: sei sicuro che non si potessero evitare?».
1.750 sms: è quanti ne ha mandati e ricevuti Baskin solo in quest’ultimo mese: «Il periodo più difficile: Hamas ha aspettato fino all’ultimo. Lo stesso Jaabari continuava a proporre modifiche al suo stesso documento. Ci sono state liti, rotture. Agosto e settembre sono stati terribili, perché le carte sembravano di nuovo mescolate. Al Cairo, non sapevamo come la pensassero: il loro ruolo era diventato fondamentale, dopo la caduta di Mubarak. Anche la rivolta in Siria complicava le cose: Hamas non ha mai avuto così poco appoggio, sia a Damasco che a Gaza. Deve fronteggiare la democratizzazione, s’è messa a parlare d’elezioni. Tutte cose ottime, ma che rischiavano di mandare tutto in fumo». C’è solo una domanda che continua a ronzare nella testa di Baskin: come mai Israele non è mai riuscita a scoprire dove fosse, Shalit? «Fino alla guerra del 2009, lo sapevamo. Ma non era possibile liberarlo con un blitz. Dopo, è calato il buio. Nessuno sapeva dove fosse. Sotto Gaza c’è un’intera rete di tunnel, una città sotterranea. Sarà Gilad a spiegarci com’è fatta».
F. Bat.