ALESSANDRO BARBERA, La Stampa 19/10/2011, 19 ottobre 2011
Via alle liberalizzazioni ma di estetiste e grossisti - Dimenticate avvocati, notai, commercialisti
Via alle liberalizzazioni ma di estetiste e grossisti - Dimenticate avvocati, notai, commercialisti. Liberalizzare l’aristocrazia delle professioni è operazione ardua. Molto ardua. Soprattutto se in Parlamento siedono, fra Camera e Senato, 147 iscritti all’albo forense. E però la Bce l’ha scritto nero su bianco nell’ormai famosa lettera del 5 agosto: «Per accrescere il potenziale dell’economia occorre una piena liberalizzazione dei servizi professionali». Un segnale, quale che sia, occorre darlo. Così, nella prima bozza di decreto sviluppo redatta da Paolo Romani spunta una lenzuolatina alla Bersani. La lista delle professioni interessate parte dalla «produzione e commercio della margarina e dei grassi idrogenati». Parrà incredibile, ma la materia è regolata da una legge del 1951, un decreto legislativo e ben due decreti del Presidente della Repubblica. Oppure la professione di «commissionario di prodotti ortofrutticoli, carne e prodotti ittici», in breve il grossista alimentare: occorre tuttora iscrizione ad apposito albo. E ancora: acconciatori, estetisti, facchini, pesatori pubblici, imprese di pulizia e spedizionieri, dal 1941 soggetti al rilascio di una complicatissima licenza. In alcuni casi si tratta del completamento della riforma voluta nel 2007 dall’allora ministro dell’Industria. Le imprese di pulizia rientrano fra queste: abolita la richiesta di «appositi requisiti professionali», una legge del gennaio 1994 costringe ancora all’iscrizione all’«albo provinciale delle imprese artigiane». Stessa cosa per parrucchieri ed estetisti: prima di concedere l’apertura di un negozio, molti Comuni pretendono l’autorizzazione della Commissione provinciale dell’artigianato. Per molte di queste professioni il governo punta a sostituire le autorizzazioni con la «Scia», meglio nota come «segnalazione certificata di inizio attività». In poche parole l’aspirante imprenditore dichiara l’apertura dell’attività al Comune, quest’ultimo ha sessanta giorni di tempo per negare il via libera. Se non lo fa, al termine dei due mesi scatta il silenzio-assenso ed evviva il mercato. Difficile sostenere che l’insieme di queste norme possa dare una scossa all’asfittica crescita italiana, ma da qualche parte - sottolineano gli estensori - occorre pur iniziare. Del resto, a meno di non trovare le risorse, il decreto potrà al massimo fare «decertificazione», neologismo caro a Renato Brunetta. La bozza di Romani, divisa in quattro parti, elenca semplificazioni, riduzioni di oneri, qualche piccolo incentivo. Si va dalla cessazione dell’obbligo a colorare la benzina verde alla semplificazione delle procedure per smantellare i siti nucleari. Un segno dei tempi, visto che fino all’anno scorso il governo puntava all’esatto opposto. Un articolo ha una formulazione ambigua: il titolo parla di «norme per le concessioni demaniali e stabilimenti costieri» di durata ventennale, il testo restringe il campo alle «infrastrutture petrolifere». Dulcis in fundo i concorsi a premio: nella bozza c’è spazio per semplificare anche loro.