Franco Cardini, Libero 18/10/2011, 18 ottobre 2011
IL SOLE DELLE ALPI È RISORTO PER UN COLPO DI GENIO PADANO
Esiste un rapporto dialettico e in certo senso concorrenziale, per quanto non per questo alternativo, tra l’antica croce della Lega lombarda, riproposta nel suo duplice significato – assegnatole oggi dai leghisti – di segno identitario “padano” e di simbolo della lotta comunitaria delle genti norditaliche contro un potere accentrato (nel XII secolo quello di Federico I legittimato dalla riscoperta del diritto giustinianeo e dall’autorità dei Maestri dello Studium bolognese, oggi quello della repubblica erede dello Stato unitario fondato nel 1861), e il “Sole delle Alpi”, inteso evidentemente secondo una delle facies culturali di cui è stato o si ritiene sia stato il significante: quella propriamente “alpina”, che potrebbe rinviare a una realtà viva già fin dalla preistoria e dalle culture preindoeuropee e mantenutasi poi attraverso l’identità e l’eredità celtoromana sino alla cristianizzazione e poi, ancora, all’insediamento di goti, longobardi e franchi e ai signa dei Magistri commacini.
Grande invenzione
Il primo segno riconduce a un ambito storico ben documentato e documentabile; il secondo a un ambito antropologico da trattarsi tuttavia non tanto con l’evoluzionistica volontà di ricostruire e “scoprire” un passato “obiettivo”, quanto con la lucida intenzione di “inventare” mitopoieticamente delle “radici” identitarie.
Simbolo solare, infocato, rotante; sole, luce, ruota, fiore, rosa, fuoco. Il pensiero corre spontaneamente e immediatamente ai Feuerräder, le ruote di legno resinoso e incendiato che si fanno rotolare dai pendii alpini la notte del solstizio d’inverno e che “soccorrono il sole” nel suo momento di minor forza, aiutandolo ad avviare l’ascesa trionfale che lo aspetta nei successivi sei mesi. Simbolo perfetto, eseguibile totalmente ed esclusivamente col compasso – cui si possono peraltro sostituire egregiamente due punteruoli collegati tra loro da una cordicella con la funzione rispettiva di perno e di punta tracciante –, il “Sole delle Alpi” appare collegato soprattutto alla realtà pastorale e a quella edilizia. Ancora, esso appartiene alla famiglia degli “esagrammi”, geometricamente costruiti sull’incastro di due triangoli equilateri. Tale simbolo – la “Stella” (o “lo “Scudo”, o il “Sigillo” di David) – ha per i cristiani un valore speciale in quanto richiama il Cristo, figlio appunto della stirpe di David: i due triangoli rimandano entrambi al mistero trinitario; quello ascendente, con un vertice rivolto verso l’altro, simboleggia la natura divina del Salvatore; quello discendente, rivolto in basso, la Sua natura umana. La Stella di David in pietra che campeggia ad esempio al centro del rosone della cattedrale di Burgos in Spagna, è il simbolo del Cristo attorniato da dodici cerchi simboli degli apostoli ma anche dei mesi e delle costellazioni: quindi di Gesù che, al pari del sole nella tradizione ellenistico-romana, è anche Kosmokrator e Kronokrator, vale a dire supremo Signore dell’ordine universale e del tempo. [...]
Il riferimento alle Alpi appare ovvio, se non obbligatorio, nella simbolica leghista: e che quella particolare forma simbolica diffusa in tutto il mondo, quel fiore solare a sei petali, possa in quell’ambito venir utilizzato appunto come “Sole delle Alpi” e presentato attraverso l’uso dei colori alpini verde e bianco a sottolinearne un particolare carattere, quello “fecondatore”, non si direbbe inopportuno.
Ed è una promessa di rinnovamento, di rinascita anche civico- culturale: in effetti, la desolazione dei nostri tempi si constata anche al livello della miseria cui l’immaginario occidentale si è ridotto. La Modernità, con il trionfo dell’individualismo e della “superstizione del Progresso”, ha combattuto sistematicamente e coscientemente distrutto le tradizioni folkloriche, le quali non padroneggiavano l’universo simbolico nella sua complessa e sapiente tessitura, ma lo proteggevano, lo rispettavano, ne garantivano la sopravvivenza: il risultato è stato che dalla simbolica si è passati all’emblematica e all’allegoria, e quindi al marketing, al “marchio”, al “logo”. Eppure, fino a circa gli Anni Settanta, il linguaggio politico occidentale – pensiamo ai simboli dei partiti politici – conservava ancora qualcosa della dignità del linguaggio araldico, con i suoi scudi, i suoi sigilli, la sua distribuzione di colori attenta (secondo una regola araldica fondamentale) a non sovrapporre metallo su metallo e smalto su smalto). [...]
Ma più tardi sciatteria, banalità, miseria culturale hanno avuto la meglio. Oggi non si va oltre qualche iniziale o qualche nome scritto con grafie che imitano la pubblicità industriale; quando ci si arrischia con qualcosa che somiglia a un simbolo non si va oltre il banale rametto d’olivo; quanto alle scelte cromatiche – messi da parte i gloriosi rossi, bianchi, neri, blu – non si sa inventare nulla di meglio di colori scialbi e bastardi, volutamente poco allusivi e meno ancora significanti, sui toni che vanno dall’arancione alla malva e al pastello. È d’altro canto profondamente giusto che al vuoto delle idee si accompagni l’afasia simbolica: questa scopre e denunzia drammaticamente quello, ed è giusto che sia così.
L’estetica conta
Ma, in tanta abiezione, la Lega ha avuto un colpo di genio: ed ha saputo esprimere un simbolo forte, significativo, “bello”. Un simbolo carico di forza mitopoietica, che ben si attaglia a un movimento giovane che deve inventare e costruirsi le proprie radici. Poiché le origini, che stanno nella storia naturale come in quella umana, si scoprono, come tutto ciò che è caratterizzato da un’esistenza obiettiva. Ma le radici, che stanno al crocevia tra cultura e volontà, non hanno nulla di deterministico: ci si possono scegliere, si possono “inventare” nel senso etimologico del termine (lo stesso per il quale la scoperta del corpo di un santo si definisce inventio).
Franco Cardini