Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 18/10/2011, 18 ottobre 2011
L’AGRICOLTURA ITALIANA RINNOVARE PER CONSERVARE
Sono un agricoltore e allevatore della Bassa Lodigiana. Voglio dirle che l’agricoltura italiana sta morendo e non interessa a nessuno. Abbiamo i migliori vini e formaggi del mondo, una cucina che è un vanto turistico mondiale, eppure la stiamo svendendo agli stranieri. L’opinione pubblica non conosce questa realtà malgrado dia lavoro a molte persone. Potrei prolungarmi all’infinito. Le chiedo di scrivere qualcosa di positivo sull’agricoltura italiana.
Filippo Boffelli
bofpippo@live.it
Caro Boffelli, sulle condizioni dell’agricoltura italiana il Corriere ha pubblicato il 14 ottobre un articolo di Giuseppe Sarcina da Bruxelles e un’intervista di Claudio Del Frate con Ludovico Radice Fossati, imprenditore agricolo della Lomellina. Come quella di altri Paesi fondatori della Comunità europea e della Politica agricola comune (Pac), l’agricoltura italiana è alle prese con parecchi problemi: l’ingresso di nuovi membri, soprattutto nel 2004 e nel 2007, i limiti del bilancio della Commissione di Bruxelles, l’estensione delle zone urbane, le pressioni dei Paesi africani a cui il protezionismo della Pac preclude i mercati europei. Come ricorda Sarcina, «ci sono da dividere 1.040 miliardi di euro in sette anni per il periodo 2014-2020, con 972 miliardi di "pagamenti diretti", cioè di sussidi passati direttamente agli agricoltori». Per fare tornare i conti la commissione di Bruxelles vuole modificare i criteri per l’assegnazione dei contributi. Anziché premiare la produttività, i contributi verranno fissati sulla base della terra effettivamente coltivata: una formula che potrebbe comportare per l’Italia una diminuzione dei sussidi pari al 6% del totale.
Ma il quadro non sarebbe completo se non le ricordassi, caro Boffelli, quali mutamenti si siano verificati nell’agricoltura italiana dopo il «miracolo economico». Gli addetti impegnati nel settore sono passati da 8 milioni a poco più di 800 mila, con una forte presenza di extracomunitari. Il contributo al prodotto interno lordo è relativamente modesto (fra il 3 e il 5%), ma non bisogna dimenticare, come ricorda Roberto Fanfani dell’Università di Bologna, che le esportazioni del settore agroalimentare occupano il terzo posto, nell’economia nazionale, dopo i tessili e i prodotti meccanici. È certamente vero, come lei osserva nella sua lettera, che molte aziende italiane, spesso familiari, sono state comprate da gruppi stranieri, soprattutto francesi e svizzeri Ma hanno conservato la vecchia ragione sociale e diffondono nel mondo la qualità della produzione italiana. Molte industrie italiane di altri settori, nel frattempo, hanno acquistato aziende straniere. Esiste un mercato unico da cui tutti possono trarre vantaggio e noi non possiamo impedire agli altri di fare ciò che facciamo noi stessi quando ne abbiamo l’occasione.
Non tutto quello che accade in Italia, d’altro canto, giustifica il suo pessimismo. Qualche giorno fa ho visitato una vecchia cascina della provincia di Pavia, tra il Naviglio e la Certosa, interamente rinnovata: 105 ettari coltivati a riso, mais e soia, nuovi canali d’irrigazione, un bosco di vecchie piante, un pioppeto, filari di salici, una riserva di caccia, un essiccatoio per cereali con 4 silos per la capienza di 6.000 quintali di risone. Insieme ai lavori che dovevano accrescere la produttività della tenuta, sono state restaurate le vecchie strutture, fra cui una parte che risale all’epoca della Certosa, i camini barocchi installati nel Seicento, la cappella. È una iniziativa economica, ma non dimentica né la storia del luogo, né il paesaggio. Il proprietario è Giuseppe Barbiano di Belgioioso, erede di una vecchia famiglia milanese a cui piace ricordare che la ricchezza di Milano nasce dalle sue campagne e che i giovani farebbero bene a non dimenticarsene.
Sergio Romano